Il territorio di Santa Francesca di Veroli

Il territorio del Comune di Veroli, oltre al capoluogo comprende otto frazioni nate come antiche parrocchie e sono: Casamari, Castelmassimo, Colleberardi, Giglio di Veroli, San Giuseppe le Prata, Sant’Angelo in Villa, Santa Francesca e Scifelli. Si estende per circa 120 km² confinando a nord con l’Abruzzo (Balsorano, San Vincenzo Valle Roveto e Morino ), a nord-ovest con Alatri, e Collepardo, ad ovest con Alatri, a sud-ovest con Frosinone, Torrice, a sud con Ripi e Boville Ernica, a sud-est ed a est con Monte San Giovanni Campano, ed a nord-est con Sora. Esso presenta una forma oblunga di cui la parte che si incunea a nord-est verso la Valle di Roveto (Abruzzo), rappresenta il territorio della Frazione di Santa Francesca. Occupando circa un terzo del territorio di Veroli. Con un areale rappresentato da un tratto dei Monti Ernici, le cui vette principali sono Monte Passeggio (2064 m), Pizzo Deta anche detto Peschiomacello (2041 m), Monte Fragara (2014 m), Serra Comune (1861 m), Cima d’Erba (1851 m), Monte delle Scalelle (1843 m), monte Pedicinetto (1776 m), Monte Pontecorvo (1596 m) e Monte dell’Arco. Dal punto di vista idrologico, numerosi sono i corsi d’acqua sotto forma di fossi e torrenti, il più importante per portata è il torrente Amaseno Ernico, che assieme al fosso di San Cesareo in passato, prima dell’avvento dell’energia elettrica, ospitavano mulini in pietra azionati ad acqua.

Nel 1997, ad essi è stato dedicato un percorso il “Sentiero dei mulini” con lo scopo di avere un censimento della loro presenza nel territorio a testimonianza di un’antica attività umana. Nel territorio vi è una consistente presenza di sorgenti, alimentate dallo scioglimento della neve che nei mesi invernali copiosamente si accumula sulle vette delle montagne. Esse sono state censite e descritte nel capitolo I, nel volume “Veroli in Agro” dall’autore Achille Lamesi, fatto stampare dall’Amministrazione di Veroli. Per sottolineare la ricchezza di sorgenti per l’approvvigionamento idrico, nel territorio di Santa Francesca, si porta a testimonianza la presenza di sei sorgenti perenni, site in località Capodacqua. Queste acque alimentano l’acquedotto comunale di Veroli. La struttura fu realizzata sotto il podestà Giuseppe Scaccia Scarafoni, tra il 1933 ed il 1936. Fu progettato da Giuseppe Romita, importante uomo politico del secondo dopoguerra, sottoposto a confino a Veroli, ove evidentemente trovò ampie possibilità di lavoro. Nel recente passato il controllo dello stato di salute del territorio del Comune di Veroli, particolarmente soggetto agli elementi della natura quali alluvioni, esondazioni dei corsi d’acqua, fortunali, frane, grandinate, nevicate, piogge, tempeste e terremoti, era affidato alle strumentazioni che l’Amministrazione Statale consegnava ai monaci dell’Abbazia di Casamari ed alla Stazione Idrometrografica di Santa Francesca. Mentre per Casamari non vi è rimasta traccia delle varie strumentazioni per registrare le scosse sismiche, le precipitazioni piovane e la velocità del vento, lo stesso dicasi per l’altro monastero cistercense di San Domenico di Sora, la frazione di Santa Francesca ci ha riservato una gradita sorpresa. Al centro di Santa Francesca, un piccolo campo libero da alberi, annesso all’abitazione di Armando Baldassarra, conserva ancora oggi, anche se non più funzionante, la Stazione per il rilevamento delle acque meteoriche. Essa si articola in due strumenti rimasti ancora oggi nella loro posizione originale, distanti circa m 2 l’uno dall’altro; realizzati in metallo presentano forma cilindrica e, superiormente, sono completamente aperti sì da consentire la raccolta dell’acqua piovana e la sua misurazione per caduta. Al di sopra dell’idrometrografo, incollata nella parete interna del contenitore, si nota un’etichetta che reca la seguente legenda: “Presidenza Consiglio Ministri / Ufficio Idrografico / e Mareografico di Napoli / Inv. n. 543 Cat. 3ˆ”. Va ricordato come il Servizio Idrografico e Mareografico Italiano sia stato costituito nel 1917 dall’allora Ministero dei Lavori Pubblici con lo scopo di organizzare in Italia e rendere disponibili agli studiosi ed agli amministratori le misurazioni pluviometriche, idrometriche e mareografiche. Il Servizio Idrografico e Mareografico ha per tale motivo curato la pubblicazione degli Annali idrologici, relativi ai vari Compartimenti in cui era stato diviso il territorio nazionale e che ricalcando i bacini idrografici dei principali fiumi italiani superava i limiti territoriali delle singole Regioni.
