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Puliamo il Mondo 2018

Nell’edizione 2018  di Puliamo Il Mondo, il Circolo Lamasena ha scelto l’areale dell’Abbazia di Casamari, uno dei luoghi più suggestivi della Ciociaria, per organizzarvi l’evento che ha permesso a molti di essere parte della più importante iniziativa di Volontariato Ambientale al mondo.

Con l’impegno di tanti è stato raccontato un piccolo pezzo dell’Italia che si spende e partecipa per fare comunità cercando di costruire un mondo migliore.

La giornata ecologica è stata organizzata con il patrocinio del Comune di Veroli e con il sostegno del suo Assessorato all’ambiente che non ha mai fatto mancare una vicinanza e una sensibilità diretta alle iniziative dell’associazione Lamasena.

Durante la giornata sono state verniciate le ringhiere del Giardino Aromari ed è  stata raccolta una notevole quantità di rifiuti ingombranti lungo il vicino alveo del torrente Amaseno. Inoltre, sono state ripristinate le caditoie per evitare il ricorrente problema di allagamenti dell’area.

Contestualmente, gli appassionati dei Cammini Bendettini hanno organizzato, insieme al circolo Lamasena, la pulizia di due percorsi:  da S. Francesca di Veroli a Casamari e da Castelliri a Casamari. Tali iniziative hanno permesso di riaccendere l’attenzione dell’importanza del turismo dei pellegrini e degli escursionisti che scelgono, sempre più frequentemente, il turismo lento dei Cammini con cui riannodare un rapporto  più intenso con le comunità e con gli habitat naturalistici.

 

 

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La frontiera nel territorio di Veroli all’epoca del brigantaggio lealista

Da Casamari salendo sul Monte Pedicino sino a giungere a Peschio Macello, dal 1400 circa al 1870, fu la zona di confine tra lo Stato Pontificio e il Regno Borbonico nel territorio del Comune di Veroli. L’ampio territorio comprendente le località di Scifelli, Fontana Fratta, Fontana Fusa, Case Cocchi, Tor dei Conti, Case Volpi, Case Verrelli, Colle Grosso, Santa Maria Amaseno, Prato di Campoli, Le Pratelle, Mugliera, Trasoto sino a Trisulti, che circonda la frazione di Santa Francesca, rappresenta un’area di notevole interesse storico a partire dalle testimonianze del basso medioevo per la presenza di una dozzina di eremi, alle strutture militari collegate alla gestione del confine e all’epidemia di colera, sino alle testimonianze connesse con il brigantaggio comune e quello della reazione contro l’espansionismo dei Savoia.

