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Abbiamo adottato un alberello abbandonato

14/01/2018.    Ogni tanto fa bene raccontare storie belle come quella che ha visto protagonisti alcuni amici di Lamasena  che,  da  Roma,  sono riusciti a recuperare e ritrapiantare un alberello di Natale abbandonato.

La storia è iniziata  qualche giorno fa presso un cassonetto in un quartiere  centrale  di Roma dove un amico di Lamasena vi ha scorto un piccolo abete abbandonato da qualcuno che, evidentemente,  ha voluto disfarsi frettolosamente  di un alberello di Natale diventato – improvvisamente –  ingombrante.

Come nelle storie a lieto fine,  il nostro amico ha coinvolto un altro compagno di  viaggio a cui ha chiesto di adoperarsi per cercare una nuova casa per l’alberello che, nonostante tutto, sembrava godere di buona salute.  Nel frattempo,  al gruppo di salvataggio si sono unite altre  amiche che, insieme,  sono riusciti  a trovare la sospirata  nuova casa dove l’alberello ha potuto mettere su nuove radici e nuova vita.

La nuova dimora è stata trovata in Ciociaria, per cui l’alberello  ha dovuto viaggiare –  questa volta in buona compagnia  – un bel tratto di strada che lo ha condotto fino alla   chiesetta di Sant’Onofrio,  a Monte San Giovanni Campano, dove  gli amici  di Lamasena hanno potuto trapiantarlo e accudirlo. In questa nuova casa, l’alberello  potrà, così,  crescere tranquillamente senza il timore di diventare il capriccio del momento di qualcuno e senza più il rischio di essere abbondonato ogni volta che  chiude il sipario della festa.


 

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L’approccio del circolo Lamasena all’Agricoltura Organica Rigenerativa

Su iniziativa di alcuni soci del Circolo Legambiente Lamasena, Laura Quattrociocchi affiancata da Luca Pupparo, e Giuliano Patrizi, è stato realizzato un incontro tra il coordinatore tecnico di Deafal ONG, Matteo Mancini e la società cooperativa “La Ciera dei Colli” di cui Giuliano Patrizi ne è socio. La Ciera dei Colli, che da quasi due decenni opera sul territorio di Monte San Giovanni Campano si pone tra gli obiettivi, quello di conservare e valorizzare le tradizioni olearie delle colture di ulivi principalmente della varietà autoctona “ciera”presenti, migliorando così le condizioni culturali, economiche e professionali dei soci che ne fanno parte e del territorio che li circonda. Oggetto dell’incontro è stato un corso dedicato all’Agricoltura Organica e Rigenerativa, con risvolti di applicazione pratica allo stabile della società cooperativa monticiana, luogo di incontro delle parti. Molti sono stati gli interessati che hanno partecipato al corso, provenienti da diversi comuni limitrofi alla realtà monticiana, tra cui Veroli, dalla stessa e da comuni anche distanti come Roma.
Deafal (Delegazione Europea per l‘Agricoltura Familiare di Asia, Africa e America Latina) è una ONG costituita nel 2000 ma operativa in modo informale già dal 1998, che promuove lo sviluppo rurale e ha come obiettivi:

  • l’emancipazione e lo sviluppo umano, sociale ed economico dei piccoli produttori agricoli e delle categorie più vulnerabili dei Paesi del Sud e del Nord del mondo, in una logica di cooperazione Sud-Sud e Sud-Nord, oltre che Nord-Sud;
  • la tutela ambientale e la salvaguardia della biodiversità nei Paesi del Sud e del Nord del mondo;
  • la promozione della sicurezza e della sovranità alimentare nei Paesi del Sud e del Nord del mondo.

Per l’Associazione il miglioramento delle condizioni di vita dei produttori agricoli, l’autodeterminazione alimentare delle comunità e la tutela del territorio e dell’ambiente passano attraverso la promozione di un’agricoltura che preservi la biodiversità, rispetti i cicli naturali e riduca la dipendenza iniqua dei produttori dal mercato; in questo senso si riserva un’attenzione particolare alla diffusione delle metodiche dell’ Agricoltura Organica e Rigenerativa, in quanto perfettamente rispondenti alle caratteristiche citate.
Deafal è accreditata al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, riconosciuta dalla Regione Lombardia, iscritta al Registro Provinciale delle Associazioni di Milano, accreditata al Comitato Cittadino per la Cooperazione Decentrata del Comune di Roma, e iscritta al Registro regionale delle associazioni della Regione Marche.
È socia di CoLomba, COoperazione LOMBArdia, e membro del tavolo Educazione alla Cittadinanza Mondiale di CoLomba Attraverso CoLomba è socia dell’Associazione ONG italiane. Inoltre è socia di Marche Solidali (Coordinamento delle Organizzazioni Marchigiane di Cooperazione e Solidarietà Internazionale) [Fonte Deafal ONG, www.deafal.org ].
A partire da questi presupposti, è stato promosso dai soci sopracitati,  il corso sull’Agricoltura Organica e Rigenerativa, svoltosi presso la sede della società cooperativa “La Ciera dei Colli”, in cui è stato possibile applicare direttamente attraverso le materie prime presenti, i principi dell’Agricoltura Organica (Figura

Figura 1: Partecipanti al corso

Il docente Matteo Mancini (Figura 2), laureato in Scienze Forestali e Ambientali presso la facoltà di Firenze, dopo anni di lavoro intercorsi tra America del Sud e Africa, si è specializzato in Messico in “Agricoltura Organica, disegno Keyline e Cromatografia”. Dal 2009 è Coordinatore tecnico e Consigliere di Deafal ONG, sede di Milano, per la quale si occupa di formazione e assistenza tecnica in tematiche e applicazioni di Agricoltura Organica Rigenerativa, offrendo questi servizi alle aziende agricole e privati che ne fanno richiesta.

Figura 2: Matteo Mancini

Nella prima parte del corso è stata delucidata la composizione del terreno, facendo riferimento in particolare ad una tecnica di analisi qualitativa del suolo, la cromatografia circolare su carta, la quale permette di discriminare oggettivamente, le diverse componenti del suolo diluite in idrossido di sodio, sulla base della loro diversa affinità manifestata nei confronti del nitrato di argento impregnato su carta da filtro. Si può generalizzare l’esito di una analisi cromatografica circolare affermando che suoli poco o per niente fertili, mostrano un cromatogramma (Figura 3) in cui le diverse componenti si presentano ben stratificate, in cui sono evidenti gli accumuli di componente minerale a peso molecolare maggiore vicina al centro, segue la sostanza inorganica, quindi la sostanza organica a peso molecolare inferiore e infine, di rado esclusivamente nei terreni a maggior fertilità è possibile osservare la presenza di attività enzimatiche di origine microbiologica, le quali si separano lungo i confini della corsa circolare cromatografica terminale. Suoli molto fertili al contrario generano cromatogrammi molto più omogenei in cui è difficile distinguere le diverse componenti del suolo se non una chiara presenza della attività microbica. Un’attenta lettura e valutazione dei cromatogrammi spesso arricchisce di molte più informazioni oltre che alla semplice indicazione di fertilità dei suoli, rispecchiano infatti lo stato di salute di questi ultimi, la qualità dei composti, l’abbondanza o meno di un componente rispetto ad un altro, le trasformazioni in atto, lo stato di mineralizzazione, la struttura del suolo e molte altre. Inoltre è necessario associare all’analisi cromatografica, un’analisi chimico-fisica del suolo, in modo da ottenere un’analisi completa e dettagliata dello stato di salute del terreno.