Attualmente il territorio di S. Francesca è interessato dai seguenti assi stradali principali, la SP dell’Incoronata che da Veroli raggiunge Santa Francesca, Fontana Fratta e prosegue verso Sora dopo aver toccato il territorio di Monte San Giovanni Campano e Castelliri. La via dell’Incoronata è collegata in diversi punti alla SR 214 Isola e Maria, e con la Superstrada Ferentino-Frosinone-Sora. Alla frazione del Giglio scendendo dalla località Ragno per la via dei Bagni, e lambendo la chiesa della Madonna degli Angeli. Oppure dalla località la Mosca scendendo nella via di Carpinette, costeggiando la frazione di Colleberardi sino a raggiungere l’importante incrocio delle Quattro Strade. Infine da Santa Francesca, o dopo qualche chilometro in direzione Sora, dalla chiesa in località Stero Mancini, si scende per la frazione di Scifelli sino a Casamari. Per raggiungere le località montane dalla Strada dell’Incoronata, all’altezza del bivio di Santa Francesca-Prato di Campoli si raggiunge il bivio di Santa Maria Amaseno, dove a destra la via conduce a Prato di Campoli, a sinistra tocca la località di Civita, punta sul Comune di Collepardo e si immette, poco prima di Alatri, sulla SS 155 Monti Lepini.

Nel passato, i contatti con l’Abruzzo erano resi possibili attraverso le mulattiere particolarmente battute dai contrabbandieri i cui percorsi sono testimoniati dalla toponomastica: Vado della Rocca, Vado Veroli, Vado di Peschiomacello (Pizzo Deta) e Vado Rendinara. A questi valichi che furono utilizzati per il transito delle merci, fa riferimento una Notificazione del Ministero delle Finanze del Governo Pontificio emessa il 24 settembre del 1851 e firmata dal pro-ministro delle Finanze Angelo Galli. Al punto 1 fa riferimento all’istituzione di una nuova Dogana a Santa Francesca, nel punto 2 recita: “Gli stradali da battersi esclusivamente per l’introduzione e per l’estrazione delle merci e dei bestiami sono li seguenti. Per le province della Valle di Roveto Regno di Napoli la via che dal punto detto dell’Amaseno passando per mola Sant’Andrea, Aja nuova di Sant’Erasmo, e Chiesa di S. Filippo, mette alla nuova Dogana Pontificia”. Oggi, rappresentano sentieri percorsi in ogni stagione da appassionati di escursione, maggiormente a piedi ma anche in mountainbike e ippotrekking.