presentazione ufficiale del sentiero Chiavone

Presentazione ufficiale del sentiero Chiavone

La presenza di valichi, alcuni ancora oggi testimoniati dalla toponomastica: Vado della Rocca, Vado Veroli, Vado di Peschiomacello e Vado Rendinara, mettevano in relazione con l’Abruzzo, favorendo lo spostamento di persone, animali e cose dall’una all’altra parte del confine per realizzare scambi commerciali e attività di contrabbando. La linea di confine divideva i due Stati preunitari, ma non le popolazioni che vi abitavano. Esistendo un’integrazione profonda tra le famiglie dell’una e dell’altra parte del confine, gli scambi commerciali erano una prassi consolidata, che, principalmente, avvenivano sotto forma di baratto. Pertanto lana, carne, olio passavano nel Sorano, Isola Liri e Castelluccio odierna Castelliri; di contro, ortaggi, granturco, vino e tessuti entravano nel Verolano. La condizione socio-economica del 1800, tanto nel Regno Borbonico quanto nello Stato Pontificio, vedeva la società rappresentata da un numerosissimo ceto basso e da pochi benestanti che detenevano il potere e la proprietà delle fonti di ricchezza. Le persone del ceto basso, che rappresentavano la forza lavoro, erano impegnate come boscaioli, carbonai, pastori e contadini. Esse erano le principali attività del tempo, e pertanto, costituivano la più consistente entrata finanziaria per le casse degli Stati preunitari.
Le abitazioni dove vivevano, il più delle volte condivise con degli animali da cortile, erano anguste, buie, maleodoranti e con le pareti annerite dal fumo. Le numerose costruzioni rurali che ancora rimangono disseminate sul territorio ci testimoniano come le persone del passato vivessero e come utilizzassero gli spazi interni.
Il più delle volte gli stessi ricoveri agro-pastorali, testimoniati con foto a colori e descritti  nel capitolo dei ricoveri del volume “Veroli in Agro”, realizzati con mura a secco e copertura lignea, rappresentavano l’unica forma di casa (A. Lamesi, Veroli in Agro. Pozzi, sorgenti, ricoveri agro-pastorali, boscaioli, carbonai, neviere e transumanza, Veroli 2011). Nella casa del ceto basso ogni spazio aveva una funzione e non era raro che la stanza da letto fosse adoperata da tutta la famiglia sia per dormire, usando giacigli di fortuna, sia come magazzino.
La cucina aveva l’essenziale, una madia per il pane, un tavolo con qualche panca e sedia impagliata, degli scaffali o ripiani usati per posare i generi alimentari. Nel soffitto si applicavano delle pertiche dove posare carne da stagionare e formaggi da maturare.
L’acqua in casa era conservata in contenitori di rame detti conconi o in recipienti di terracotta, riposti su un ripiano in muratura. Nelle rare abitazioni più evolute, potevano essere presenti i fornelli per cucinare, ricavati in un piano in muratura alto circa 1,30 m costruito a ridosso di una parete, che venivano alimentati dalla brace della legna che ardeva nel camino, dove non mancavano la callarella (contenitore in rame per cuocere alimenti) e i tegami in terracotta (pignate e tiane).
Il bagno non esisteva, e per i bisogni fisiologici ci si rivolgeva all’ambiente circostante. E’ facile immaginare quali fossero le condizioni igieniche in cui i nostri antenati vivevano e, di conseguenza, contraevano malattie, oggi considerate completamente debellate. Non esistendo assistenza medica si curavano con quello che la natura metteva loro a disposizione e molto spesso il contagio di infezioni mortali che colpivano maggiormente i bambini, faceva ridurre il livello della vita media.
Il ceto basso non possedeva, né terre, né case, né masserizie, era gravato di tante tasse e veniva fatto vivere nell’ignoranza. Le famiglie erano normalmente composte da numerosi figli perché servivano braccia per lavorare, i più fortunati erano quelli che riuscivano ad entrare in convento.
La miseria cronica in cui versava il ceto basso per i continui soprusi che ricevevano dai proprietari terrieri, generava malcontento e spesso spingeva le persone alla macchia, luogo fecondo per gruppi di sbandati, specializzati in ruberie per sopravvivere. A Veroli, di questi fatti, i documenti storici ne danno notizia già dal 1300, come riportato da Marcello Stirpe nel (M. Stirpe, Verulana Civitas. Ricerche storiche (Biblioteca di Latium, 15), Anagni 1997, p. 201). Una notevole crescita del fenomeno del brigantaggio si ebbe nel 1810, con il rifiuto al servizio militare obbligatorio imposto dalle truppe napoleoniche. Numerosi sono i documenti archivistici che parlano delle azioni di questi uomini, considerati fuorilegge e numerose furono le azioni intraprese dai papi per reprimere il fenomeno. Nel volume Prospetto Istorico di Veroli a p. 232, Francesco Melloni descrive le azioni malavitose dell’ottobre del 1812 intraprese dl famigerato Pietro il Calabrese, rifugiato nel territorio montano di Santa Francesca. (F. Mellonj, Prospetto istorico della città di Veroli, a cura di G. Franchi, Veroli 1995, p. 232).
Oltre alla presenza di un confine facilmente valicabile che consentiva di passare dall’una all’altra parte secondo le necessità, ciò che fece di questa zona l’area preferita come rifugio per i briganti, fu anche la vastità e la durezza del territorio montano degli Ernici e la vicinanza dei monasteri.
Al brigantaggio originato dalla miseria cronica, in cui versava il ceto basso, nonché quello per il rifiuto al sevizio militare obbligatorio imposto dalle truppe napoleoniche nel 1810, si aggiunse il brigantaggio sviluppatosi tra il 1860 e 1862. Quest’ultimo fu definito sia “antinazionalista” perché estremo tentativo per impedire l’unificazione d’Italia da parte dei Savoia e “legittimista” in quanto favorito dagli esuli borbonici rifugiatesi a Roma e dallo stesso Stato Pontificio.
A guidare la reazione antinazionalista filoborbonica fu chiamato Luigi Alonzi, un guardiaboschi della Selva di Sora, nato nel 1825. Chiamato “Memmo” dagli intimi amici e “Chiavone” per la gente della contrada per le sue notevoli doti amatorie. A Scifelli, sino a tre anni fa era visibile un rudere detto “Stiro Chiavone”, di cui rimane documentazione fotografica, in cui soggiornò durante la campagna reazionaria e come narra la memoria popolare (Fiorini Maria nata a Scifelli, Veroli, il 25 aprile 1912 nubile e coabitante con la sorella Cristina coniugata con Ascenzi Giacomo ) con i suoi fedelissimi, allietasse le giornate in compagnia di donne del posto, che le tenne forzatamente.
Chiavone era un uomo scaltro e in tempi duri, prima di indossare la divisa da guardaboschi e quella da generale, fu un audace contrabbandiere della Selva e delle località tra Fontana Fratta, Scifelli e Santa Francesca. Con la lotta personale contro la Guardia Nazionale di stanza a Sora, conquistò la fiducia del Governo Borbonico.
Chiavone apparteneva al ceto basso e dentro di se albergava un grande desiderio di riscatto, così durante la sua breve vita si era specializzato nell’arte di arrangiarsi in ogni situazione e a carpire ogni possibilità di cambiamento che gli si presentasse.
Pertanto con il coinvolgimento alla reazione filoborbonica cercava gloria e onori per una vita migliore, ma le sue origini non passarono inosservate e fu così che divenne l’agnello sacrificale per sigillare gli accordi sottoscritti tra le diplomazie piemontese, pontificia e borbonica.
Egli non fu solo un brigante, ma passò alla storia come reazionario per essere stato scelto a guidare la reazione antinazionalista contro il re d’Italia.
La sua attività fu sorretta e finanziata sia dal re Francesco II di Borbone che dal papa Pio IX, come ci è dato sapere dal diario dello Zimmerman, luogotenente dell’Alonzi. In questi anni aveva posto quartier generale a Case Cocchi, borgo posto alle falde del Monte Pedicino detto all’epoca Monte Favone, nell’abitazione della sua compagna Olimpia Cocco. Egli arrivò a comandare un esercito regolare di 700 legittimisti, ai quali si aggiunsero volontari provenienti dell’esercito borbonico sconfitto a Gaeta, e nobili da mezza Europa, dislocati tra Fontana Fratta, S. Francesca e Scifelli.
Da quanto risulta dai registri della parrocchia di Santa Francesca, Olimpia nacque nel 1825 da Domenico Lisi e Andreana Sanità; con il matrimonio con Giacinto Cocco assunse il suo cognome. Quando conobbe Chiavone nel febbraio del 1861 era vedova con un figlio di nome Giuseppe, a cui Chiavone voleva bene considerandolo suo.
Olimpia fu per Chiavone sì un’amante, ma soprattutto una vera amica e consigliera. E tale rimase anche quando, costretto a spostare i suoi uomini alla Fossa dell’Ortica, sita a nord-est del Monte Pedicino a quota 1200, scortato da una ventina di fedelissimi scendeva da lei, approfittando del buio e rischiando più volte di essere catturato. Il suo coinvolgimento nella lotta durò fino al 28 giugno 1862, giorno della sua morte per fucilazione ordinata dal generale Tristany, inviato da Francesco II. Il suo corpo fu bruciato nella boscaglia di Valle dell’Inferno vicino Trisulti.(Sulla figura del N. vd. M. Ferri-D. Celestino, Il brigante Chiavone. Storia della guerriglia filoborbonica alla frontiera pontificia (1860-1862), Casalvieri 1984; M. Ferri, Il brigante Chiavone. Avventure, amori  e debolezze di un grande guerrigliero nella Ciociaria di Pio IX e Franceschiello, Sora 2001; M.L. Scaccia, “Sora e la nascita del brigante Luigi Alonzi detto ‘Chiavone’”, in Quando c’erano i Briganti. Rilettura del fenomeno del brigantaggio, con particolare attenzione alla provincia di L’Aquila, al Cicolano e alla Ciociaria, [Pagliara di Borgorose 2002], pp. 257-274 e L.R. Zimmermann, Memorie di un ex Capo-Brigante “libero e fedele”. Traduzione commento di E. Di Biase, Napoli 2007.
Dopo la morte di Chiavone il brigantaggio legittimista cessò e i suoi uomini, abbandonati al loro destino, si dispersero in tante piccole bande che furono braccate dai piemontesi fino al loro totale annientamento.
Ancora oggi a Santa Francesca si ricorda del brigante Cedrone che, a protezione del grosso della banda di Chiavone situata alla Fossa dell’Ortica, si accampò a seconda della situazione ai Pozzi dei Piani, oppure a Pozzo Quagliolo e all’Acquaro del Nibbio, da cui controllava tutto il fianco pedemontano del Monte Pedicino sino alla vallata di Santa Francesca.
Dai contatti intercorsi durante ricerche condotte per il presente lavoro è emerso che suo parente Antonio Cedrone di S. Donato Val di Comino conserva il fucile di Cedrone ad avancarica con innesco a pietra focaia.
Domenico Foco, dopo la morte di Chiavone, prese le sue redini, capeggiando una banda di cento uomini, che fu avvistata dai militi del distaccamento dell’Amaseno il 18 marzo del 1866.
Francesco Francescone, soprannominato il “brigante di Casamari”, era nato a Sora nel 1841 da Antonio, detto “Polentone” e da donna Concetta, donna bella e di facili costumi, la quale lo abbandonò alle cure della balia Teresa Lombardo. In giovinezza, aveva militato dapprima nell’esercito borbonico, quindi, si era arruolato con la banda di Chiavone per divenire, alla morte di questi, squadrigliere papalino. Temperamento originale, battagliero e amante dell’avventura, ma forse anche spinto da necessità di sopravvivenza, partecipò a numerose imprese militari, tra cui la battaglia di Calatafimi e la difesa di Roma nel settembre del 1870, come soldato del papa. Arrestato nel 1873 per aver ferito con un pugnale una guardia nazionale a Sora fu condannato a dieci anni di reclusione nel carcere di Pianosa. Ne uscì nel 1884. Finì i suoi giorni facendo il guardiano dei monaci di Casamari nella loro proprietà dell’Antera. Sposò Oliva Martellacci da cui ebbe cinque figli, tre maschi e due femmine, il primo di nome Pio. (Profilo tratto dalla rivista cistercense anno I – numero 3) di Benedetto Fornari. Scelse per residenza una casa a Scifelli, tutt’oggi esistente, con le iniziali F.F. impresse sull’architrave dell’ingresso e di proprietà della famiglia Ascenzi, nella persona di Giacomo Ascenzi  che l’acquistò da Alberto Martellacci figlio di Giacinto.
Vincenzo Renzi detto “Grassone”, citato in una lettera anonima che lo denuncia per attività di cospirazione contro il Governo italiano, datata 11 agosto 1871. La lettera segnala l’esistenza di un deposito di armi nella casa del Renzi, costituto da doppiette, revolver, stili e coltelli di ogni tipo. Inoltre è sospettato di essere a capo di una congiura contro il Governo italiano. (Tratto da Giustizia e criminalità a Veroli tra Otto e Novecento. Catalogo della mostra documentaria, Veroli Galleria La Catena – centro storico, 22 marzo-5 aprile 2003, a cura di M.E. Gabrielli-M. Grossi, s.i.l. [2003], p. [11]).
Verrelli Angelo Maria domiciliato a Case Verrelli è ricordato quale capo banda specializzata in sequestri di persona. Le fonti storiche fanno riferimento al sequestro di Egidio Vitale imprigionato sul Monte Tranquillo a Sora, a quello di Tambucci a Piperno, a quello perpetrato a carico di persona anonima residente a Roccasecca, sino al più noto commesso nei confronti del mons. Augusto Theodoli a Trisulti, al quale sottrasse l’anello strappandolo dal dito. (Giustizia e criminalità a Veroli tra Otto e Novecento cit., pp. [8 e 11-13]).
Altri documenti riferiti al periodo che va dal 9 febbraio al 13 ottobre 1874, fanno riferimento sia a somme disposte come taglia dalla Sottoprefettura di Frosinone, sia alle attività di Polizia per procedere all’arresto del Verrelli e recuperare gli scudi dei riscatti.
Ancora oggi il nome di molte contrade di Santa Francesca e alcuni soprannomi di persone ci ricordano uomini che furono nominati briganti: i Carinci, i Cerelli, i Baglione, i Cocco, i Frasca, i Renzi, i Trulli, i Marocco, i Pagliaroli, i Paniccia, i Lamesi, gli Aversa, i Baglioni ed i Quattrociocchi.
A titolo di cronaca si segnala che a Case Cocchi il 20 maggio del 2000, su iniziativa del sottoscritto, in rappresentanza dell’Associazione Pedicino di Santa Francesca, e dell’amico Argentino Tommaso D’Arpino, in rappresentanza dell’Associazione A.R.I.S. di Sora, con la partecipazione attiva degli abitanti della contrada e il sostegno del Comune di Veroli nella persona dell’allora sindaco prof. Danilo Campanari, fu scoperta una lapide commemorativa, a ricordo degli avvenimenti legati alla reazione filoborbonica. La lapide reca la scritta:

 

QUESTA CASA FU L’ABITAZIONE – DI OLIMPIA LISI IN COCCO – E TRA IL 1860 ED IL 1862 LA BASE OPERATIVA – DI LUIGI ALONZI DETTO CHIAVONE – COMANDANTE IN CAPO DELLA GUERRIGLIA – ANTINAZIONALISTA – SULLA FRONTIERA PONTIFICIA.

All’evento, in rappresentanza delle istituzioni, presero parte i sindaci di Veroli, di Monte San Giovanni Campano e di Castelliri e gli assessori alla Cultura di Boville e Sora. Alla presenza di un folto pubblico, proveniente da diverse province del Lazio e della Campania, e degli alunni della Scuola Media Statale “G. Mazzini” di Veroli, avvenne il taglio del nastro ad opera di Nicola Cocco discendente di Olimpia.
Nel mondo delle tradizioni popolari si segnala la paziente opera di raccolta di oggetti effettuata dall’Associazione “La Vetta”, confluita, anche grazie alla lodevole disponibilità dell’Amministrazione Comunale di Veroli, nel Museo della Civiltà Rurale, ospitato in via Franco dè Franconj.

Museo della Civiltà Rurale

Questa istituzione raccoglie documentazione di primo ordine sui vari aspetti della vita quotidiana degli abitanti di Veroli fino agli anni del boom economico. Di notevole interesse è l’esposizione dedicata all’Antico Confine tra lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie, con riferimento al Brigantaggio, attraverso documenti, foto e reperti di superficie, provenienti dai siti degli accampamenti citati nel diario dello Zimmerman e dai  ruderi degli avamposti e gabbiotti.
Voglio segnalare che tra i siti degli accampamenti studiati, come sulla cresta di Monte Pratelle siano presenti brani di muretti a secco di più 50 capanne, e la ricerca di superficie abbia portato al ritrovamento di numerose monete degli stati preunitari, medagliette votive, fibbie, parti di armi da sparo e palle di avancarica.
Ci piace concludere questo paragrafo con le parole del giornalista Guglielmo Nardocci, inviato di Famiglia Cristiana, che, a proposito del brigantaggio nel nostro territorio, così si è espresso:

La storia di quelli che i libri di storia risorgimentali definirono frettolosamente “briganti” non è solo motivo di attrazione turistica con la cosiddetta via dei Briganti, che va da Sora a Veroli e Trisulti passando per i casali di montagna dei centri di Scifelli, I Cocchi, Fontana Fratta e Santa Francesca. Quelle vecchie vicende, per dire la verità, mordono ancora, perché la memoria di coloro che combatterono per Francesco di Borbone re di Napoli e per il Papa e furono uccisi in molti casi in modo barbaro e crudele vive nei discendenti, divide e fa ancora discutere segno di un’unità d’Italia fatta da poche élite e raccontata male, dalla parte di chi ha vinto. (G. Nardocci, “Terra di briganti e palloncini”, in Famiglia Cristiana, LXXX, 2010, fasc. 28, p. 62).