Figura 3: Esempio di cromatogramma di un campione di terreno (Fonte: http://www.biodin.com)

Durante il corso è stato disciolto un dubbioso interrogativo su quale ruolo abbia la pratica di irrigare le coltivazioni con acqua e letame diluito,  la cosiddetta “acqua grassa”, un’azione assai diffusa in passato quando la disponibilità di letame era alta e quando la concimazione minerale chimica era poco applicata. Questa pratica ha un ruolo primariamente fertilizzante e fa perdere la funzione ammendante del letame come tale; quindi l’uso “dell’acqua grassa” come fertilizzante è positivo, ma si deve essere coscienti che viene persa la capacità ammendante del letame, ovvero di strutturazione del suolo, che avrebbe se il letame fosse utilizzato come tale. Se si vuole eseguire un’operazione di concimazione organica come questa, basterebbe utilizzare del letame avicolo ad esempio (il più ricco in azoto), ma bisognerebbe diluirlo in molta acqua per evitare ustioni all’apparato radicale delle piante. In alternativa sarebbe più sicuro un altro tipo di fertilizzazione organica, come quello di diluire circa 4-5 kg di compost in 100 litri di acqua e poi procedere con l’irrigazione.
Viene definito compost il prodotto stabile e ad alta fertilità di degradazione della sostanza organica, ricco in carbonio e azoto, ad alto potere ammendante, capace dunque di cambiare significativamente la struttura del suolo. Tra le esigenze nutrizionali delle piante infatti, gioca un ruolo fondamentale la presenza della sostanza organica (SO), ossia tutta la materia morta di derivazione vivente, vegetale e animale, ricca in carbonio. L’SO diventa utile quando non entra a far parte dei processi di putrefazione, bensì quando subisce una degradazione ossidativa ad opera dei microrganismi colonizzatori del suolo. La sostanza organica quando decomposta a minerali sotto forma di ioni e sali dai microrganismi presenti nel terreno (batteri, protozoi, funghi), è resa disponibile all’assorbimento radicale  e può pertanto solo in questa forma essere assunta dalle piante. In particolare al processo di degradazione della SO segue quando possibile, un processo di riorganizzazione e polimerizzazione di questa, a formare l’humus, che rappresenta esattamente

la frazione di SO decomposta e derivata dall’attività di sintesi microbica, opportunamente riorganizzata e assemblata insieme a particelle minerali, sostanze a questo stadio biodisponibili per l’assorbimento radicale. Quando un terreno è ricco di SO, riesce oltre ad essere fertile, a trattenere meglio l’acqua e quindi a diminuire la perdita di acqua dopo una pioggia o a seguito di un’irrigazione, attraverso il percolamento nel sottosuolo. L’1% di SO riesce a trattenere infatti 200’000 litri di acqua per ettaro di terreno.
Immediatamente dopo la decomposizione della materia morta derivata dagli esseri viventi vegetali e animali, vi è la fase di miscelazione meccanica delle sostanze derivate dal primo processo di decomposizione, promossa da invertebrati soprattutto lombrichi, i quali “impastano” la frazione minerale del suolo, con la frazione organica in decomposizione.
Fondamentale è questa fase di lavoro dei lombrichi in quanto preparano il terreno alla fase successiva di sintesi enzimatica in cui i batteri e soprattutto funghi completano attraverso l’azione enzimatica, la destrutturazione del materiale organico che viene completamente degradato a sostanze organiche semplici quali amminoacidi, zuccheri, vitamine, i quali possono essere sottoposti a ulteriore decomposizione e definitiva mineralizzazione (Figura 4).

Figura 4: Ciclo di decomposizione della SO, e mediazione dei lombrichi delle sostanze degradate verso la microflora[Fonte: http://www.verdeepaesaggio.it]

Gli elementi chimici ormai inorganici rilasciati dal processo di mineralizzazione, quali ferro, azoto, zolfo, potassio, nichel e tutti quelli presenti nella materia organica vivente di provenienza, sono ormai solubili e quindi dilavabili in acqua e disponibili all’assorbimento dalle radici delle piante. Per avvenire la sintesi dell’humus invece, durante la fase di sintesi enzimatica, altri microrganismi, se in presenza di opportune condizioni di umidità, temperatura e ossigenazione, possono utilizzare e trasformare le sostanze organiche intermedie fino a contenere un rapporto di carbonio e azoto (rapporto C/N) con valore compreso tra 10 e 25. Quando il rapporto C/N raggiunge questi valori, permette al prodotto delle trasformazioni biochimiche della sostanza organica, di essere definito humus. L’humus così formato è detto solubile, in quanto ancora a rischio di andare incontro al fenomeno di mineralizzazione, cioè alla scomposizione delle molecole organiche in elementi inorganici (ferro, azoto ecc…). Per evitare di andare incontro a mineralizzazione, l’humus deve essere stabilizzato, per addizione dei composti umici solubili all’argilla. Quando i composti umici si legano all’argilla presente nel terreno, si formano dei complessi argillo-umici stabili, resistenti al dilavamento da acqua piovana e più resistenti alle temperature, permettendo così all’humus stabile di rilasciare progressivamente e nel tempo le sostanze minerali alle piante. L’humus stabile rappresenta dunque un accumulatore di fertilità. I processi biochimici che avvengono nel terreno, fluiscono in eventi microbiologici che portano alla continua formazione e smantellamento dell’humus; si passa infatti dalla decomposizione della sostanza organica, attraverso un’intensa attività di sintesi alla formazione dell’humus, che a sua volta si consuma attraverso la mineralizzazione delle molecole umiche organiche, in elementi inorganici necessari alla nutrizione delle piante. Questo ciclo avviene continuamente nel tempo, persiste il consumo di humus con la mineralizzazione e dunque persiste la necessità di reintegrare continuamente la sostanza organica al terreno. Oggi, nell’era della concimazione chimica, si assiste ad un blocco sempre più frequente di questo ciclo naturale di formazione e smantellamento dell’humus. La sostanza organica non riesce a depositarsi in maniera sufficiente, perché ad esempio gli erbicidi vanno a bloccare la crescita di molte specie di piante spontanee che all’uomo danno fastidio, le infestanti, che sarebbero invece tornate utili in natura perché avrebbero concimato gratuitamente il terreno, fornendo cosi SO di origine vegetale. Ancora i terreni sono poveri di SO perché sottoposti ad una continua azione meccanica di trinciatura delle erbe per liberare il terreno dalle infestanti e prepararlo alla coltivazione di una o poche colture oppure semplicemente per renderlo esteticamente bello, simile ad un campo da golf. Inoltre i terreni sono poveri di fertilità perché e soprattutto con la pratica della concimazione chimica, seppur presente la SO da decomporre, questa ormai non è più velocemente degradabile come avviene invece nei terreni non sottoposti a concimazione chimica. Semplicemente, ciò che avviene è uno sbilancio energetico, che porta tutti i processi microbiologici naturali a non avere di continuo la possibilità di attivare tutti i meccanismi necessari per la trasformazione della SO.  Fornendo infatti il concime, si hanno già i minerali a disposizione e quindi nelle attività del suolo, vengono inibiti tutti i processi che portano alla liberazione dei minerali a partire dalla SO. La concimazione chimica dunque può essere considerata una sorta di alimentazione artificiale forzata della pianta, che inibisce tutte quelle trasformazioni biochimiche del terreno volte allo smantellamento della SO in decomposizione e successiva sintesi dell’humus e quando fornita, accelera i meccanismi che mettono a disposizione il nutrimento nella pianta stessa, ma impoveriscono la pianta costringendola a nutrirsi di soli pochi nutrienti (aggiunti con i concimi) rispetto ai circa 30 minerali necessari per il sostentamento di un buono stato di salute, debilitandola anche dal punto di vista della difesa contro i patogeni in quanto malnutrita.
Le piante si nutrono di minerali derivati soprattutto dalla decomposizione della SO e probabilmente, nuove evidenze scientifiche suggeriscono che riescano ad assorbire anche molecole più complesse della SO, quali ormoni; quindi più la SO è abbondante e decomposta e più la pianta riesce a nutrirsi bene e quindi a potenziare quelle che sono la crescita dell’apparato fogliare, la fruttificazione e la resistenza ai patogeni. In uno studio sperimentale condotto proprio dal Dottor Mancini, si è visto che spesso la resistenza ai patogeni tende a migliorare quando lo stato nutrizionale della pianta è in buone condizioni, ad esempio aggiungendo al terreno un biofertilizzante. Nello studio eseguito in Toscana su colture di vite (Vitis vinifera spp.) infatti, il confronto del terreno di controllo con il terreno trattato con biofertilizzante ha mostrato un aumento della resistenza al patogeno fungineo Peronospora sp. del 50%, mentre nel terreno trattato con i classici agenti chimici fungicidi a base di rame e zolfo, ha mostrato una resistenza pari al 90%; ciò sta a significare che il più efficace nei confronti dell’infezione funginea, è stato indubbio il trattamento chimico, ma il trattamento a base di biofertilizzante non è risultato indifferente alla pianta, ha permesso altresì di proteggere dall’infezione di Peronospora sp. il 50% della popolazione di vite oggetto di studio, mostrando dunque un effetto potenziante la resistenza all’infezione dal fungo.
Alla lezione teorica è seguita la parte applicativa (Figura 5), in cui è stata spiegata l’importanza della scelta delle materie prime da selezionare, prima di tutto sulla base della disponibilità della realtà aziendale. Nel nostro caso, all’interno del frantoio della Ciera dei Colli, sono stati prelevati volumi di sansa e cippato di olivo, i quali addizionati a letame, carbone e cenere sono stati opportunamente elaborati fino ad ottenere un primo immaturo compost, al quale viste le temperature rigide della stagione invernale, è stato addizionato un inoculo di lievito liofilizzato risvegliato in acqua tiepida zuccherata.