Gli abitanti del Comune di Veroli dai dati dell’ufficio anagrafico al 31 luglio 2018 sono 20407, nel 2007 erano 20375. A Santa Francesca dai dati della Parrocchia, pubblicati in un opuscolo nel 1989 per la ricorrenza dei 125 anni dalla erezione a Parrocchia realizzato da Don Dante Sementilli, Parroco dal 1982 al 1989. Nello stesso opuscolo si riporta un elenco con le date dei periodi in cui si sono alternati i parroci, a partire dal 1831. Pertanto ai fini della ricerca riferita al 1924, è possibile apprendere che dal 1888 al 1931 il parroco fu Don Luigi Coccia. Le notizie storiche riportate nell’opuscolo sono tratte dalle relazioni scritte dopo le visite pastorali dei Vescovi di Veroli a S. Francesca e conservate nell’archivio diocesano presso l’episcopio di Veroli in Largo Maria Fortunata Viti. Da un riassunto delle visite redatto nel 1815 risulta che il “2.2.1864 il Vescovo emana il decreto di erezione a Parrocchia della Chiesa di S. Francesca”. Da questa data esistono nella Chiesa Parrocchiale registri di Battesimo, Cresima, Matrimonio, Defunti”. Dal lavoro di D. Dante Sementilli apprendiamo che durante il suo incarico gli abitanti erano 2495 con 780 famiglie. La frazione attualmente è composta da circa 50 contrade, a cui andrebbero aggiunte quelle di (Stero Mancini e Fontana Fratta) che sono state assegnate alla frazione (Parrocchia) di Scifelli. Pertanto, come da dato anagrafico attuale, i 112 abitanti della prima e 79 della seconda contrada andrebbero assommati a quelli di S. Francesca. Una seconda considerazione, che farebbe crescere il numero degli abitanti di S. Francesca nel 1924, è quella legata al fenomeno dell’emigrazione, significativo a partire dagli anni successivi al primo conflitto mondiale, prosegue sino agli anni 60, per attenuarsi con il boom economico italiano. L’indagine presso l’ufficio anagrafico di Veroli non ha prodotto dati, perché non è stato mai eseguito uno studio sul fenomeno migratorio. Pertanto non è stato possibile stabilire quante persone abbiano lasciato la frazione di Santa Francesca.
La condizione socio-economica dal 1800, sino alla fine del secondo conflitto mondiale, sia pur con qualche variante per la mutata situazione politica e il successivo inserimento di nuove figure professionali nel settore artigianale ed edile, conserva il tessuto di una società pastorale- agricola-arcaica. Rappresentata da un numerosissimo ceto basso e da pochi benestanti che detenevano il potere e la proprietà delle fonti di ricchezza. Le persone del ceto basso, che rappresentavano la forza lavoro, erano impegnate come boscaioli, carbonai, pastori e contadini. Esse erano le principali attività del tempo, e pertanto, costituivano la più consistente entrata finanziaria per le casse degli Stati preunitari e del Governo Italiano successivamente. In particolare a Santa Francesca questa condizione di vita è andata migliorando dopo il secondo conflitto mondiale, quando gli uomini hanno iniziato a lavorare nell’edilizia fuori dal paese e in particolare su Roma.
Le abitazioni dove vivevano, il più delle volte condivise con degli animali da cortile, erano anguste, buie, maleodoranti e con le pareti annerite dal fumo. Le numerose costruzioni rurali che ancora rimangono disseminate sul territorio ci testimoniano come le persone del passato vivessero e come utilizzassero gli spazi interni.
Il più delle volte gli stessi ricoveri agro-pastorali, testimoniati con foto a colori e descritti nel capitolo dei ricoveri del volume “Veroli in Agro”, realizzati con mura a secco e copertura lignea, rappresentavano l’unica forma di casa (A. Lamesi, Veroli in Agro. Pozzi, sorgenti, ricoveri agro-pastorali, boscaioli, carbonai, neviere e transumanza, Veroli 2011). Nella casa del ceto basso ogni spazio aveva una funzione e non era raro che la stanza da letto fosse adoperata da tutta la famiglia sia per dormire, usando giacigli di fortuna, sia come magazzino.
La cucina aveva l’essenziale, una madia per il pane, un tavolo con qualche panca e sedia impagliata, degli scaffali o ripiani usati per posare i generi alimentari. Nel soffitto si applicavano delle pertiche dove posare carne da stagionare e formaggi da maturare.
L’acqua in casa era conservata in contenitori di rame detti conconi o in recipienti di terracotta (cannata o ricciola), riposti su un ripiano in muratura. Nelle rare abitazioni più evolute, potevano essere presenti i fornelli per cucinare, ricavati in un piano in muratura alto circa 1,30 m costruito a ridosso di una parete, che venivano alimentati dalla brace della legna che ardeva nel camino, dove non mancavano la callarella (contenitore in rame per cuocere alimenti) e i tegami in terracotta (pignate e tiane). Il calzare più in uso era la ciocia, costituita da una suola in cuoio con due angoli ripiegati e uniti a formare la punta detta (ciafrocca), tramite una stringa in cuoio, lunga tre metri circa, larga due e spessa tre millimetri, consentiva di allacciare la calzatura alla caviglia. Questo modo di legatura era usato dai braccianti, mentre l’allacciatura intrecciata al polpaccio sino al disotto del ginocchio si portava nei giorni di festa, l’intreccio al polpaccio per le parsone benestanti era una consuetudine distintiva.