Dott. Achille Lamesi

Conclusione del Progetto Alternanza Scuola Lavoro promosso dal Liceo G. Sulpicio di Veroli in convenzione con il Circolo Legambiente Lamasena.

Si è concluso lo scorso giovedì il corso “Sicurezza Alimentare: principi dell’HACCP e trattazione delle principali contaminazioni alimentari” tenuto dalla Biologa Sara Leo, indirizzato al progetto di Legambiente Lamasena in convenzione con il Liceo Statale Giovanni Sulpicio a indirizzo scientifico di Veroli. Il liceo G. Sulpicio ha designato come tutor la Docente Assuntina Bianchi. La convenzione è stata stipulata con il responsabile del progetto nonché presidente dell’Associazione Lamasena Remo Cinelli. I due tutor aziendali coinvolti da Remo Cinelli con i quali gli studenti hanno interagito sono stati le Dott.sse Sara Leo e Maria Grazia Bottoni.

Con il Presidente Remo Cinelli, gli studenti hanno costruito un bilancio, in particolare si sono imbattuti nella costruzione di un bilancio relativo a organizzazioni non lucrative di utilità sociale (ONLUS) e hanno appreso nozioni di informatica applicata legata all’uso di fogli di calcolo (Excel, Microsoft Office). Inoltre hanno avuto l’opportunità di partecipare all’evento “La Fattoria delle Intelligenze”, il cui soggetto promotore è stato Arduino Fratarcangeli, organizzato presso la sede del circolo a Scifelli.

Con la Dott.ssa Maria Grazia Bottoni hanno ricevuto nozioni di museologia e di catalogazione dei reperti, presso il Museo Civico della Civiltà Rurale di Veroli.

Durante il corso tenuto dalla Dott.ssa Sara Leo, avvenuto in una prima parte presso il convento dei Padri Redentoristi di Scifelli, sede del circolo, sono state definite le tematiche riguardanti l’HACCP, imprese alimentari, OSA e personale alimentarista, Manuale di Autocontrollo Alimentare , analisi e identificazione dei rischi e dei pericoli, CP e CCP lungo i diagrammi di flusso dei processi produttivi. Sono state fornite nozioni di etichettatura, lottizzazione, corretta sanificazione e descrizione delle principali infezioni alimentari, intossicazioni e tossinfezioni. Sono state trattate le principali contaminazioni batteriche da Listeria monocytogenes, Escherichia coli, Salmonella enterica spp., Shigella dysenteriae spp., Clostridium botulinum, Bacillus cereus, Campylobacter jejeuni. Trattazione di alcuni parassiti responsabili di saprozoonosi come Anisakis simplex, Taenia sp., Trichinella e di un aracnide infestante comune delle derrate alimentari. L’aracnide Tyrophagus putrescentiae meglio noto come “acaro del prosciutto” di per se non è patogenico (eccetto nei casi in cui l’operatore è allergico all’acaro o meglio alle sostanze che l’acaro espelle nelle feci e per inalazione, ingestione o contatto instaura una contiguità con esse), piuttosto si comporta da promotore della adulterazione organolettica ad azione putrefattiva degli alimenti che più predilige, in particolare gli stagionati come  prosciutti e formaggi, per cui viene controllato e inserito nel piano di monitoraggio degli infestanti del Manuale dell’Autocontrollo Alimentare di prosciuttifici e caseifici.

In una seconda parte del corso gli studenti hanno visitato numerose aziende con cui la Dott.ssa Sara Leo ha instaurato contatto, in cui sono state illustrate loro le diverse attività produttive, individuati i CP e CCP e visionato il Manuale dell’Autocontrollo. In primis ha fatto da capofila lo Stabilimento di trasformazione e lavorazione carni associato al punto vendita di Antica Norcineria Cironi S.r.l. di Massimo Cironi sito in Contrada S. Anna 68 (Veroli). Il proprietario insieme al figlio Alessandro Cironi hanno accolto gli studenti nel migliore dei modi, in particolare Alessandro ha illustrato loro i diversi processi produttivi, spiegandone le criticità nel controllo delle temperature e umidità nelle varie sale di lavorazione, nella sala spezie e nelle varie celle frigo adibite al pre-riposo/riposo/abbattimento/cottura/stagionatura/salagione/asciugatura nonché ai locali di stoccaggio e confezionamento di carni in arrivo/in lavorazione e prodotti finiti come salumi. Tra i prodotti finiti Norcineria Cironi produce salumi insaccati come lonze, salami, tronchetto, salsicce secche e fresche e salumi non insaccati come prosciutto, pancetta, guanciale, capocollo (o coppa), carni fresche porzionate, porchetta e prodotti Ready To Eat (RTE) ovvero pronti al consumo come trippa, pecora al sugo ecc… Gli studenti hanno assistito alla procedura di preparazione dell’insaccato salame “Cacciatore” nelle due varianti prodotte dallo stabilimento dolce e piccante. Sono state aggiunte nozioni in merito alle modalità di controllo ufficiale, elargite dal socio del circolo Lamasena nonché dirigente Medico Veterinario presso ASL Frosinone Dottor Achille Lamesi.

Il secondo attore aziendale del corso, è stato Locanda La Sementa di Francesca Zeppieri sito in Contrada Colle Ciaffone, 78 (Veroli). La Locanda è anche B&B e presidia una ristorazione tipica ciociara anche verolana con primi piatti costituiti da fettuccine ai funghi porcini, gnocchi e gnocchetti, pasta all’uovo “fini fini”, ravioli e ravioloni, “sagne pelose” con ceci e baccalà. Secondi piatti di pollo, coniglio alla cacciatora, faraona con cipolle e birra, abbacchio alla briachella, pecora al sugo, “Garofolati verolani” ovvero carne di pecora adulta lavorata ad involtino e condita con diverse spezie tra cui spiccano i chiodi di garofano, eponimo del piatto. I piatti sono accompagnati da prodotti farinacei come pane, stese e pizze fritte, tipici della tradizione verolana.

Gli studenti hanno potuto visionare i registri accessori al Manuale dell’Autocontrollo come quello dei fornitori e compilare le schede di registrazione delle carni in ingresso e schede di monitoraggio delle temperature degli impianti frigoriferi e congelatore. Gli studenti hanno applicato le nozioni di corretta conservazione degli alimenti e proceduto inoltre all’abbattimento di paste fresche e allo stoccaggio in frigorifero delle carni fresche come agnello, salsicce e bistecche. È stato visionato il registro ingredienti incorporato al menù, con indicanti in evidenza eventuali allergeni presenti nelle varie preparazioni, come disposto dal Regolamento UE 1169/2011. Sono state trattate nozioni di buona prassi igienica, pest control e sanificazione delle attrezzature e delle superfici di lavoro. Francesca Zeppieri inoltre ha aggiunto al termine nozioni sulle buone prassi nella conduzione di un’attività ristorativa in generale.

Il terzo attore è stato la società cooperativa Melissa Soc. Coop. di Massimo e Mario Iafrate sita in Via San Lorenzo 1 (Castelliri). Presso la cooperativa, che si occupa di apicoltura fin dal 1986, è stato osservato dato il periodo primaverile, l’affascinante sciamatura delle api, ovvero il modo in cui si propaga, un modo collettivo di tutta la colonia al massimo dello sviluppo

Il prodotto principale dell’azienda è il miele, prodotto direttamente dalla cooperativa o tramite degli apicoltori associati. Massimo Iafrate ha spiegato la costituzione di una cassetta nido che loro adoperano detta arnia del tipo “nomadismo da 10 favi”, la cooperativa infatti oltre ad essere produttore di miele, possiede una falegnameria artigianale in cui vengono prodotte arnie e qualunque tipo di attrezzatura in legno necessaria all’apicoltura. Sono stati individuati i CP e CCP e illustrato loro la smielatura, a partire dalla fase di raccolta dei favi, la centrifugazione, la filtrazione, la decantazione del miele e le procedure finali di invasettamento ed etichettatura. Ad oggi le tipologie più frequenti di miele prodotte sono millefiori, acacia, timo, eucalipto, arancia, bosco e castagno. Ci sono stati anni particolarmente abbondanti in cui la cooperativa ha prodotto anche 25 tipi diversi di miele, tra cui sulla, corbezzolo, lavanda, tarassaco, mirto sardo. Gli studenti hanno appreso nozioni riguardo alla lottizzazione informatizzata del miele e al sistema HACCP a cui viene sottoposto, inclusi i campionamenti e le costanti verifiche in merito alla presenza di anticrittogamici/pesticidi/metalli pesanti. Torniamo al tipo di apicoltura adottata dalla cooperativa, un’apicoltura nomade risalente all’Egitto arcaico, che presuppone lo sfruttamento razionale delle fioriture trasportando gli alveari sul posto dove avviene il maggior raccolto in tempi dunque limitati. Al termine di tale fioritura, ci si sposta su fioriture successive, evitando il rischio di perdita del raccolto per condizioni meteorologiche avverse come accade invece nell’apicoltura stanziale, più recente. Tra i prodotti delle api trattati da Melissa Soc. Coop., Massimo Iafrate ha citato anche il polline, la pappa reale, la propoli e l’uso del miele nella cosmesi. Il polline viene prodotto dai fiori e rappresenta la frazione microgametofitica (esclusivamente maschile) prodotta dalle piante che hanno adottato come strategia evolutiva riproduttiva il seme, ovvero le Spermatofite. Il polline viene raccolto dalle api e serve loro da nutrimento a tal punto che in sua assenza le api smettono di deporre le uova. Ha forma granulare ed è ricco di proteine, amminoacidi, sali minerali e tante altre sostanze nutritive. La pappa reale è l’alimento di cui si nutre esclusivamente l’ape regina. Ricca in vitamine e sali minerali, è consigliata a tutti coloro che si trovano in condizioni di stress e/o di necessità di apporto vitaminico/minerale, come i bambini, gli anziani, sportivi, studenti e via dicendo. La propoli è una sostanza che raccolta e lavorata dalle api viene trasformata dalla società in tintura o utilizzata per produrre creme, caramelle, sapone, shampoo e altro ancora.  Ha un’azione antibiotica naturale, antinfiammatoria, antibatterica, cicatrizzante e disinfettante. Viene utilizzata contro gengiviti, faringiti, come cicatrizzante delle ferite, sulle scottature ed tanto altro. Il miele è un’umettante naturale, tende dunque ad attrarre e trattenere l’acqua, svolgendo cosi un’azione emolliente senza appesantire e un’azione idratante per pelle e capelli, per cui viene strategicamente usato per la produzione di creme, detergenti, maschere per il viso  ma anche bagnoschiuma, shampoo e balsamo.