 

Figura 5: Produzione del compost all’interno della Ciera dei Colli

Secondo gli studi del Dottor Mancini e colleghi, attraverso analisi chimico-fisiche e cromatografiche di diversi compost, i risultati migliori con un compost a più alto potere fertilizzante, si ottengono addizionando un 60% di sansa, un 30% di cippato e un 10% di letame. La sansa in questo caso, funge da principale fonte di carbonio, ma può essere sostituita a seconda della materia prima disponibile, per l’appunto anche da paglia o residui alimentari ad esempio. La seconda condizione affinché si generi un buon compost è la presenza di cippato, originato ovvero da potature tritate con una cippatrice; il cippato infatti oltre a rappresentare anch’esso una fonte di carbonio, funge da strutturante donando resistenza al compost. Come descritto precedentemente nella definizione di compost, è necessaria una fonte di azoto, che si può ottenere ad esempio dal letame di animali da allevamento, in quanto prodotto comune di escrezione, ma anche da tessuti di questi, derivanti ad esempio dagli scarti di macellazione, come pelle, artigli, corni, ossa e così via. Si può migliorare ulteriormente la qualità del compost aggiungendo carbone vegetale, combustibile ottenuto dal processo di carbonificazione della legna in presenza di limitate quantità di ossigeno. Il carbone, ricco di proprietà, funge da spugna naturale per trattenere acqua e metalli pesanti,rappresenta un habitat per i microrganismi del suolo e ha potere tamponante sulle variazioni di pH che avvengono nei terreni acidi e basici. Può inoltre essere prodotto facilmente a livello industriale. L’addizione al miscuglio di cenere, prodotto finale solido della combustione della legna, ricca in sali minerali, soprattutto carbonati e ossidi, a pH fortemente basico, rappresenta un’ottima soluzione fertilizzante per tutti quei terreni di natura acida che caratterizzano la maggior parte del territorio Ciociaro. In alternativa in presenza di terreni basici, al posto della cenere, può essere utilizzata ad esempio farina di roccia di natura acida in quanto le rocce estratte per produrla sono di origine vulcanica.
Vengono stratificati questi componenti l’uno dopo l’altro fino a formare un bel cumulo di circa 1-1,5 metri di altezza ideale, e si lasciano a reagire, dopo opportuna valutazione sensoriale della quantità di acqua presente nel miscuglio di compost immaturo. Se l’acqua nel cumulo non è sufficiente, si potrebbe aggiungere persino l’acqua di vegetazione, altro importante scarto di produzione dei frantoi, la quale verrebbe prontamente degradata dai microrganismi presenti. Ciò potrebbe rappresentare una valida modalità di riciclo di questa acqua, certo non in quantità industriali, ma comunque una alternativa di uso valida dal punto di vista ecologico. Successivamente alla valutazione sensoriale della presenza di acqua, si lascia il cumulo al riparo sotto una tettoia oppure coperto da un telo per evitare che si arricchisca di acqua e quindi vada in putrefazione.  Durante le prime due settimane di reazione, si monitora la temperatura del cumulo, e questa dovrebbe raggiungere una temperatura ottimale di circa 65^C entro le due settimane. In questa fase di igienizzazione, all’interno della quale tutti i batteri nocivi ad esempio quelli che promuovono la putrefazione del compost, vengono debellati dalla forte temperatura, su azione dei batteri utili, è necessario capovolgere e miscelare di continuo il cumulo per evitare che la temperatura ecceda oltre questo valore. Dopo circa 3-4 settimane di reazione, si va incontro alla fase di stabilizzazione del compost, in cui intervengono i funghi e non è più necessario miscelare il compost in quanto la temperatura sarà diminuita al di sotto dei 40^C.  Si raggiunge la fase di maturazione finale dopo due mesi dalla formazione del cumulo, nella quale vengono richiamati i lombrichi, i quali vanno a colonizzare il compost ormai maturo, aumentandone la qualità.
In un terreno fortemente debilitato, povero di nutrienti, per niente fertile, si può somministrare compost maturo alla quantità di 500 quintali per ettaro per anno. Dopo circa 2-3 anni di somministrazione, dovrebbe riacquistare la fertilità, salvo altre condizioni. Una volta recuperata la fertilità del terreno, questa può essere mantenuta somministrando circa 200 quintali per ettaro per anno. Le raccomandazioni del Dottor Mancini inoltre si soffermano sul periodo di applicazione del compost tramite uno spandiletame, preferibilmente entro Gennaio-Febbraio, per piantumazioni che interessano Marzo-Aprile. Si può spandere il compost direttamente sul prato, e poi erpicarlo a poca profondità con un erpice, anche sul suolo sottostante ad un uliveto. È sconsigliato l’uso della fresa. Bisognerebbe poi innaffiare per circa 1 ora a intervalli di 3 giorni il terreno addizionato di compost, in quanto grazie alle capacità di quest’ultimo, il terreno diventa anch’esso capace di trattenere meglio l’acqua. In terreni scarsamente o per niente fertili invece si è costretti ad irrigare con grandi quantità di acqua, in quanto questi sono privi di capacità di ritenzione di questa risorsa. L’uso di compost quindi riduce la perdita di acqua, comportando sia un guadagno in termini della risorsa, sia una diminuzione dei consumi necessari ad applicarla, evitando così inutili sprechi. Ulteriori nozioni sono state fornite dal Dottor Mancini, in merito alla funzione e utilità dei sovesci con colture di copertura, come farro, veccia, trifoglio bianco, sulla, orzo, grano e di come praticarli; come eseguire un pascolamento razionale, senza evitare il sovrapascolo, come riprodurre e diffondere microrganismi utili come preparati fogliari per proteggere l’attacco dei patogeni, o come corroboranti ad azione biostimolante e potenziatrice della resistenza delle piante ai patogeni oppure come pre/pro-biotici per gli animali. Sono state fornite anche nozioni importantissime su come ottimizzare la distribuzione dell’acqua, da aree fortemente ricche, ad esempio adiacenti ad un corso d’acqua, torrente o canale di irrigazione, verso aree aride, attraverso la realizzazione delle curve di dislivello del terreno, altresì definite “disegno Keyline” o “linee a chiave”.
Per il frantoio La Ciera dei Colli e tutti i partecipanti del corso, questa esperienza sicuramente avrà acceso dei lumi di presa di coscienza, su come l’agricoltura organica rappresenti la chiave di volta del futuro, visti gli sfruttamenti agricoli a cui i terreni attuali sono sottoposti dalle monocolture, dalla concimazione chimica, dall’ eccessiva meccanizzazione dell’agricoltura, dalla riduzione del pascolamento animale e non da ultimo dall’inquinamento generalizzato della biosfera. Potrebbe diventare l’unica soluzione di miglioramento ecologico, conveniente anche dal punto di vista economico, chiudendo il ciclo produttivo
delle materie prime, che attraverso gli scarti vengono elaborate a fornire nuove materie prime, potrebbe innescare una nuova “rivoluzione agricola” a stampo ecologico, la quale ha più possibilità di successo se innescata “dal basso”, dai contadini stessi, che dovrebbero osservare con razionalità quello che la natura offre, essere in grado di sviluppare azioni più salutari per se stessi e l’ambiente che li circonda in modo da garantirne la perpetuabilità naturale, ed essere impassibili di fronte agli stimoli poco ecologici dettati dai gruppi di potere.