Il ceto basso non possedeva, né terre, né case, né masserizie, era gravato di tante tasse e veniva fatto vivere nell’ignoranza. Le famiglie erano normalmente composte da numerosi figli perché servivano braccia per lavorare, i più fortunati erano quelli che riuscivano ad entrare in convento.
Il bagno in casa non esisteva, il suo inserimento lo abbiamo in una fase di miglioramento economico, e per i bisogni fisiologici ci si rivolgeva all’ambiente circostante. E’ facile immaginare quali fossero le condizioni igieniche in cui i nostri antenati vivevano e, di conseguenza, contraevano malattie, oggi considerate completamente debellate. Molto spesso il contagio di infezioni mortali che colpivano maggiormente i bambini, faceva ridurre il livello della vita media. Non esistendo assistenza medica si curavano con quello che la natura metteva loro a disposizione. Queste conoscenze, favorite dalla presenza della vicina Abazia di Casamari, in particolare diffusa da frati originari di Santa Francesca, come il plurilaureato Don Giacomo Verrelli classe 1916, favorirono lo sviluppo della medicina popolare. Pertanto in ogni contrada era presente un esperto che in loco era definito “praticone o mago”. Questi univa le conoscenze scientifiche ricevute per preparare rimedi e medicamenti da erbe, da sostanze minerali, da sostanze animali, e aveva dimestichezza con le manipolazioni. Accanto alla terapia vera e propria impartiva formule magiche tramandate a voce, incantesimi, o più spesso invocazioni speciali, scongiuri ed esorcismi contro il malocchio, o più semplicemente oggetti portafortuna.
In merito alla ricerca relativa alla situazione nel 1924 a Santa Francesca non erano presenti farmacie, le più vicine erano al centro di Veroli e presso l’Abbazia di Casamari, che in quegli anni facevano molto uso di farmaci galenici.
La posizione e la conformazione geografica del territorio, posto lontano dai grandi centri urbani, ha fatto si che la modernità e il consumismo siano arrivati a piccole dosi, senza avere un’effetto dirompente nei confronti del tessuto sociale, della civiltà rurale e sulle tradizioni popolari. Ad esempio la meccanizzazione agricola è arrivata nella giusta dose per lo stretto funzionamento di una microeconomia. Specifica dell’agricoltura di montagna, costituita da piccoli appezzamenti di terreno per lo più ottenuti con terrazzamenti detti (cese) sorretti da muretti a secco, realizzati lungo i pendii delle montagne. Molti sono i manufatti che testimoniano mestieri dalle antiche origini che le persone svolgevano sfruttando tutte le risorse naturali del territorio, avendo sempre un corretto rapporto tra uomo e natura. L’attività dei pastori, dei boscaioli e dei carbonari costringevano questi uomini a vivere, per molti giorni, lontano dalle proprie abitazioni e a volte dalle loro famiglie; pertanto sotto il profilo logistico, era conveniente realizzare ricoveri temporanei nelle immediate vicinanze del luogo di lavoro, ove spesso realizzavano pozzi campestri che mediante un sistema di briglie convogliavano l’acqua piovana in un purgatorio di filtraggio e per caduta scendeva al loro interno. A tale usanza non sfuggivano neppure gli agricoltori in occasione della raccolta di alcuni prodotti quali il grano, il granturco, le patate e l’uva. I ricoveri silvo-pastorali in dialetto sono detti casaglini ed erano di due tipi lo stiro e il pagliaro. I primi hanno le pareti e copertura realizzate con pietre grossolanamente squadrate, aggettanti verso l’interno e convergenti in alto, si ritiene che, durante la loro realizzazione, per evitare il crollo delle pareti e del tetto, si utilizzassero tronchi di legna e fascine di frasche sovrapposte. Ad ogni anello di pietre, si aggiungeva uno strato di legna e fascine. Il pericolo di crollo cessava con la realizzazione della pseudo volta, completata con la posa a incastro di grosse lastre di pietra, fungendo da chiave di volta. I secondi si presentano con base di pietra e copertura straminea (stramma o taglia mani) o di paglia o di ginestra, posta a chiusura tra un palo e l’altro (A. Lamesi, Veroli in Agro. Pozzi, sorgenti, ricoveri agro-pastorali, boscaioli, carbonai, neviere e transumanza, Veroli 2011). Per fattori di deterioramento del materiale ligneo, solo gli stiri sono arrivati ai giorni nostri e per motivi di studio