Terminata la visita gli studenti hanno avuto l’opportunità di conoscere uno dei primi apicoltori associati di Cooperativa Melissa, il Signor Gargaro Serafino, il quale ha elucidato numerose proprietà di alcuni suoi preparati come tinture a base di propoli e menta, che è stato possibile anche assaporare, concludendo con una nota di colore l’intera giornata già ricca di nozioni.

La Dott.ssa Sara Leo ha inserito nel programma del corso anche visite presso stabilimenti di produzione di bevande in quanto anch’esse assoggettate all’autocontrollo.

Tra le aziende coinvolte figura Sarandrea Marco & CO. S.r.l. proprietario della storica liquoreria artigianale e del laboratorio di fitopreparazioni di piante officinali e loro derivati. Le linee di prodotto della liquoreria, sono formate a partire da acqua sorgiva, alcool e da estratti vegetali tipici della flora mediterranea, in particolare dei Monti Ernici entro i quali alberga la Liquoreria, secondo gli scritti di Febronio, già noti ai tempi di Esculapio, il cui maestro Chirone definì “l’Orto del Centauro”, un orto nel quale vegetano miracolose erbe officinali. Insieme al Biologo Walter Culicelli, Responsabile dell’Autocontrollo applicato alla produzione di liquori, gli studenti hanno colto l’opportunità di visionare il Manuale e identificare i punti critici rispetto alle linee produttive. Oltre ai liquori, il laboratorio vanta la produzione di tinture madri, oleoliti, alcoliti, sciroppi e infusi che sono stati esaustivamente descritti dal Dottor Culicelli. Sono state fornite loro nozioni sulla nascita dei liquori, chimica generale, della tracciabilità dei preparati, rapporti di prova, schede tecnico-analitiche e schede tecniche di produzione, dichiarazioni di conformità, monitoraggio delle temperature con datalogger. inoltre è stata fornita loro una guida sulle principali preparazioni fitoterapiche e ogni delucidazione richiesta è stata soddisfatta. La visita ai locali di produzione è stata armonizzata dall’incontro con il Prof.re Marco Sarandrea, che ha augurato il buon proseguo della visita.

In una seconda parte dalla visita, accompagnati dai Dottori Maria Grazia Bottoni, Sara Leo e Walter Culicelli, gli studenti sono stati scortati verso il Museo Naturalistico del Comune di Collepardo, nato grazie ad attività di volontariato sostenute in particolar modo dal Dottore Fabio Collepardo Coccia e Walter Culicelli stesso e insieme a tanti altri collaboratori. Il museo racchiude tante aree tematiche e riproduce fedelmente la storia dell’Orto del Centauro, e della scienza in generale, descrive la sua area, gli habitat della sua fauna e un vasto erbario sulla sua flora.

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L’ultimo appuntamento programmato per gli studenti è stato svolto presso Birrificio Ciociaro dei tre soci Giorgio  e Francesco Viti e Francesco Santoro sito in Contrada Brecceto 8 (Madonna del Pianto, Veroli). Gli studenti si sono approntati a comprendere il processo produttivo della birra, i differenti lieviti e i differenti malti utilizzati, a comprenderne i suoi punti critici di controllo, nonché data la disponibilità di Francesco Viti a mettere mano al primo step di preparazione della birra, ovvero la detersione e sanificazione delle attrezzature. Attento al rischio della presenza di frammenti di vetro nelle bottiglie infatti, Francesco e gli altri soci hanno pensato bene di detergere e sanificare le bottiglie in vetro una ad una nonostante si acquistino già confezionate e sterilizzate.  Gli studenti hanno avuto modo di procedere a questa operazione. Successivamente la birra, già maturata da giorni e rifermentata in quanto ha specificato Francesco, per il  momento non lavorano in modalità isobarica, è stata imbottigliata dagli studenti, che si sono apprestati a imparare il funzionamento della imbottigliatrice volumetrica a depressione. Le linee di prodotto del neobirrificio, al momento sono tre, la “Kangaroo”, una birra chiara di frumento e con luppolo Australiano, “La Ciocia” una birra chiara con una bassa gradazione, ispirata alle classiche Kölsch di Colonia e un’IPA (India Pale Ale) birra ad alta fermentazione.

A conclusione del progetto, un ringraziamento speciale va a tutti gli organizzatori, agli studenti, alle aziende e le relative persone sopracitate che hanno donato la loro disponibilità, tempo e materiali preziosi al progetto e alla trasmissione della cultura professionale agli studenti, stimolandoli positivamente, dando esempi reali di attività qualitatevoli di tutto rispetto a km 0.

Dott.ssa Sara Leo

II Appuntamento con Agricoltura Organica

Il secondo appuntamento con il docente Matteo Mancini, promotore dell’ Agricoltura Organica di Deafal ONG, è avvenuto lo scorso 21 Gennaio 2018 (https://lamasena.net/2017/12/13/lapproccio-del-circolo-lamasena-allagricoltura-organica-rigenerativa/) . Luca Pupparo e la Dott.ssa Laura Quattrociocchi gli organizzatori dell’evento, stavolta hanno scelto come luogo di incontro la sede operativa del circolo Legambiente Lamasena a Scifelli (https://lamasena.net/2018/01/31/agricoltura-organica-e-rigenerativa/). La caduta delle foglie durante la stagione autunnale appena trascorsa, la degradazione delle carcasse di animali o qualunque altra forma di materia vivente che diventa non vivente, non fa altro che contribuire alla deposizione delle Sostanza Organica (SO) nei suoli. La SO può andare incontro a processi di umificazione o mineralizzazione a seconda delle condizioni ambientali. Nel primo caso essa rilascerà alle piante che ne trarranno nutrimento, l’humus, nel secondo invece essa rilascerà componenti minerali.

Il docente Matteo Mancini ha ricordato l’importanza del processo di umificazione e la capacità di ritenzione dell’acqua dell’humus: un kilogrammo di humus infatti è in grado di trattenere circa 20 litri di acqua.  Il suolo inoltre è il secondo ambiente dopo gli oceani più ricco in carbonio, rappresenta una forma di riserva del carbonio, riserva che tende a diminuire ogni qual volta che le attività antropiche che impattano su di esso sono troppo brusche, a tal punto da provocarne un’ossidazione e una perdita sottoforma di anidride carbonica. Fino agli anni ’50, il contenuto medio della SO sui suoli italiani, si aggirava intorno al 75%. Dagli anni ’50 a oggi, si è osservato un progressivo impoverimento della fertilità, fino a raggiungere un contenuto medio si SO < 2%. Un suolo che sta bene in salute, presenta un buon grado di fertilità, mineralizzazione, drenaggio dell’acqua, possiede un’ottima capacità tampone, riesce a mantenere più o meno costante la propria temperatura rispetto a quella dell’ambiente aereo sovrastante.

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È stata eseguita un’analisi qualitativa del suolo circostante la sede operativa del circolo Lamasena, sondando il terreno con una vanga, prelevando suolo ad una profondità di circa 20-30 cm dalla superficie. Le prove andrebbero eseguite in condizioni di tempera, ovvero su suolo né troppo umido né troppo asciutto ed in primavera in quanto crescendo più piante si ha il massimo della vitalità. Lo strato di suolo immediatamente sottostante alla superficie, corrisponde a quello più ricco in humus (se presente) e nel suolo del circolo, è apparso abbastanza ricco in humus, di colore più scuro, in quanto quel terreno è da tempo non soggetto a meccanizzazione. A corroborare questa ipotesi, c’è stata la presenza dei lombrichi in questo strato, non sempre indicatori positivi. Certamente indicatori di fertilità e quindi di presenza di SO, ma a volte sono indicatori di zone di compattamento del terreno, soprattutto quando spostati più in superficie. Scendendo ancora più in profondità allo strato di humus segue uno strato di colorazione visibilmente più chiara e tendente al marrone, in cui è stato possibile osservare la presenza delle radici delle piante erbose colonizzatrici del suolo. L’osservazione delle radici permette di capire se il terreno è dotato di sufficiente morbidezza oppure viceversa tende ad essere più duro e resistente. Nel nostro caso le radici avevano una andatura diritta e non contorta, ad indicare un suolo soffice. Se il campo fosse stato soggetto a meccanizzazione ad esempio da un frangizolle che ara superficialmente a 20-25 cm di profondità, ricorda il docente, si sarebbe creata una soletta di lavorazione , sia per le radici che si sarebbero contorte, sia per l’acqua, la quale non avrebbe potuto drenare nel terreno, sarebbe ristagnata e avrebbe provocato erosione nel suolo (fenomeno superficiale), oppure se protratto nel tempo il ristagno avrebbe provocato smottamenti e frane (fenomeni profondi). L’azione delle radici nel suolo infatti è soprattutto meccanica, che protegge il suolo dal fenomeno dell’erosione, trattenendo aggregati di terreno sottoforma di particelle sferiche, che ironicamente il docente definisce “cous cous di terra”e rappresentano l’indicatore più importante della fertilità di un terreno.