Dott.ssa Sara Leo

Sinergia tra i Cavalieri dei Monti Ernici e il circolo Legambiente Lamasena

Domenica, 26/novembre, si è svolta una escursione a cavallo, organizzata dall’ASD Cavalieri dei Monti Ernici, che ha visto fare tappa presso la sede operativa del circolo Legambiente Lamasena a Scifelli.
La sosta presso la sede del circolo a Scifelli ha voluto dare testimonianza di un sodalizio nato tra le due associazioni che intendono mettere insieme le proprie risorse sia per monitorare il territorio al fine d’individuare più agevolmente le criticità ambientali e sia per vitalizzare la conoscenza e la riscoperta delle bellezze naturalistiche e storiche del paesaggio pedemontano dei Monti Ernici.
Quest’ultimo obiettivo potrà concretizzarsi attraverso il ripristino congiunto di antichi tratturi e sentieri che permettono di cogliere ed apprezzare quelle ricchezze ambientali di cui è ricca la Ciociaria.
Domenica scorsa più di 50 cavalieri, provenienti dai comuni di Monte S. G. C. , Veroli, Fondi, Arpino, Pofi, Ceccano, Arce, Castro dei Volsci, Avezzano, Sezze e Boville Ernica , hanno percorso i sentieri che da Casamari conducono a Scifelli , passando sotto gli archi dell’acquedotto romano dell’Abbazia prima di immettersi sul percorso del greto del torrente Amaseno che li ha guidati fino a
Scifelli. Qui sono sono stati accolti dai soci dell’associazione Lamasena con cui hanno condiviso un momento di convivialità ed incontro prima di riprendere il cammino in direzione Bagnara. Il sodalizio tra Lamasena e i Cavalieri dei Monti Ernici è stato propiziato da Silvestro Savone ed Alessandro Palmigiani dell’ASD che, nella loro veste anche di soci Lamasena , hanno avvicinato le due associazioni che trovano, così, una nuova sinergia per meglio proteggere e apprezzare l’ambiente anche dal punto di vista della sua fruibilità e godibilità.
Un ringraziamento particolare va al presidente dei Cavalieri dei Monti Ernici, Fabio Fieri , per la sua sensibilità sul progetto di coniugare il rispetto per l’ambiente e la passione per lo sport equestre.
Come si dice in questi casi.. Buona la prima!

 

Fregellae

Politica del tempo. Anni ’70, sull’altopiano  si affacciano, come marziani, un giovane professore ed i suoi studenti. Sono a caccia di antiche mura, e gli abitanti del luogo osservano incuriositi questa pacifica invasione di campi, mentre i contadini sanno, per aver rivoltato tante volte la terra con i loro aratri.

Su quelle terre di due comuni, Arce e Ceprano, erano previsti programmi edilizi per nuove case, ma il giovane professore con i suoi studenti trovò  quelle antiche, anzi le tracce di una grande città, forse la più importante a sud di Roma, di cui si sapeva da  tempo. Da quel momento per gli abitanti del luogo e per gli amministratori, quegli archeologi, sempre più numerosi, erano diventati un “pericolo”. Ma il giovane professore, che sapeva e che voleva, riuscì ad ottenere il vincolo archeologico sull’area dell’antica Fregellae.

Sul sito hanno sudato in migliaia, il giovane professore, ricercatori e studenti  provenienti da tutto il mondo, unito per la grande occasione, e così l’antica città prendeva forma, anno dopo anno, per 25 anni; oggi si dice che Fregellae sia più conosciuta all’estero di quanto lo sia in Italia.

Dormivano nelle scuole, si cucinavano il cibo da soli, si conoscevano e trascorrevano le vacanze estive a Ceprano e Arce per un unico, grande  scopo, riportare alla luce qualcosa della città che tutti dicevano fosse più grande di Pompei, come in effetti è, quanto a superficie urbanizzata, circa 90 ettari contro i 60 circa della città vesuviana.

Fregellae, la colonia romana che visse solo 200 anni tra il quarto ed il secondo secolo a.C., fu  il prototipo di molte cose, che poi avrebbero avuto  grandi repliche nel mondo romano successivo,  come le terme,  le più antiche della storia romana.

Ad Arce è stato scavato non molto più del 10% del totale, alcune porzioni sono state ricoperte per preservarle, mentre sono stati investiti molti soldi per la cosiddetta “musealizzazione all’aperto” di quanto emerso nei 25 gloriosi.

A Ceprano, dove negli ultimi anni si è manifestata una ripresa di interesse per il  Museo Archeologico di Fregellae “A.Maiuri”, pochi sono i reperti visibili  mentre la maggior parte sono chiusi in magazzino in attesa di spazi museali idonei.

Sugli scavi di Fregellae, l’antica colonia romana, sicuro centro di riferimento per tutte le altre del Basso Lazio, è calato l’oblio.

Ing. Aldo Cagnacci

Monte Castello , presso Santa Francesca Romana

Nel novembre 2010, una campagna di ricognizioni di superficie condotta dal dott. Achille Lamesi sul sito di Monte Castello, pochi chilometri a nord di S. Francesca frazione del Comune di Veroli (FR), portò al rinvenimento di un’ascia e una punta di freccia in bronzo attribuibili all’età del Bronzo medio (Fig. 01).