stanno riscuotendo l’interesse di storici e archeologi. Sono attestate testimonianze di braccianti agricoli, che da Veroli si spostavano per lavoro, nelle campagne dei comuni a nord di Frosinone e nella campagna romana. E’ il caso di Fernando Paniccia, nato il 12 ottobre 1944 e residente in contrada Case Sghera (Cirito) nella frazione di S. Francesca, quando cessò il lavoro con la ditta Iannarilli, nel secondo dopoguerra, per alcuni anni egli continuò a fare il legnaiolo e il carbonaio nei boschi di Cura di Vetralla (Viterbo). Qui risiedeva stabilmente per tutta la durata del lavoro vivendo in baracche fatte di tavole e fogli di carta catramata. Dopo alcuni anni è tornato in paese per dedicarsi al mestiere di pastore. E’ ricordato, assieme al collega Donato Cibba, per essere gli ultimi superstiti di un’antica tradizione, che ancora oggi per abbeverare le pecore al pascolo di alta montagna in località le Pratelle, realizzano due neviere. Un’altra testimonianza è di Pietro Pagliaroli, nato il 22 giugno 1956 e residente in contrada Fontana Fratta, allevatore di bovini e macellaio, ci riferisce che suo padre Raffaele (2 giugno 1912), era solito recarsi nel mese di giugno nelle campagne di Anagni con sei/otto suoi cavalli per effettuare la trita nelle are (aie). Dopo che le gregne di grano erano state disposte sull’aia, i cavalli affiancati venivano fatti girare in tondo in modo che i loro zoccoli potessero separare i chicchi dalla spiga. Alla fine della campagna era ricompensato non in denaro ma con prodotti agricoli quali grano, biada e fave. Nel passato sono attestati “cavallari” che, da Veroli, si trasferivano nelle grandi tenute della Campagna Romana: è il caso, ad esempio, per il 1784 della Tenuta della Bottaccia inclusa nella Parrocchia di Castel del Giudo lungo la Via Aurelia. (G. Rossi, L’Agro di Roma tra 1500 e 1800) Rurali, invece, sono documentati per l’area di Ardea nei Libri defunctorum conservati nella locale Parrocchia e che coprono gli anni dal 1756 al 1896; in questo caso si tratta di uomini più o meno giovani morti quasi sempre per infezione malarica, (G.Rossi). Gli agricoltori coltivavano anche il lino da tessitura lo glino, che pur abbisognando di terreni ben lavorati e non brecciosi si adattava al clima freddo di montagna. Al contrario non si coltivava il cotone perché non resisteva alle basse temperature, si usava per la tessitura ma le matasse provenivano da Sora. A Santa Francesca, come ricorda Gaetano Moroni alla metà del XIX sec., vi esistevano tre laboratori per la produzione di cappelli “ordinari”, probabilmente di paglia. Sempre lo stesso autore, evidenzia la ricchezza di capi ovini che permetteva lo sviluppo a Veroli di un florido artigianato di coperte e tappeti detti cialoni venduti anche sui mercati di Roma e dei Castelli Romani. (G. Moroni, Dizionario di erudizione storico- ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni, XCIV, Venezia 1859)
Testimonianze storiche ed archeologiche:
Santa Francesca Terra di Briganti: La presenza, del più stabile e duraturo confine d’Europa, quello tra lo Stato Pontificio e il Regno delle due Sicilie, ha influito sulla formazione del tessuto sociale, economico e culturale del posto. Il territorio della frazione rappresentava l’ultimo lembo dello Stato Pontificio a confine tra i due stati preunitari. A testimonianza del confine rimangono le colonnette lapidee o cippi che rappresentavano la linea di confine. Erano decorate con un giglio stilizzato borbonico e il numero progressivo (sul lato del Regno), le chiavi di S. Pietro e l’anno in cui sono state collocate (sul lato verso Roma). Al disopra una scanalatura rappresentava la linea di confine ed indicava dove trovare la precedente e la successiva. La linea di confine divideva i due Stati preunitari, ma non le popolazioni che vi abitavano. Esistendo un’integrazione profonda tra le famiglie dell’una e dell’altra parte del confine, gli scambi commerciali erano una prassi consolidata che, principalmente avveniva sotto forma di baratto. Pertanto lana, carne, olio passavano nel Sorano, ad Isola del Liri ed a Castelluccio (odierna Castelliri); di contro, ortaggi, granturco, vino e tessuti entravano nel Verolano. Lungo il confine rimangono i ruderi degli avamposti di linea presieduti dai militi di confine con compito di controllo