Si prosegue con la diagnosi del terreno, analizzando prima la struttura e poi la tessitura. Per quanto riguarda la struttura, si analizza la presenza di piccoli sassolini nel terreno, fondamentali in quanto il 50% del terreno quando fertile, dovrebbe essere costituito da spazi, zone di aria,  che agevolano il passaggio delle radici. In caso di meccanizzazione, il peso della macchina, pressa il suolo a tal punto da compattare il 40% degli spazi di aria presenti, che vengono persi.

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Il suolo del circolo ancora una volta ha dato esito semi-positivo, presentando sassolini ma non molti spazi di aria. Dal punto di vista della tessitura, si va ad analizzare la presenza di sabbia, limo e argilla. In presenza di argilla, le particelle di terreno presentano una dimensione inferiore a 0,002 mm. Qualitativamente in assenza di metodi metrici, si può provare a impastare una qualunque forma con le mani, anche geometrica e vedere se il suolo resta fissato in quella forma, se torna nello stadio iniziale senza forma, allora non ho abbastanza argilla nel suolo (inferiore al 30%), mentre se riesco a creare qualcosa, il contenuto di argilla è approssimabile al 70-80%. La forma non si è mantenuta per cui il suolo del circolo non presentava molta argilla. La presenza di limo viene testata aggiungendo poca acqua ad una poltiglia di suolo, e strofinandola con l’attrito si genera schiuma. Nel nostro caso è risultata abbondante la presenza di limo. La presenza di sabbia (in proporzione restante delle due) e quindi di silice nel terreno, diminuisce la capacità di trattenere acqua, data la sua carica negativa è capace al contrario di attrarre minerali.  L’argilla dunque trattiene l’acqua, mentre la sabbia della tessitura trattiene principalmente i minerali. L’argilla per di più offre le condizioni per il mantenimento di un’elevata fertilità chimica e biologica. Il limo ha proprietà intermedie fra quelle della sabbia e quelle dell’argilla. La diagnosi del suolo prosegue analizzando dal punto di vista dell’olfatto, come si presenta un campione di suolo. Esistono due odori “estremi”da considerare, l’odore di bosco da un lato, la condizione ideale, oppure la condizione peggiore l’odore di fogna, in mezzo a questi due una varietà di odori possibili che si allontanano/avvicinano a uno degli estremi. Dalla valutazione dell’odore si percepiscono quali reazioni biochimiche avvengono nel terreno. L’odore di bosco infatti si identifica nella produzione di un particolare metabolita, la Geosmina, la quale anche a concentrazioni molto basse, da un forte sentore di terra e di fungo al sensibile naso di noi uomini. Viene prodotta soprattutto dagli Attinomiceti, in particolare gli Streptomiceti, un genere di batteri aerobi che formano miceli vegetativi ed è lo stesso odore che assume il compost quando prodotto bene aerobicamente. Nel terreno testato l’odore non era molto gradevole, non è stata percepita la Geosmina, altresì è stato percepito un odore di fogna, e dunque il prevalere di fenomeni anaerobici, gli stessi che caratterizzano l’odore di un biodigestato. Il docente è arrivato alla supposizione che il sovrapascolamento (poi confermato) ha creato una crostina superficiale in cui il terreno si è compattato dando luogo ai fenomeni anaerobici distruttivi. Si è passati al Test del perossido di idrogeno (H2O2), con l’intento di ossidare la SO per testare la sua abbondanza. Quanto più veloce e tanto più persiste la reazione al perossido (produzione di anidride carbonica attraverso bollicine di gas), tanto più l’SO è abbondante. Nel nostro caso l’SO è abbastanza abbondante. Nel Test al carbonato di calcio (CaCO3), eseguito versando il succo di limone (acido citrico) sul terreno e osservando quanto reagisce con esso, anche in questo si osserva la liberazione dell’anidride carbonica sottoforma di bollicine di gas. Il terreno sotto analisi è risultato povero di carbonato di calcio. Il CaCO3  è importante soprattutto per il pH del terreno che va a determinare l’assimilabilità dei minerali. Inserendo un coltello in parallelo al terreno all’interno della buca creata dal sondaggio con la vanga, si è riscontrata resistenza all’inserimento, per cui si conferma che la costipazione di animali ha compattato il terreno. La presenza di buche sulla copertura del terreno ha altresì confermato il segno di sovrapascolamento, dove soprattutto in caso di pioggia, gli animali compattano e impermeabilizzano il terreno. La copertura di piante erbacee è pressochè del 60-70%. L’inerbimento naturale infatti è il risultato di una interazione tra animali e suolo, è necessario che il suolo mantenga sempre una folta copertura di erbe.

Analisi qualitativa terreno (0-30 cm)

(Sede operativa del circolo Lamasena, Scifelli)

Proprietà Presenza Assenza
Struttura Fertilità
Lombrichi
Sassolini
Radici diritte Radici contorte
Tessitura Argilla (20-30%)
Limo (40-45%)
Sabbia (25-40%)
Reazione all’acqua Scarsa permeabilità dell’acqua
Reazioni biochimiche Fenomeni anaerobici putrefattivi Geosmina, aerobiosi
Test H2O2 Poche bollicine (media SO)
Test CaCO3 Pochissime bollicine CaCO3
Test del coltello Resistenza, compattamento Areazione
Sovrapascolamento Buche, copertura 60-70% Copertura omogenea
Trattamento consigliato:  è necessaria una riossigenazione del terreno. Si potrebbe fare una semina a spaglio di piante rigenerative come Trifoglio, avena, veccia, senape in primavera.

Nella seconda parte del corso, sono stati rivisti i vantaggi dell’uso delle cover crops o colture di copertura, ampiamente utilizzate in Agricoltura Organica e l’importanza della lavorazione del loro apparato radicale a profondità diverse, soprattutto in contesti problematici di ristagno dell’acqua. Le cover crops infatti oltre a dare un’azione strutturale al terreno, e di copertura erbosa anti-erosiva, permettono con l’autoconcimazione l’aumento del numero di microrganismi chemiosintetici (nitrosobatteri), i quali aumentano i processi di organicazione dell’azoto. Più azoto organicato significa più azoto disponibile e indirettamente più carbonio disponibile alle piante. Per cui può avere inizio anche il processo di umificazione. Gli acidi fulvici, le umine e gli acidi umici che costituiscono l’humus hanno una permanenza nel terreno di centinaia di anni.

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Si è proceduto alla produzione pratica di un bioconcimante fogliare da utilizzare come supporto alle colture che si vuole seminare su un terreno rinvigorito strutturalmente e dal punto di vista della tessitura.  Per preparare un biofertilizzante naturale,è necessario un bidone in plastica da 200 lt dotato di coperchio, e praticato un foro di circa 12 mm, si inserisce una guarnizione ed un gorgoliatore. All’interno bisogna immettere:

  • 100 lt di siero di latte (raccolto la settimana precedente);
  • 4 Kg cenere (o 4 kg farina di roccia, o 3 kg farina roccia e 1 kg di cenere);
  • 2 kg zucchero (in estate anche ½ Kg);
  • ½ kg lievito di birra o pasta madre;
  • Portare a volume (30 lt circa) con acqua non clorata.

 

Il siero della settimana precedente infatti ha avuto il tempo sufficiente alla moltiplicazione dei microrganismi durante i 7 giorni successivi alla raccolta. È un elemento ricco di proteine ed è antioidico, ovvero protegge dall’attacco dei funghi responsabili del “mal bianco”, ad esempio l’oidio della Vite (Vitis vinifera spp.). Il siero rappresenta dunque la parte viva del biofertilizzante in quanto ricco di microrganismi. La cenere (ripulita dal carbone) serve da substrato minerale dei batteri, questi ultimi infatti degraderanno la matrice minerale presente nella cenere, nutrendosene, gli elementi calcio, fosforo, potassio, sodio e magnesio contenuti nella cenere verrano fissati nei batteri, e dopo la loro morte, rilasceranno questi elementi. Si aggiunge lo zucchero ed il lievito dopo una loro attivazione in un altro contenitore mescolando con dell’acqua (ideale a 27-28°C). Infine si porta a volume con dell’acqua non clorata (quella potabile della rete idrica comunale non va bene in quanto è clorata, a meno che non si lascia decantare), per esempio raccolta da acqua piovana o acqua di sorgente, tenendo conto di fermarsi sotto la superficie del fusto di almeno 20 cm. È necessario infatti lasciare questo “spazio di reazione” in cui tutti i gas prodotti andranno ad accumularsi. Si agita mescolando bene il contenuto prima della chiusura. Si chiude il fusto e si inserisce un tubo flessibile nel foro creato sul coperchio, dilatando leggermente la guarnizione con un accendino, attraverso il gorgogliatore il tubo continua fino a riversarlo in una bottiglia che va riempita per ¾ di acqua e appesa ad un lato del fusto, all’interno della quale si formerà il biofertilizzante. Si controlla che si sia chiuso ermeticamente il fusto soffiando dall’estremità esterna del tubo e osservando se si gonfia il tappo del fusto. I microrganismi inizieranno da subito a lavorare e produrranno gas che andranno a riversarsi nella bottiglia, generando bollicine e i nutrienti prodotti si riverseranno nella bottiglia a lungo andare, cambiando la colorazione dell’acqua.