Fig. 01 – L’ascia e la punta di freccia in bronzo da Monte Castello, Veroli (FR)

Le ricognizioni, effettuate nell’ambito delle ricerche sul territorio intraprese dal Lamesi e confluite in una monografia a sua firma pubblicata nel 2011 (A. Lamesi, Veroli in agro. Pozzi, sorgenti, ricoveri agro-pastorali, boscaioli, carbonai, neviere e transumanza, Introduzione di E. M. Beranger, Veroli 2011), portarono altresì all’individuazione sul sito di Monte Castello di un probabile abitato d’altura fortificato databile orientativamente tra il Bronzo antico e medio.

L’ascia e la punta di freccia, consegnate nelle mani del sindaco di Veroli prof. Giuseppe D’Onorio e del segretario comunale dott. Lucio Pasqualitto e tuttora esposte nel Museo Archeologico Comunale di Veroli, sono state oggetto di uno studio preliminare da parte di Eugenio Maria Beranger e di Achille Lamesi pubblicato in un opuscolo di carattere locale nel 2012 (E. M. Beranger – A. Lamesi, Un’ascia di bronzo rinvenuta a Monte Castello in Veroli), che ha permesso di inquadrare i due manufatti in un orizzonte cronologico riferibile ad una fase non troppo avanzata del Bronzo medio, fornendo soprattutto per l’ascia convincenti confronti con simili rinvenimenti laziali. In particolare, l’ascia troverebbe puntuali confronti con il tipo a margini fortemente rialzati e tallone dritto caratterizzato da incavo appena annunciato con piccolo occhiello, identificato per un gruppo di sette elementi da una grotta di Canterano (Roma), poi trasferite al Museo Preistorico Luigi Pigorini di Roma, e per un secondo gruppo dall’area albana (dieci asce dal Villaggio delle Macine del Lago di Albano e due da Nemi).

Oltre che per la rarità intrinseca costituita dalla tipologia dei reperti descritti, sono le circostanze del rinvenimento che ne costituiscono il precipuo carattere di eccezionalità: a differenza della assoluta maggioranza delle altre asce provenienti da centri laziali, di cui si ignora il contesto preciso del ritrovamento, i materiali in oggetto provengono da depositi che possono costituirsi intatti o comunque a basso grado di interferenza da parte di attività antropiche recenti (Fig. 02).

Fig. 02 – Il sito di Monte Castello, foto aerea

Il sito di Monte Castello infatti, un falsopiano di forma troncoconica che raggiunge un’altezza massima m 1018 s.l.m., non lontano dai siti dell’età del Bronzo di Veroli – Monte San Leonardo, Sora – Monte San Casto e Monte San Giovanni Campano – Monte Castellone/Monte Cornito,risulta completamente disabitato e privo di costruzioni moderne nella parte sommitale; qui il rilievo vede al proprio interno un’area rialzata in posizione centrale caratterizzata da porzioni emergenti del sostrato geologico in calcare litoide e massi non squadrati disposti in forme circolari o ovali. Queste forme, che vanno da un diametro minimo di m 2 ad un massimo di 5, sembrano corrispondere alle basi di sei costruzioni, identificabili presumibilmente in capanne lignee (Fig. 03).

Fig. 03 – Area centrale, impronte circolari e ovali

La stessa area sommitale, ben difesa sui lati nord e sud da pareti a strapiombo, risulta circoscritta sui versanti est e ovest da due linee di massi in gran parte crollati, forse corrispondenti originariamente a mura in opera poligonale; presso l’angolo nordovest, invece, una depressione carsica di forma circolare (diametro circa m 14, profondità massima m 3,50) le cui pareti sembrano a tratti rinforzate da massi sovrapposti, è stata interpretata come probabile neviera (Fig. 04);

Fig. 04 – La probabile neviera

presso l’angolo nordest, infine, un rialzo del banco calcareo sembra essere stato

oggetto di operazioni di spianamento e lavorazioni che lo hanno reso atto a costituire un punto di controllo, capace di completa visibilità verso le valli del torrente Amaseno e di Capodacqua. Si segnalano altresì, rispettivamente

Fig. 05 – Il masso rialzato

presso l’angolo nordovest e la porzione centrale del falsopiano, la presenza di un masso di notevoli dimensioni e di forma parallelepipeda (peso stimato circa 12 quintali) che risulta staccato dal livello attuale del terreno di circa 20 centimetri attraverso quattro piccoli massi disposti presso gli angoli della faccia inferiore del masso stesso (Fig. 05) e una pietra calcarea di medie dimensioni (lungh. cm 45, largh. cm 25, h cm 20) con segni di lavorazione che farebbero pensare ad un utilizzo quale rudimentale macina (Fig. 06).

Fig. 06 – La pietra utensile (probabile macina a mano)

 

Le ricognizioni sul falsopiano e alla base degli strapiombi sui lati nord e sud dello stesso hanno portato al rinvenimento di un buon numero di frammenti vascolari in impasto riferibili a contenitori di uso domestico e un frammento di ossidiana di forma lanceolata con un margine tagliente, forse utilizzata come strumento di taglio (Fig. 07).

Fig. 07 – Frammenti ceramici da Monte Castello

Monte Castello dunque, alla luce dei materiali rinvenuti e delle emergenze riscontrabili al suo interno (già ben intuibili pur in assenza di attività di scavo), ed in ragione della relativa assenza di antropizzazione recente, sembra configurarsi come sito di eccezionale e rara potenzialità per la ricerca archeologica sulle dinamiche antropiche dell’età del Bronzo nel territorio laziale.

Per la relativa vicinanza alla compagine urbana di Veroli e ad aree servite da viabilità in buono stato manutentivo, la potenzialità archeologica del sito si accompagna ad una spiccata propensione alla fruibilità, incentivabile in primo luogo attraverso la costituzione di percorsi attrezzati di valore archeologico-naturalistico; l’attività di fruizione e di frequentazione guidata potrebbe infine immaginarsi sviluppata in pieno parallelismo con le attività di indagine archeologica, coniugando così in modo efficace e virtuoso ricerca scientifica, coinvolgimento attivo della popolazione e promozione turistica del territorio.

In particolare, in via del tutto preliminare, si potrebbe immaginare un piano programmato che coniughi attività di indagine topografico-archeologica e fruizione turistica:

  • Progetto di ricognizioni archeologiche e indagini archeologiche stratigrafiche sotto la supervisione della Soprintendenza Archeologia del Lazio e dell’Etruria Meridionale (di seguito SALEM), condotte attraverso apposita convenzione da stipulare tra Comune di Veroli, SALEM e Università (da definire, contatti con Sapienza Università di Roma e Università degli Studi di Cassino) e seguite da professionista archeologo o team di professionisti (archeologi stratigrafi, topografi, esperti ceramologi, specialisti per l’età del Bronzo).

  • Progetto per percorso turistico attrezzato di carattere naturalistico-archeologico, mirato alla fruizione del sito in generale ma anche alla visita (guidata) al cantiere archeologico durante le campagne di scavo. Il percorso dovrà prevedere aree sosta attrezzate e fornite di pannelli esplicativi di carattere naturalistico (geologia dei luoghi, flora e fauna locale), topografico e archeologico.

  • Progetto didattico rivolto alle scuole del territorio: visite guidate e laboratori di archeologia sperimentale (scavo stratigrafico, topografia e strumenti cartografici, ceramologia, restauro, numismatica, simulazioni pratiche su usi e vita quotidiana nell’antichità) condotti da guide turistiche e archeologi professionisti.

  • Creazione di un polo attrattivo turistico che coinvolga esercizi commerciali locali per la promozione dei prodotti locali (stand temporanei e, in prospettiva, fissi), punti di informazione turistica, punto ristoro, locali per la didattica e laboratori per archeologia sperimentale (cfr. punto precedente).