militare e sulle merci, essi dipendevano dalla gendarmeria di Santa Francesca, che nel 1851, assunse il ruolo di dogana. Oltre alla presenza di un confine facilmente valicabile che consentiva di passare dall’una all’altra parte secondo le necessità, ciò che fece di questa zona l’area preferita come rifugio per i briganti, fu la vastità e la durezza del territorio dei Monti Ernici. Ancora si ricorda delle azioni del brigante Cedrone, di Domenico Foco, di Francesco Francescone, di Vincenzo Renzi, di Verrelli angelo Maria e di Pietro il Calabrese. Inoltre oggi il nome di molte contrade e alcuni soprannomi di persone ci ricordano uomini che furono nominati briganti: i Carinci, i Cerelli, i Baglione i Cocco, i Frasca, i Renzi i Trulli, i Marocco, i Pagliaroli, i Paniccia, i Lamesi, gli Aversa, i Baglioni ed i Quattrociocchi. Al brigantaggio originato dalla miseria in cui versava il ceto basso, nonché quello (Napoleonico) per il rifiuto al servizio militare obbligatorio imposto dal Governo francese, si aggiunse il brigantaggio sviluppatosi tra il 1860 e 1862. Quest’ultimo fu definito sia “antinazionalista” perché estremo tentativo per impedire l’unificazione d’Italia da parte dei Savoia e sia “legittimista” in quanto favorito dagli esuli borbonici rifugiatesi a Roma e dallo stesso Stato Pontificio. A guidare la reazione antinazionalista filoborbonica in questo settore fu chiamato Luigi Alonzi detto “Chiavone”. Egli era uno scaltro contrabbandiere e comandò un esercito regolare di 700 legittimisti, costituito da bande di briganti dislocati tra la Selva di Sora e Santa Francesca. In quegli anni pose il quartier generale a Case Cocchi, borgo sito alle falde del Monte Pedicino detto all’epoca Monte Favone, nell’abitazione della sua compagna Olimpia Cocco. Egli combattè per Francesco II di Borbone e Pio IX cercando onori e gloria per una vita migliore. Le sue origini non passarono inosservate e fu così che divenne l’agnello sacrificale per sigillare gli accordi sottoscritti tra le diplomazie piemontese, pontificia, francese e borbonica. La chiesa dovrebbe un risarcimento morale verso coloro che combatterono e morirono perché fedeli al loro re e al Papa. (A. Lamesi, La frontiera pontificia nel territorio di Veroli all’epoca del brigantaggio lealista, pubblicato sul periodico di cultura “Paese Mio” N° 6/7 del 2012).
Necropoli Romana : Il 25 settembre del 1947, in occasione dei lavori per la realizzazione dell’attuale Strada Provinciale, Veroli-Incoronata-Sora, in contrada Case Branca sita nella frazione di S. Francesca , furono ritrovati un sarcofago in pietra calcare locale anepigrafo, un tratto di basolato riferibile ad una strada romana, una colonna decorata con su scolpita un’aquila ad ali spiegate e un blocco sul quale era scolpito un trifoglio. Poche, confuse e forse anche molto fantasiose, sono le notizie riguardanti il sepolto ed il corredo tombale; di sicuro la descrizione del Prof. TRULLI, parla della presenza di uno scheletro, testimoni viventi anche di un corredo del defunto. Il sarcofago collocato dietro al monumento dei Caduti, in piazza San Martino a Veroli, dopo tanti anni di esposizione alla corrosione degli agenti atmosferici e all’incuria dell’uomo, con un intervento delicato è stato trasportato all’interno del Museo Civico e dopo il restauro il 15 giugno 2019, si è svolta la presentazione ufficiale. In anni a noi più vicini, sempre nel luogo dove fu ritrovato il sarcofago, in occasione di lavori agricoli furono rinvenute tombe in terracotta. Testimonianze orali da me raccolte, documentano la presenza di sei sepolture delle quali quattro realizzate con lastre di terracotta e due consistenti in anfore contenenti ossa di piccole dimensioni e, quindi, sicuramente riferibili a deposizioni di bambini. Altre due costituite da grosse tegole vennero alla luce nella tarda mattinata del 2 ottobre 1993, durante un violento temporale, le cui acque assunsero carattere torrentizio e di straordinaria violenza. Nel loro interno apparvero frammenti di un teschio, denti ed altre ossa di difficile riconoscimento che, in seguito all’intervento dei Vigili del Comune, furono trasferite nel locale Cimitero di Veroli. I frammenti dei tegoloni furono collocati all’interno di un grosso bidone per rifiuti, e depositato in uno stanzino della Biblioteca Giovardiana.