 

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Al posto della cenere, si può utilizzare un’altra materia prima minerale, più nobile, la farina di roccia, derivata dal basalto, roccia vulcanica più ricca dal punto di vista minerale, circa 25-30 minerali diversi, tra cui il silicio importante per aumentare la capacità fotosintetica delle foglie, attraverso l’aumento della superficie di riflessione della luce, funge da specchio ed è poco disponibile nel terreno. Il boro contenuto in essa è importante per l’allegagione dei frutti. Il rame invece è fondamentale per la fotosintesi, ma non bisogna eccedere in quanto è anche un metallo pesante tossico se riversato in grandi quantità.  La farina di roccia nel biofertilizzante può essere anche miscelata alla cenere. È inoltre buona come arricchente nel compost in rapporto di 1/10 (ad es. su 500 quintali di compost necessari a 1 ettaro di terreno, si possono aggiungere 50 quintali di farina di roccia). Se il terreno è povero di ferro, è consentito (anche in Agricoltura Biologica), l’addizione di solfati di ferro e magnesio in quantità di 2,3,4 kg all’anno. Questi dosaggi vanno mantenuti anche per l’addizione di boro, rame, magnesio o zinco. Nel biofertilizzante per un terreno con piante affette da clorosi ferrica (carenza di ferro) possono essere aggiunti i solfati, separati in due fusti (uno per il ferro, l’altro per il magnesio) in questi dosaggi:

  • 100 lt siero;
  • 3 kg farina di roccia;
  • 2 kg zucchero;
  • 0,5 kg lievito;
  • 0,5 kg solfato di ferro Fe2SO4 oppure 1 kg solfato di magnesio MgSO4;

Si ribadisce però l’importanza della fertilizzazione del terreno, in quanto se quest’ultimo è fertile, la pianta riesce a proteggersi di più dall’attacco dei funghi ad es. Peronospora, e quindi non è necessario intervenire con la concimazione chimica per la protezione delle malattie.

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In olivicoltura spesso si usa il caolino, un’argilla in grado di coprire foglie e frutti schermandoli dall’irraggiamento del sole, disorientando la mosca dell’olivo (Bactrocera oleae), questo può essere aggiunto al biofertilizzante di base cosi preparato, aggiungendo:

  • Per 100 lt di acqua:
  • 2 kg caolino
  • 1 kg calce spenta Ca(OH)2
  • 150-250 g solfato di rame CuSO4
  • 5 lt biofertilizzante

Questo biofertilizzante arricchito in caolino, va applicato nel mese di Luglio, prima della deposizione delle uova da parte della Bactrocera oleae. Ne va applicato in quantità rapportate alla dimensione/età della pianta di olivo ad esempio se la pianta ha 70-80 anni ne applicherò 4 litri di biofertilizzante a pianta, se queste avranno 35-40 anni, 2 litri a pianta. L’ideale  sarebbe di diluirlo al volume di acqua utilizzato per l’irrigazione; per la viticoltura in genere si usano  1000 litri di acqua/ettaro di terreno, in questo caso si possono diluire 60-70 lt di biofertilizzante in questi 1000 lt acqua/ha. Si può applicare nei primi anni quando il terreno ancora non è stato fertilizzato e non ha recuperato la struttura. Al biofertilizzante può essere aggiunto anche il letame di animali, soprattutto i poligastrici, vaccini, ovini, caprini a questi dosaggi:

  • < 10 lt siero
  • 40 kg letame
  • ½ kg zucchero
  • ½ kg lievito

Di questo biofertilizzante addizionato di letame, in 1 ettaro (ha) di uliveto/vigneto, ne uso 60-70 litri.

Si consiglia di preparare i biofertilizzanti ogni anno.

Esempio: Ho 3 ha di terreno e voglio fare 5 trattamenti corroboranti nel corso della stagione, di ogni trattamento ne applico 70 litri, quindi ho bisogno di 350 lt di biofertilizzanti per ha di terreno, quindi per 3 ha di terreno ho bisogno di 1050 lt. Meglio produrli tutti insieme, quindi ad es. in un contenitore grande da 1000 lt e un fusto da 200 lt per rimanere comodi. Si distribuiscono con una pompa a spalla a motore, o con la barra o con l’atomizzatore da vigna a seconda delle disponibilità.

Per arricchire i terreni si consiglia invece l’uso delle cover crops che arricchiscono le colture. Le piante da sovescio, vengono seminate a spaglio (in autunno), si fresa leggermente per interrare i semi. Dopodichè arrivate allo stadio di bottone fiorale le piante da sovescio vengono (tarda Primavera) trinciate leggermente su se stesse, oppure ancor meglio della trincia, sfalciate oppure ancora viene passato un rullo a martelli che le alletta, incide il fusto ma non lo taglia e interra poco a poco i semi. I semi germoglieranno con la successiva stagione autunnale delle piogge, ricoprendo di nuovo il terreno. Delle piante da sovescio allettate invece, avverrà prima la degradazione della leguminosa, più appetibile ai batteri e poi quella della graminacea. Il terreno cosi facendo rimane sempre coperto, non viene eroso e no perde la SO che gradualmente accumula con la degradazione delle colture da sovescio. La copertura del suolo inoltre evita che le spore della Peronospora colonizzatrici dei vigneti ma non solo, si disperdano con la pioggia e schizzino dal terreno sulle foglie, promuovendo l’infezione. Se voglio più carbonio e fertilità permanente, scelgo sovesci di Graminaceae (Poaceae), se voglio più azoto utilizzo sovesci di Leguminose, ad es. orzo insieme a favino, oppure farro (o triticale) insieme alla veccia, oppure ancora avena e sulla. Se voglio più struttura al terreno e areazione in quanto presenta costipazione, uso specie fittonanti come il trifoglio fittonante e le Brassicaceae. Dopo 3-4 anni di semina delle colture di copertura a ciclo annuale, si può passare alle coperture con colture perenni (es. loietto perenne, festuca dei prati, erba mazzolina) indice di pascolo evoluto, e si può raggiungere la vegetazione climax che ristabilisce le condizioni ideali che permettono al terreno di mantenere protetta la SO generata negli anni addietro di lavorazione con le colture di copertura.

Ancora una volta il Prof. Matteo Mancini, ha sorpreso i partecipanti al corso, e ha dimostrato loro con i suoi dati di lavoro, i numerosi benefici legati all’uso delle colture di copertura, i cosidetti sovesci. Durante il corso infatti non a caso, una partecipante ha ricordato come proprio nel territorio di Veroli, fino a circa 30 anni fa si praticava la semina di avena e veccia in autunno, poi in primavera si seminava sul letto creato da avena e veccia, il mais che cresceva cosi rigoglioso. Nulla di nuovo dunque, basterebbe ricordare quello che facevano i  nostri avi e tornare oggi, coscienti della funzionalità di questi metodi dopo il corso di Agricoltura Organica, a piantumare le colture da sovescio come una volta.

Dott.ssa Sara Leo

 

 

 

 

Veroli Sostenibile

 

Locandina all’Ingresso di La Catena

L’amministrazione comunale di Veroli continua il programma di  eventi che tendono ad accendere gli interessi sui temi della sostenibilità ambientale.

Il 16/12/2017 , l’assessore all’ambiente del comune Alessandro Viglianti ,  ha organizzato “Veroli Sostenibile , manifestazione  che ha avuto un prologo con una  passeggiata ecologica all’interno del centro storico della città e un epilogo con un convegno all’interno della sala “La Catena“.

Nel convegno, partecipato dalle classi quarte del liceo G. Sulpcio, si è fatto il punto sullo stato degli interventi messi in atto dall’amministrazione comunale negli ultimi anni , a cominciare dall’avvio – su tutto il territorio comunale –  della raccolta differenziata porta a porta, come ha ricordato il sindaco Simone Cretaro. L’altra importante azione, di cui ne è stata data notizia, è la riqualificazione e regolamentazione degli accesi al  pianoro di prato di Campoli attraverso una riserva di 200.000 euro di stanziamenti messi a disposizione dall’ente regionale.

Sul piano dell’educazione ambientale è stato esposto il progetto che è stato sviluppato all’interno della locale scuola primaria di primo e secondo grado in cui il comune di Veroli ne è stato il partner e sostenitore. Il Progetto , ideato e realizzato dalla guida ambientale  Roberta Taschera,  ha portato gli alunni a vivere le  forti emozioni sensoriali  che scaturiscono nel  vivere  un bosco  distrutto da un incendio con l’obiettivo di far accrescere la sensibilità  ambientale degli studenti  verso il bosco che è un bene di grande bellezza ed utilità ma anche estremamente fragile e indifeso.

Sul lato delle azioni amministrative, di cui ha dato conto l’assessore regionale all’ambiente Mauro Buschini,  si è fatto il punto sulle attività legislative che sono state indirizzate verso due principali direttrici. La prima è stata il radicale rinnovo – in chiave ecologica –  del parco pubblico dei bus di linea che stanno portando un indubbio  contenimento del particolato immesso nell’aria. La seconda direttrice ha riguardato i bandi  d’incentivazione per il ricambio delle vecchie caldaie di riscaldamento domestico e l’incentivazione all’adozione di dispositivi di filtro  elettrico per fissare e far precipitare  il pericoloso PM10, al fine di  evitarne la sua dispersione nell’aria.

Il tema della qualità dell’aria è stato , invece ,  elaborato dal circolo Lamasena attraverso la presentazione di Riccardo Viselli che ha evidenziato i dati quantitativi rilevati dalle 8 apposite centraline fisse gestite dall’ARPA Lazio.    L’evidenza di questi dati sintetici  ha dimostrato le ragioni che pongono la città di Frosinone come quella che ha il triste primato italiano della città con il  più alto numero di  sforamenti dei valori ammissibili per il  PM10. Alla luce delle informazioni riportate da Viselli,  è  emerso che la città di Frosinone è afflitta più da fenomeni di picco,  per lo sforamento  dei livelli di PM10,  piuttosto che da problemi dovuti al superamento dei valori medi ammessi per lo stesso PM10. In altri termini, la qualità dell’aria a Frosinone è mediamente buona a meno dei  numerosi/troppi eventi di picco in cui il valore del PM10 viene superato che da conto del triste primato italiano.  Accanto all’evidenza dei dati,  Viselli ha  esposto alcune proposte di Legambiente per affrontare e risolvere il problema del PM10 agendo sul piano del traffico veicolare, degli abbruciamenti agricoli o attraverso la limitazione dei fuochi pirotecnici per il loro elevatissimo potenziale inquinante.  Le slides della presentazione di Viselli possono essere scaricate qui.