Dott. Sergio Del Ferro
Archeologo

Facciamo un SAL

Ogni tanto bisogna fermarsi per osservare la strada già fatta ed alzare lo sguardo al fine di  scrutare il percorso che ancora ci attende per capire se la direzione intrapresa sia ancora quella giusta.
A metà dell’anno corrente, l’associazione Lamasena ha lavorato su tanti temi che provo a riassumere:

 1) Finalmente, dopo una fruttuosa ricerca,  i soci hanno una casa in cui incontrarsi e sviluppare progetti.  Questa casa si trova nel contesto migliore possibile per gli amanti dell’ambiente. Infatti,  essa è immersa nel verde dell’area pedemontana dei Monti Ernici in località Scifelli di Veroli. Il luogo è stato oggetto di interventi di risanamento da parte dei soci che si sono adoperati per rendere la loro casa il più accogliente possibile.

2) Il circolo ha aderito al progetto del MIUR:  Alternanza Scuola Lavoro. Il progetto  vedrà protagonisti i volontari nel delicato compito di fare formazione ambientale a studenti liceali che, contestualmente, potranno  fare attività all’aria aperta cimentandosi con la realizzazione di orti sinergici,   campionare le specie botaniche dell’area pedemontana dei Monti Ernici,  curare le aree verdi affidate al circolo o sviluppare la manualità – ormai rara- nell’uso di utensili per attività artigianali.

3)  Attuazione del bando del MIUR: Ecological Tech ( vinto in collaborazione con l’ Istituto Comprensivo Giovanni Paolo II di Arce – in qualità di soggetto proponente)  che vedrà i soci Lamasena impegnati  –  assieme agli alunni dell’istituto ed a partire da settembre prossimo –  sul tema della tutela e valorizzazione del territorio.

4) Manutenzione del giardino Aromari con la creazione di un primo orto di erbe officinali e aromatiche.

5) Realizzazione della manifestazione : Eventi Al Castello Ducale che ha visto le rappresentazioni – per una settimana – dei protagonisti locali che maggiormente si spendono per la difesa e la valorizzazione del patrimonio storico, culturale , artistico, faunistico, agricolo e botanico del contesto geografico dei Monti Ernici e dell’areale del torrente Amaseno.

6) Realizzazione del concorso RAEE@Lamasena che ha avuto una eco che , di molto, ha oltrepassato i confini della provincia ciociara, dopo il notevole successo riscosso con la prima edizione presso la scuola primaria di Strangolagalli.

7) Realizzazione del progetto degli orti nelle scuole che ha visto la partecipazione di tanti plessi ed istituti:  l’Angelicum di MSGC,  il plesso scolastico di San Lucio di Boville Ernica, la scuola primaria di S.Francesca di Veroli,  la scuola  primaria di Passeggiata San Giuseppe di Veroli,  le scuole dell’infanzia di Ceprano ( in quest’ultimo istituto comprensivo , il progetto è diventato permanente con il suo inserimento nel piano TPOF)

8) Organizzazione dell’importante convegno sull’evento storico La Battaglia di Bauco che ha visto la testimonianza di studiosi delle vicende belliche del delicato periodo storico dell’Unità d’Italia

9) Giornata ecologica:  SERR 2017,  nei pressi di  Monte Castellone, a cavallo dei comuni di Veroli – Sora e Monte San G. C.  Nell’occasione i volontari del circolo hanno fatto sinergia con altre associazioni territoriali per pulire e restituire la giusta visibilità a un luogo  pieno di cultura, storia ed archeologia

Il prossimo futuro riserva progetti che riguardano  la possibile realizzazione di un ecomuseo , la manutenzione del Parco Cavallaro a S.Francesca, in fase di realizzazione, e  il progetto del riassetto dell’epigrafe di Pozzo Faito.

Mi sento di affermare che tutto il lavoro di volontariato ambientale , svolto dagli attivisti del circolo Lamasena, sia necessario  – se non essenziale –  per la nostra terra e per l’intera comunità.  Tuttavia,  la vita stessa dell’associazione dipende  dall’humus sociale che le gira intorno e, quindi, dal positivo o meno contesto culturale che ne è il principale ispiratore.

Remo Cinelli

Escursione alla ricerca dell’Epigrafe di Macchia Faito

Il 2 giugno scorso alcuni membri del CAI, sez. di Sora, guidati dal presidente emerito Antonio Farinelli, e dell’associazione Lamasena, condotti dal vicepresidente Silvano Veronesi, si sono recati a Macchia Faito, a m 1236  s. l. m. in territorio di Monte San Giovanni Campano,  per ricognire la zona e, soprattutto, effettuare il calco dell’iscrizione CIL X 5779 scolpita in un banco calcareo affiorante nei pressi della radura, a pochi passi dai cippi confinari n°179 e n°180 eretti nel 1847 per segnare il confine tra lo Stato della Chiesa e il Regno delle Due Sicilie.

L’iscrizione, risalente al 4 a. C. per la data consolare ivi incisa, commemora la costruzione di un sacello in onore di Giove Atratus e degli dei Indigetes per spesa e impegno di due sacerdoti locali. La ricognizione e il calco sono stati effettuati in vista della sistemazione dell’area che comprenderà il restauro conservativo dell’epigrafe, una tettoia a protezione della pietra e un pannello didattico, su autorizzazione della Soprintendenza archeologica del Lazio.  L’associazione Lamasena  intende vigilare per il raggiungimento dell’obiettivo che darebbe la giusta dignità a una testimonianza storica di altissimo valore.

La visita a Macchia Faito è anche meta di appassionati escursionisti per la bellezza del luogo  e per il percorso che si dipana tra i faggeti dei Monti Ernici(ndr  per una descrizione più completa del sentiero si rimanda all’articolo: http://www.montiernici.it/Faito/Pozzo_Faito.htm ).

I protagonisti della ricognizione sono stati, oltre i citati   Veronesi e Farinelli, l’archeologa Alessandra Tanzilli, Caterina Grimaldi e Emanuele Mancini .

Passeggiata ecologica a Strangolagalli

Corradino Vecchiarelli al centro con il Sindaco Giovanni Vincenzi e Silvano Veronesi a destra

 

Passeggiata Ecologica del 21.5.17 a Strangolagalli.

Ci sono delle sensazioni che vanno raccontate con le immagini che, immediatamente, forniscono tutte le suggestioni che  sono state vissute.

La bellezza dei paesaggi,  i frammenti di storia,  il tumulto delle acque,  il vociare dei bambini e  il calore delle persone  si rappresenta meglio con le immagini che parlano di una giornata  che ha visto centinaia di persone percorrere  i più bei  sentieri che circondano Strangolagalli.

Questi percorsi , sapientemente organizzati dalla locale Pro Loco – guidata dal dinamico Luigi Mancini ,    hanno permesso di rievocare storia e cultura della cittadina attraverso il mirabile mentore Corradino Vecchiarelli che ha saputo trasferire ai partecipanti i valori e i pregi di cui è permeata la  terra che si stava percorrendo.

 

I temi dibattuti al castello ducale di Monte San G. C.

Dal 18 al 23 aprile 2017 , il castello ducale di Monte San Giovanni Campano ha dato cittadinanza a temi che attengono alla storia, alla cultura, alle tradizioni, all’economia, all’ambiente e alla bellezza  dei territori ciociari.
Si sono alternati relatori e artisti, ognuno dei quali ha rappresentato le proprie passioni e studi riguardanti i temi della manifestazione.
Di seguito sono riportati gli argomenti dibattuti:


Laura Quattrociocchi ha illustrato la genesi e degli orti sinergici:  Chi ha voglia di appermaculturarsi un po’?