Acquedotto Romano: Dalla sorgente di S. Eremo, corruzione di S. Erasmo, dopo circa 2 km portava l’acqua ad una villa rustica di età medio-tardo repubblicana in località la Chiusa. La caratterizzano due brani di pavimentazione, di cui uno realizzato secondo i dettami dell’opus spicatum, con l’uso di mattoncini posti a coltello e uniti da malta cementizia e a seguire il secondo realizzato con grossi mattoni. I tratti di acquedotto scavati nella roccia presentano un incavatura, di forma rettangolare dove scorreva l’acqua. Al disopra un secondo taglio più largo del sottostante, serviva per la posa di lastre di pietra a modo di coperchio, per impedire che detriti o materiali organici sporcassero l’acqua. Le ricognizioni di superfice condotte lungo il corso dell’acquedotto e nei terreni adiacenti la villa agreste, hanno portato al ritrovamento di numerosi frammenti vascolari e laterizi, chiodi in ferro dalla testa grande, fusioni di piombo derivanti da riparazioni di piccole crepe e fori dei recipienti in terracotta, dello stesso metallo sono fatti due pesi. Anche il bronzo è stato ritrovato sotto forma di monete “giano bifronte”, due piccole porzioni in bronzo appartenenti a statuette, piccoli oggetti di ornamento personale e accessori per suppellettili dell’abitazione. I reperti, il giorno 4 aprile 2019, sono stati opportunamente consegnati nelle mani dell’Archeologa Daniela Quadrino della Sovrintendenza Archeologica di Frosinone, per essere collocati nel Museo Civico di Veroli.
Eremi: Inoltre ricordiamo che nel territorio di Santa Francesca si era sviluppato un importante fenomeno eremitico del 1000-1100, testimoniato con la presenza di una dozzina di Eremi. Tra essi quello de San Benedetto e di San Cesareo collocati all’inizio della valle del torrente Amaseno Ernico, l’uno prospiciente all’altro, ci riportano alla figura di San Domenico da Foligno, per avervi soggiornato prima di dirigersi a Trisulti, dove fondò l’antico monastero con la chiesa e a San Nicola un monastero femminile. Lasciò Trisulti alla volta di Sora dove eresse l’abbazia di San Domenico sulle rovine della villa di Cicerone. Gli eremi furono intensamente frequentati dai briganti, e durante la lotta al brigantaggio nel 1870, furono fatti saltare con barili di polvere da parte dei piemontesi, per impedire che fossero usati come rifugi. Nonostante ciò oggi possiamo ammirare la bellezza dei luoghi e le imponenti rovine.