 

L’approccio del circolo Lamasena all’Agricoltura Organica Rigenerativa

Su iniziativa di alcuni soci del Circolo Legambiente Lamasena, Laura Quattrociocchi affiancata da Luca Pupparo, e Giuliano Patrizi, è stato realizzato un incontro tra il coordinatore tecnico di Deafal ONG, Matteo Mancini e la società cooperativa “La Ciera dei Colli” di cui Giuliano Patrizi ne è socio. La Ciera dei Colli, che da quasi due decenni opera sul territorio di Monte San Giovanni Campano si pone tra gli obiettivi, quello di conservare e valorizzare le tradizioni olearie delle colture di ulivi principalmente della varietà autoctona “ciera”presenti, migliorando così le condizioni culturali, economiche e professionali dei soci che ne fanno parte e del territorio che li circonda. Oggetto dell’incontro è stato un corso dedicato all’Agricoltura Organica e Rigenerativa, con risvolti di applicazione pratica allo stabile della società cooperativa monticiana, luogo di incontro delle parti. Molti sono stati gli interessati che hanno partecipato al corso, provenienti da diversi comuni limitrofi alla realtà monticiana, tra cui Veroli, dalla stessa e da comuni anche distanti come Roma.
Deafal (Delegazione Europea per l‘Agricoltura Familiare di Asia, Africa e America Latina) è una ONG costituita nel 2000 ma operativa in modo informale già dal 1998, che promuove lo sviluppo rurale e ha come obiettivi:

  • l’emancipazione e lo sviluppo umano, sociale ed economico dei piccoli produttori agricoli e delle categorie più vulnerabili dei Paesi del Sud e del Nord del mondo, in una logica di cooperazione Sud-Sud e Sud-Nord, oltre che Nord-Sud;
  • la tutela ambientale e la salvaguardia della biodiversità nei Paesi del Sud e del Nord del mondo;
  • la promozione della sicurezza e della sovranità alimentare nei Paesi del Sud e del Nord del mondo.

Per l’Associazione il miglioramento delle condizioni di vita dei produttori agricoli, l’autodeterminazione alimentare delle comunità e la tutela del territorio e dell’ambiente passano attraverso la promozione di un’agricoltura che preservi la biodiversità, rispetti i cicli naturali e riduca la dipendenza iniqua dei produttori dal mercato; in questo senso si riserva un’attenzione particolare alla diffusione delle metodiche dell’ Agricoltura Organica e Rigenerativa, in quanto perfettamente rispondenti alle caratteristiche citate.
Deafal è accreditata al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, riconosciuta dalla Regione Lombardia, iscritta al Registro Provinciale delle Associazioni di Milano, accreditata al Comitato Cittadino per la Cooperazione Decentrata del Comune di Roma, e iscritta al Registro regionale delle associazioni della Regione Marche.
È socia di CoLomba, COoperazione LOMBArdia, e membro del tavolo Educazione alla Cittadinanza Mondiale di CoLomba Attraverso CoLomba è socia dell’Associazione ONG italiane. Inoltre è socia di Marche Solidali (Coordinamento delle Organizzazioni Marchigiane di Cooperazione e Solidarietà Internazionale) [Fonte Deafal ONG, www.deafal.org ].
A partire da questi presupposti, è stato promosso dai soci sopracitati,  il corso sull’Agricoltura Organica e Rigenerativa, svoltosi presso la sede della società cooperativa “La Ciera dei Colli”, in cui è stato possibile applicare direttamente attraverso le materie prime presenti, i principi dell’Agricoltura Organica (Figura

Figura 1: Partecipanti al corso

Il docente Matteo Mancini (Figura 2), laureato in Scienze Forestali e Ambientali presso la facoltà di Firenze, dopo anni di lavoro intercorsi tra America del Sud e Africa, si è specializzato in Messico in “Agricoltura Organica, disegno Keyline e Cromatografia”. Dal 2009 è Coordinatore tecnico e Consigliere di Deafal ONG, sede di Milano, per la quale si occupa di formazione e assistenza tecnica in tematiche e applicazioni di Agricoltura Organica Rigenerativa, offrendo questi servizi alle aziende agricole e privati che ne fanno richiesta.

Figura 2: Matteo Mancini

Nella prima parte del corso è stata delucidata la composizione del terreno, facendo riferimento in particolare ad una tecnica di analisi qualitativa del suolo, la cromatografia circolare su carta, la quale permette di discriminare oggettivamente, le diverse componenti del suolo diluite in idrossido di sodio, sulla base della loro diversa affinità manifestata nei confronti del nitrato di argento impregnato su carta da filtro. Si può generalizzare l’esito di una analisi cromatografica circolare affermando che suoli poco o per niente fertili, mostrano un cromatogramma (Figura 3) in cui le diverse componenti si presentano ben stratificate, in cui sono evidenti gli accumuli di componente minerale a peso molecolare maggiore vicina al centro, segue la sostanza inorganica, quindi la sostanza organica a peso molecolare inferiore e infine, di rado esclusivamente nei terreni a maggior fertilità è possibile osservare la presenza di attività enzimatiche di origine microbiologica, le quali si separano lungo i confini della corsa circolare cromatografica terminale. Suoli molto fertili al contrario generano cromatogrammi molto più omogenei in cui è difficile distinguere le diverse componenti del suolo se non una chiara presenza della attività microbica. Un’attenta lettura e valutazione dei cromatogrammi spesso arricchisce di molte più informazioni oltre che alla semplice indicazione di fertilità dei suoli, rispecchiano infatti lo stato di salute di questi ultimi, la qualità dei composti, l’abbondanza o meno di un componente rispetto ad un altro, le trasformazioni in atto, lo stato di mineralizzazione, la struttura del suolo e molte altre. Inoltre è necessario associare all’analisi cromatografica, un’analisi chimico-fisica del suolo, in modo da ottenere un’analisi completa e dettagliata dello stato di salute del terreno.


Figura 3: Esempio di cromatogramma di un campione di terreno (Fonte: http://www.biodin.com)

Durante il corso è stato disciolto un dubbioso interrogativo su quale ruolo abbia la pratica di irrigare le coltivazioni con acqua e letame diluito,  la cosiddetta “acqua grassa”, un’azione assai diffusa in passato quando la disponibilità di letame era alta e quando la concimazione minerale chimica era poco applicata. Questa pratica ha un ruolo primariamente fertilizzante e fa perdere la funzione ammendante del letame come tale; quindi l’uso “dell’acqua grassa” come fertilizzante è positivo, ma si deve essere coscienti che viene persa la capacità ammendante del letame, ovvero di strutturazione del suolo, che avrebbe se il letame fosse utilizzato come tale. Se si vuole eseguire un’operazione di concimazione organica come questa, basterebbe utilizzare del letame avicolo ad esempio (il più ricco in azoto), ma bisognerebbe diluirlo in molta acqua per evitare ustioni all’apparato radicale delle piante. In alternativa sarebbe più sicuro un altro tipo di fertilizzazione organica, come quello di diluire circa 4-5 kg di compost in 100 litri di acqua e poi procedere con l’irrigazione.
Viene definito compost il prodotto stabile e ad alta fertilità di degradazione della sostanza organica, ricco in carbonio e azoto, ad alto potere ammendante, capace dunque di cambiare significativamente la struttura del suolo. Tra le esigenze nutrizionali delle piante infatti, gioca un ruolo fondamentale la presenza della sostanza organica (SO), ossia tutta la materia morta di derivazione vivente, vegetale e animale, ricca in carbonio. L’SO diventa utile quando non entra a far parte dei processi di putrefazione, bensì quando subisce una degradazione ossidativa ad opera dei microrganismi colonizzatori del suolo. La sostanza organica quando decomposta a minerali sotto forma di ioni e sali dai microrganismi presenti nel terreno (batteri, protozoi, funghi), è resa disponibile all’assorbimento radicale  e può pertanto solo in questa forma essere assunta dalle piante. In particolare al processo di degradazione della SO segue quando possibile, un processo di riorganizzazione e polimerizzazione di questa, a formare l’humus, che rappresenta esattamente

la frazione di SO decomposta e derivata dall’attività di sintesi microbica, opportunamente riorganizzata e assemblata insieme a particelle minerali, sostanze a questo stadio biodisponibili per l’assorbimento radicale. Quando un terreno è ricco di SO, riesce oltre ad essere fertile, a trattenere meglio l’acqua e quindi a diminuire la perdita di acqua dopo una pioggia o a seguito di un’irrigazione, attraverso il percolamento nel sottosuolo. L’1% di SO riesce a trattenere infatti 200’000 litri di acqua per ettaro di terreno.
Immediatamente dopo la decomposizione della materia morta derivata dagli esseri viventi vegetali e animali, vi è la fase di miscelazione meccanica delle sostanze derivate dal primo processo di decomposizione, promossa da invertebrati soprattutto lombrichi, i quali “impastano” la frazione minerale del suolo, con la frazione organica in decomposizione.
Fondamentale è questa fase di lavoro dei lombrichi in quanto preparano il terreno alla fase successiva di sintesi enzimatica in cui i batteri e soprattutto funghi completano attraverso l’azione enzimatica, la destrutturazione del materiale organico che viene completamente degradato a sostanze organiche semplici quali amminoacidi, zuccheri, vitamine, i quali possono essere sottoposti a ulteriore decomposizione e definitiva mineralizzazione (Figura 4).