Ciao siamo Luca e Laura e siamo di Veroli, marito e moglie, imprenditore e casalinga.. con 3 figli e qualche laurea nel cassetto ma che nella vita hanno maturato la consapevolezza di non far decidere agli altri il presente e futuro della propria famiglia. Lo stile di vita che tutti consideriamo come unico e percorribile nella realtà dei fatti è uno stile di vita insostenibile.. quindi abbiamo cercato strade alternative e ci siamo imbattuti nella permacultura! Per spiegare in grandi linee cos’è la permacultura, abbiamo estratto alcune definizioni ben riassuntive su Wikipedia: Il metodo della permacoltura è stato sviluppato a partire dagli anni settantada Bill Mollison e David Holmgrenattingendo da varie aree quali architetturabiologiaselvicolturaagricolturae ttps://it.wikipedia.org/wiki/Zootecnia”>zootecnia .

La permacultura è un metodo per progettare e gestire paesaggi umani, in modo che siano in grado di soddisfare bisogni della popolazione quali cibo , fibre ed energia e al contempo presentino la resilienza , ricchezza e stabilità di ecosistemi naturali.

Etica della permacultura:

  • Cura della terra , ovvero riconoscere il valore dei sistemi naturali nella loro complessità. Gli interventi umani saranno quindi volti a non danneggiare o ripristinare gli equilibri ambientali. Secondo Holmgren il miglior modo per prendersi cura della terra è ridurre i propri consumi.
  • Cura degli esseri umani , anche se rappresentano una minima parte nella totalità dei sistemi viventi. Viene valutato di fondamentale importanza soddisfare bisogni fondamentali quali cibo, abitazione, istruzione, lavoro soddisfacente e rapporti sociali senza ricorso a pratiche distruttive su larga scala.
  • Limitando il consumo ai bisogni fondamentali è possibile condividere le risorse in eccesso in modo equo con tutti.

I modi per adempiere a questa etica, secondo i fondatori della permacultura, sono 12:

  1. Osserva e interagisci (la bellezza è negli occhi di chi guarda) Osservare il paesaggio e i processi naturali che lo trasformano è fondamentale per ottimizzare l’efficienza di un intervento umano e minimizzare l’uso di risorse non rinnovabili e tecnologia. L’osservazione deve essere accompagnata dall’interazione personale.
  2. Raccogli e conserva l’energia (prepara il fieno finché c’è il sole ) Raccogliere e conservare l’energia è alla base di tutte le culture umane e non. Per energia si intende tutto ciò che può essere immagazzinato e/o mantenuto in buono stato e che è fondamentale per la sopravvivenza di una comunità/cultura. Esempi: cibo, alberi, semi.
  3. Assicurati un raccolto (non si può lavorare a stomaco vuoto) Assicurarsi che ogni elemento del progetto porti una ricompensa utile.
  4. Applica l’autoregolazione e accetta il feedback (i peccati dei padri ricadono sui figli fino alla settima generazione) Applicare l’autoregolazione per evitare che controllori di livello superiore siano costretti ad intervenire per riequilibrare una crescita incontrollata. Impara a riconoscere e accettare il feedback fornito dalla comunità o, più in generale, dalla natura.
  5. Usa e valorizza risorse e servizi rinnovabili (lascia che la natura faccia il suo corso) Gestire le risorse che si rinnovano e rigenerano in modo continuo senza un apporto esterno in modo che assicurino una continua resa. Allo stesso modo valorizzare i cosiddetti servizi rinnovabili, ovvero i servizi apportati da piante, animali, suolo e acqua senza che questi siano consumati nel processo.
  6. Non produrre rifiuti (Il risparmio è il miglior guadagno) (Un punto in tempo ne salva cento) Assicurarsi che i sistemi presenti nel progetto non producano niente che non sia utilizzabile e utile ad un altro sistema.
  7. Progetta dal modello al dettaglio (gli alberi non sono la foresta) Bisogna imparare a dare uno sguardo d’insieme prima d’immergersi nel dettaglio. Utilizzare soluzioni progettuali derivate da modelli osservati in natura.
  8. Integra invece di separare (molte mani rendono il lavoro più leggero) Integrare ogni elemento progettuale all’interno del sistema in modo che si sostenga a vicenda con gli altri elementi.
  9. Piccolo e lento è bello (più sono grandi e più fanno rumore cadendo) Sistemi piccoli e lenti sono più facili da mantenere di quelli grossi e veloci, fanno un miglior uso delle risorse e producono in maniera più sostenibile.
  10. Usa e valorizza la diversità (non mettere tutte le uova in una sola cesta) Valorizzare la diversità animale e vegetale. La diversità riduce i rischi derivanti dalla gran parte delle minacce: l’ammalarsi di una specie di pianta non è la fine del raccolto. Inoltre la diversità aiuta a beneficiare dell’unicità di ogni territorio.
  11. Usa e valorizza il margine (non pensare di essere sulla giusta traccia solo perché è un sentiero molto battuto) Progettare le forme delle zone di confine in modo da sfruttarne il più possibile le caratteristiche: il limite tra due sistemi diversi è il posto dove accadono le cose più interessanti. Queste zone sono spesso le più produttive in quanto possono utilizzare le caratteristiche di sistemi diversi
  12. Reagisci ai cambiamenti e usali in modo creativo (bisogna vedere le cose non solo per come sono ma anche per come saranno) Sfruttare i cambiamenti a proprio favore; questo presuppone l’osservare attentamente i segni che li precedono e intervenire in tempo.

Sara Leo ha illustrato la pervasività dei pesticidi


I pesticidi sono composti chimici utilizzati per il controllo di infestanti come insetti, funghi, parassiti, roditori, piante o qualunque altro organismo vivente in grado di provocare forme di danno o disagi a colture agricole, ambienti domestici e civili, ambienti acquatici. Da lungo tempo i suoli stanno subendo infiltrazioni e fumigazioni da fitofarmaci, inizialmente di origine naturale, in seguito, data la rapidità di sintesi e la maggior efficacia, sempre più di sintesi chimica. Ad oggi sono state sviluppate circa 7 classi di molecole diverse. Tra i composti “storici” si ricorda il tabacco, lo zolfo, i composti arsenicali, i composti del tallio, i piretroidi, gli oli minerali, seguono gli idrocarburi alogenati tra cui il DDT, gli esteri fosforici, i carbammati, gli organoclorurati, le triazine, il glifosato, sono solo alcuni di nuova generazione. I fitofarmaci hanno permesso all’uomo di eradicare su scala mondiale molte epidemie tra le quali la malaria, la febbre gialla, la peste bubbonica, il tifo, la malattia del sonno; d’altra parte l’utilizzo indiscriminato di tali composti per decenni ha comportato l’alterazione dell’equilibrio naturale di molte specie animali e vegetali, nonché una contaminazione ambientale di ampia entità, provocando tossicità anche per la salute umana, per via della loro persistenza nella catena alimentare. Esistono oggi valide alternative biologiche all’uso di tali sostanze, pur se ancora di difficile sostituzione ai composti di sintesi chimica a causa del ristretto campo di applicazione


Arduino Fratarcangeli ha illustrato il tema dell’economia sociale: L’Economia cos’è?  E perché sempre di più il sociale entra nell’economia?