Villaggio del Bronzo: Infine desidero citare la presenza di un villaggio fortificato del Bronzo medio sulla sommità di Monte Castello (oggi più noto come La Croce). Casualmente mentre eseguivo lo studio del territorio per la realizzazione del volume Veroli in Agro, nel novembre del 2010, feci il ritrovamento di un’ascia rituale di bronzo con margini fortemente rialzati, tallone diritto caratterizzato da un incavo appena annunciato con piccolo occhiello. Con successive esplorazioni e osservazioni di superficie rinvenni la punta di una freccia sempre in bronzo. Sul falsopiano un’attenta ricognizione dei massi allineati disposti circolarmente, identifica sei strutture. Probabilmente rappresentano le basi di antiche costruzioni, su cui si alzava la copertura lignea costituita da pali e chiusa con materiale vegetale. Il falsopiano a Nord e Sud è protetto da strapiombi naturali di roccia, mentre i lati Est e Ovest sono difesi da mura poligonali in gran parte crollate. In prossimità degli strapiombi a Nord è collocato un grande blocco calcare, si presenta di forma parallelepipeda rettangolare. Il blocco dal peso stimato di circa 12 quintali, risulta staccato da terra di circa cm 20, essendo poggiato su quattro piccoli massi disposti agli angoli della faccia inferiore. Si ipotizza che potesse fungere da altare rituale. Un’attenta esplorazione sul falsopiano che alla base del dirupo meridionale, ha portato al ritrovamento di numerosi frammenti vascolari riferibili a contenitori per uso domestico. Un interessante ritrovamento è rappresentato da un frammento di ossidiana a forma lanceolata, avente un bordo tagliente che presuppone l’uso di utensile, probabilmente proveniente da Lipari. L’ascia e la punta di freccia sono stati opportunamente consegnati, nelle mani del sindaco di Veroli prof. Giuseppe D’Onorio e del segretario comunale dr. Lucio Pasqualitto: i due reperti sono ora esposti nel Museo Archeologico Comunale.
Culto e folclore: L’attuale chiesa della frazione di Santa Francesca è il risultato dell’accorpamento di due chiese, una più antica dedicata a Santa Francesca Romana e una più recente la chiesa della Madonna Assunta. La prima, come ricorda un’epigrafe, oggi scomparsa, collocata a memoria dell’avvenimento, fu posta la prima pietra il 28 ottobre 1632 dal vescovo di Veroli, mons. Vincenzo Lanteri (particolarmente devoto alla santa romana: nel 1601 cantò messa sulla tomba della santa, celebrata il 9 marzo, giorno anniversario della sua morte). Le spese per la costruzione della chiesa, del suo ornamento e della sua dotazione, furono sostenute da Alessandro De Gasperis ( nobile famiglia verolana con legami di parentela più o meno stretti con quella dei Ponziani), con l’aiuto di Vespasiano Pinciveri, in onore di Santa Francesca Romana, culto diffuso dal vescovo di Veroli (dal 1471 al 1503) Giovanni paolo Ponziani, nipote della santa. Nel 1702 mons. Domenico De Zaulis fece erigere la seconda chiesa di Santa Maria Assunta in cielo. Dal 1965 nella frazione si svolge la Sagra della Crespella in occasione dei festeggiamenti per Santa Francesca Romana (9 marzo). La sagra è una festa folcloristica che nel tempo ha assunto una propria configurazione e la kermesse prevede la sfilata di carri folcloristici rigorosamente trainati da animali, che offrono uno spettacolo originale, con la rappresentazione di momenti di vita della comunità dell’ottocento, articolati in quadretti di vita vissuta della civiltà contadina, nei quali il dialetto è la riproposizione principale. Durante la sfilata tutti indossano i tradizionali abiti ciociari, dai variegati colori e dalle vezzose rifiniture ed ininterrottamente con gli organetti, cutocuto e martelletto si sfidano con maestria a suon di note di ballarella, accompagnati da canti popolari e stornelli a dispetto in stretto vernacolo verolano, sino a tarda notte. L’organetto è lo strumento principe, che per tradizione viene regalato dai nonni ai nipoti ancora infanti e durante l’anno, le sue note riecheggiano da tutte le contrade. Durante la sagra, una squadra di massaie (crespellare) si prendono cura della cottura delle crespelle e con sincronia e maestria, dalle loro mani nasce il gustoso capolavoro. La crespella è un’ordinaria frittella, di forma anellare irregolare, che si ottiene impastando la farina di grano con lievito naturale, acqua e sale sufficienti ad ottenere una pasta tipo quella del pane, che viene fritta in olio di oliva bollente. La crespella ha origini antiche, perché si facevano durante la raccolta delle olive per provare il nuovo olio. Esse racchiudono tutto il sapore di un tempo passato, quando alla sera, le famiglie si riunivano intorno al caminetto acceso.

Santa Francesca 26.06.2019                                                        Achille Lamesi

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