L’economia solidale in Italia è stata denominata e caratterizzata in vari modi, per esempio come “economia delle relazioni”, “economia dei distretti”, “economia di rete”. Economia delle Relazioni significa che le buone relazioni sono la priorità da assumere nei rapporti economici. Economia dei DES Distretti di Economia Solidale, significa che l’ambito territoriale locale prende una particolare importanza e priorità ed è visto come il basamento su cui si costruiscono anche gli altri livelli territoriali di economia, da quello provinciale fino a quello internazionale.  Economia di Rete significa che le imprese e gli altri soggetti economici, compresi i fruitori, si relazionano in un collegamento orizzontale di rete e interagiscono fra loro, considerandosi non più solo come nodi singoli e slegati, ma come nodi strettamente collegati fra di loro da una relazione reticolare, che potenzia e mantiene all’interno gli scambi, in un’ottica di finalità comune.

Ognuno dei tre approcci presuppone una comunità attiva, che non delega, ma progetta direttamente il futuro. Centrale per la vita delle persone, diventa la dimensione economica, poter partecipare a indirizzarne lo sviluppo. Spesso le azioni degli innovatori si concentrano su azioni promozionali, informative, educative, rimandando ad altri tempi o soggetti la partecipazione ai processi economici di produzione e reddito. La Cittadinanza del futuro richiede di prendere parte alla produzione del reddito, avviando a livello locale e poi oltre, un sistema di interventi capaci di gestire le risorse disponibili, definire piani di sviluppo imprenditoriali avendo come valore di riferimento il bene comune. Si è cittadini se si ha un peso economico, se si pensa invece di essere pensati, se si coopera invece che procedere in solitudine.

Chi può fare economia? Cosa possiamo fare nel nostro ambiente? Su quali beni possiamo articolare una proposta imprenditoriale? E soprattutto chi ci deve autorizzare a farlo? Ecco l’economia solidale apre uno scenario interessante per il futuro ed appartiene alle persone che decidono di non tirarsi indietro quando le azioni, dopo il momento culturale, devono diventare di tipo economico capaci di produrre reddito e lavoro. Intorno a noi ci sono beni straordinari da valorizzare ed in pochi ne stanno cogliendo le opportunità. Dobbiamo farlo, in modo particolare per l’agricoltura, prima che i campi diventino pannelli fotovoltaici o degrado. Ridare un volto economico alle proprietà e a forme intelligenti di azionariato popolare, coniugando innovazione e tradizione, è il tentativo promosso da RES CIOCIARIA con il granaio sociale, e vanta una interessante contaminazione in più comuni che daranno nell’anno in corso circa 250 ql di grani antichi. Diventa così chiaro il nostro principio numero uno “il bene comune è il profitto migliore di tutti


Nicola Severino ha illustrato concetti di  gnomonica – scienza alla base della costruzione delle meridiane: Il tempo dei Ciociari: un patrimonio culturale da salvare


C’è stato un tempo in cui non esistevano gli orologi che siamo abituati a vedere sui nostri polsi, sulle torri delle chiese e sui palazzi comunali; meno che mai gli orologi digitali.
Le meridiane sparse sul territorio ciociaro, di cui ho avuto il piacere ed il privilegio di essere il primo ed unico autore finora ad averne curato un censimento dettagliato negli anni 1988-1990, sono figlie della cultura scientifica dell’800.   Padre Angelo Secchi  nel 1875 realizzò nella bella piazza di Alatri una delle più importanti meridiane murali verticali d’Europa.  Lo stesso accadeva, in proporzioni ridotte, nella piazza di San Donato val di Comino qualche decennio più tardi, quando nel 1891, fu realizzata la meridiana in marmo con colata di piombo fuso per le linee orarie, ora visibile nella piazza Coletti.
Ma non tutte le meridiane della Ciociaria sono così belle ed importanti come le precedenti. Il tempo scorre per tutti: per i ricchi, per gli uomini importanti e per la gente semplice, nelle città come nelle campagne.
Le meridiane della provincia di Frosinone, costituiscono, alla pari dei reperti archeologici conservati nei musei, un patrimonio artistico e culturale da preservare. La testimonianza unica e diretta dello sforzo compiuto dai nostri avi nel comune desiderio e necessità di condividere singolarmente e in forma comunitaria la misurazione del lento scorrere del tempo. Un desiderio espresso nella variopinta forma dei colori delle meridiane, nelle bizzarre soluzioni fino alle semplicistiche ed approssimative pietre suddivise osservando direttamente l’ombra del sole proiettata da un pezzo di ferro sopra la sua superficie. Strade, incroci, vie importanti, piazze, chiostri, angoli di giardino: il tempo scorre ovunque. Il tempo ci permette di ricordare, il tempo ci permette di dimenticare. Non dimentichiamo le meridiane della Ciociaria.

 

Storia e Cultura al Castello Ducale

All’interno dell’incantevole cornice del castello Ducale di Monte San Giovanni Campano,  il circolo Legambiente Lamasena ha organizzato una settimana di incontri, dibattiti e mostre che si terranno dal 18 al 23 aprile 2017.
Il Calendario eventi è il seguente:

1 – Convegno su Fauna e Flora dei Monti Ernici. –  18 aprile,   ore 18.00

  • Marco Sarandrea (erborista) dell’omonima liquoreria  di Collepardo presenta: Gli Ernici, i monti delle erbe: storia, tradizione e prospettive future;
  • Fausto Quattrociocchi (biologo): Il turismo ecologico, o ecoturismo, può rappresentare oggi una nuova opportunità lavorativa;
  • Bruno Petriglia (botanico): Paesaggi, vegetazione e flora dei monti Ernici attraverso immagini originali

2 – Brainstorming: intervalli artistici di Bruni Marika , Pantano Gian Maria, Rossi Enrico, Sattin Tania, Scarpetta Sara. Relatori  : Cascone Giulia e Iannuccelli Riccardo. –   21 aprile, ore: 14.00 – 17.00

3 – Dibattiti su Ambiente, Storia e Territorio:  –  21 aprile:

  • Massimiliano Mancini (editore e scrittore)  presenta i libri: “I Volsci e il loro territorio” e “L’altra faccia della Luna“.  Modera Alessio Silo –  ore: 17.00 – 17.45
  • Laura Quattrociocchi (permacultrice): Agricoltura del non fare: dalle origini agli orti sinergici per coltivazioni naturali e sostenibili  –  ore: 18.00 – 18.30
  • Arduino Fratarcangeli (sociologo): L’Economia cos’è? E perché sempre di più il sociale entra nell’economia? ;  –  ore: 18.30 – 19.00
  • Sara Leo (biologa): La dipendenza dai pesticidi  –  ore: 19.00 – 19.30

4  – Sessione formativa,  dedicata agli alunni della scuola primaria,  dal titolo “Il Tempo dei Ciociari“.  Orologio naturale: Presentazione della Gnomonica ed esposizione di progetti per la costruzione di  meridiane, curato dal dott. Nicola Severino. –  22 aprile,  dalle ore 9.30

5 – Mostra permanente dell’artista Marco Perna:  “Le Mie Radici Le Mie Ali“,  con la collaborazione straordinaria degli artisti: Rita Turriziani Colonna (scultura), Claudia Cammarata (pittura). All’apertura della mostra si terrà una commemorazione del maestro monticiano Manlio Sarra  nei racconti  dei partecipanti alla “Libera Accademia di Pittura”   e  la testimonianza di Francesco Sarra,  figlio dell’artista  scomparso.  L’esposizione delle opere si terrà dal 18 al 23 aprile.  – Vernissage: martedì  18 aprile alle ore 16.30 .