Figura 4: Ciclo di decomposizione della SO, e mediazione dei lombrichi delle sostanze degradate verso la microflora[Fonte: http://www.verdeepaesaggio.it]

Gli elementi chimici ormai inorganici rilasciati dal processo di mineralizzazione, quali ferro, azoto, zolfo, potassio, nichel e tutti quelli presenti nella materia organica vivente di provenienza, sono ormai solubili e quindi dilavabili in acqua e disponibili all’assorbimento dalle radici delle piante. Per avvenire la sintesi dell’humus invece, durante la fase di sintesi enzimatica, altri microrganismi, se in presenza di opportune condizioni di umidità, temperatura e ossigenazione, possono utilizzare e trasformare le sostanze organiche intermedie fino a contenere un rapporto di carbonio e azoto (rapporto C/N) con valore compreso tra 10 e 25. Quando il rapporto C/N raggiunge questi valori, permette al prodotto delle trasformazioni biochimiche della sostanza organica, di essere definito humus. L’humus così formato è detto solubile, in quanto ancora a rischio di andare incontro al fenomeno di mineralizzazione, cioè alla scomposizione delle molecole organiche in elementi inorganici (ferro, azoto ecc…). Per evitare di andare incontro a mineralizzazione, l’humus deve essere stabilizzato, per addizione dei composti umici solubili all’argilla. Quando i composti umici si legano all’argilla presente nel terreno, si formano dei complessi argillo-umici stabili, resistenti al dilavamento da acqua piovana e più resistenti alle temperature, permettendo così all’humus stabile di rilasciare progressivamente e nel tempo le sostanze minerali alle piante. L’humus stabile rappresenta dunque un accumulatore di fertilità. I processi biochimici che avvengono nel terreno, fluiscono in eventi microbiologici che portano alla continua formazione e smantellamento dell’humus; si passa infatti dalla decomposizione della sostanza organica, attraverso un’intensa attività di sintesi alla formazione dell’humus, che a sua volta si consuma attraverso la mineralizzazione delle molecole umiche organiche, in elementi inorganici necessari alla nutrizione delle piante. Questo ciclo avviene continuamente nel tempo, persiste il consumo di humus con la mineralizzazione e dunque persiste la necessità di reintegrare continuamente la sostanza organica al terreno. Oggi, nell’era della concimazione chimica, si assiste ad un blocco sempre più frequente di questo ciclo naturale di formazione e smantellamento dell’humus. La sostanza organica non riesce a depositarsi in maniera sufficiente, perché ad esempio gli erbicidi vanno a bloccare la crescita di molte specie di piante spontanee che all’uomo danno fastidio, le infestanti, che sarebbero invece tornate utili in natura perché avrebbero concimato gratuitamente il terreno, fornendo cosi SO di origine vegetale. Ancora i terreni sono poveri di SO perché sottoposti ad una continua azione meccanica di trinciatura delle erbe per liberare il terreno dalle infestanti e prepararlo alla coltivazione di una o poche colture oppure semplicemente per renderlo esteticamente bello, simile ad un campo da golf. Inoltre i terreni sono poveri di fertilità perché e soprattutto con la pratica della concimazione chimica, seppur presente la SO da decomporre, questa ormai non è più velocemente degradabile come avviene invece nei terreni non sottoposti a concimazione chimica. Semplicemente, ciò che avviene è uno sbilancio energetico, che porta tutti i processi microbiologici naturali a non avere di continuo la possibilità di attivare tutti i meccanismi necessari per la trasformazione della SO.  Fornendo infatti il concime, si hanno già i minerali a disposizione e quindi nelle attività del suolo, vengono inibiti tutti i processi che portano alla liberazione dei minerali a partire dalla SO. La concimazione chimica dunque può essere considerata una sorta di alimentazione artificiale forzata della pianta, che inibisce tutte quelle trasformazioni biochimiche del terreno volte allo smantellamento della SO in decomposizione e successiva sintesi dell’humus e quando fornita, accelera i meccanismi che mettono a disposizione il nutrimento nella pianta stessa, ma impoveriscono la pianta costringendola a nutrirsi di soli pochi nutrienti (aggiunti con i concimi) rispetto ai circa 30 minerali necessari per il sostentamento di un buono stato di salute, debilitandola anche dal punto di vista della difesa contro i patogeni in quanto malnutrita.
Le piante si nutrono di minerali derivati soprattutto dalla decomposizione della SO e probabilmente, nuove evidenze scientifiche suggeriscono che riescano ad assorbire anche molecole più complesse della SO, quali ormoni; quindi più la SO è abbondante e decomposta e più la pianta riesce a nutrirsi bene e quindi a potenziare quelle che sono la crescita dell’apparato fogliare, la fruttificazione e la resistenza ai patogeni. In uno studio sperimentale condotto proprio dal Dottor Mancini, si è visto che spesso la resistenza ai patogeni tende a migliorare quando lo stato nutrizionale della pianta è in buone condizioni, ad esempio aggiungendo al terreno un biofertilizzante. Nello studio eseguito in Toscana su colture di vite (Vitis vinifera spp.) infatti, il confronto del terreno di controllo con il terreno trattato con biofertilizzante ha mostrato un aumento della resistenza al patogeno fungineo Peronospora sp. del 50%, mentre nel terreno trattato con i classici agenti chimici fungicidi a base di rame e zolfo, ha mostrato una resistenza pari al 90%; ciò sta a significare che il più efficace nei confronti dell’infezione funginea, è stato indubbio il trattamento chimico, ma il trattamento a base di biofertilizzante non è risultato indifferente alla pianta, ha permesso altresì di proteggere dall’infezione di Peronospora sp. il 50% della popolazione di vite oggetto di studio, mostrando dunque un effetto potenziante la resistenza all’infezione dal fungo.
Alla lezione teorica è seguita la parte applicativa (Figura 5), in cui è stata spiegata l’importanza della scelta delle materie prime da selezionare, prima di tutto sulla base della disponibilità della realtà aziendale. Nel nostro caso, all’interno del frantoio della Ciera dei Colli, sono stati prelevati volumi di sansa e cippato di olivo, i quali addizionati a letame, carbone e cenere sono stati opportunamente elaborati fino ad ottenere un primo immaturo compost, al quale viste le temperature rigide della stagione invernale, è stato addizionato un inoculo di lievito liofilizzato risvegliato in acqua tiepida zuccherata.

 

Figura 5: Produzione del compost all’interno della Ciera dei Colli

Secondo gli studi del Dottor Mancini e colleghi, attraverso analisi chimico-fisiche e cromatografiche di diversi compost, i risultati migliori con un compost a più alto potere fertilizzante, si ottengono addizionando un 60% di sansa, un 30% di cippato e un 10% di letame. La sansa in questo caso, funge da principale fonte di carbonio, ma può essere sostituita a seconda della materia prima disponibile, per l’appunto anche da paglia o residui alimentari ad esempio. La seconda condizione affinché si generi un buon compost è la presenza di cippato, originato ovvero da potature tritate con una cippatrice; il cippato infatti oltre a rappresentare anch’esso una fonte di carbonio, funge da strutturante donando resistenza al compost. Come descritto precedentemente nella definizione di compost, è necessaria una fonte di azoto, che si può ottenere ad esempio dal letame di animali da allevamento, in quanto prodotto comune di escrezione, ma anche da tessuti di questi, derivanti ad esempio dagli scarti di macellazione, come pelle, artigli, corni, ossa e così via. Si può migliorare ulteriormente la qualità del compost aggiungendo carbone vegetale, combustibile ottenuto dal processo di carbonificazione della legna in presenza di limitate quantità di ossigeno. Il carbone, ricco di proprietà, funge da spugna naturale per trattenere acqua e metalli pesanti,rappresenta un habitat per i microrganismi del suolo e ha potere tamponante sulle variazioni di pH che avvengono nei terreni acidi e basici. Può inoltre essere prodotto facilmente a livello industriale. L’addizione al miscuglio di cenere, prodotto finale solido della combustione della legna, ricca in sali minerali, soprattutto carbonati e ossidi, a pH fortemente basico, rappresenta un’ottima soluzione fertilizzante per tutti quei terreni di natura acida che caratterizzano la maggior parte del territorio Ciociaro. In alternativa in presenza di terreni basici, al posto della cenere, può essere utilizzata ad esempio farina di roccia di natura acida in quanto le rocce estratte per produrla sono di origine vulcanica.
Vengono stratificati questi componenti l’uno dopo l’altro fino a formare un bel cumulo di circa 1-1,5 metri di altezza ideale, e si lasciano a reagire, dopo opportuna valutazione sensoriale della quantità di acqua presente nel miscuglio di compost immaturo. Se l’acqua nel cumulo non è sufficiente, si potrebbe aggiungere persino l’acqua di vegetazione, altro importante scarto di produzione dei frantoi, la quale verrebbe prontamente degradata dai microrganismi presenti. Ciò potrebbe rappresentare una valida modalità di riciclo di questa acqua, certo non in quantità industriali, ma comunque una alternativa di uso valida dal punto di vista ecologico. Successivamente alla valutazione sensoriale della presenza di acqua, si lascia il cumulo al riparo sotto una tettoia oppure coperto da un telo per evitare che si arricchisca di acqua e quindi vada in putrefazione.  Durante le prime due settimane di reazione, si monitora la temperatura del cumulo, e questa dovrebbe raggiungere una temperatura ottimale di circa 65^C entro le due settimane. In questa fase di igienizzazione, all’interno della quale tutti i batteri nocivi ad esempio quelli che promuovono la putrefazione del compost, vengono debellati dalla forte temperatura, su azione dei batteri utili, è necessario capovolgere e miscelare di continuo il cumulo per evitare che la temperatura ecceda oltre questo valore. Dopo circa 3-4 settimane di reazione, si va incontro alla fase di stabilizzazione del compost, in cui intervengono i funghi e non è più necessario miscelare il compost in quanto la temperatura sarà diminuita al di sotto dei 40^C.  Si raggiunge la fase di maturazione finale dopo due mesi dalla formazione del cumulo, nella quale vengono richiamati i lombrichi, i quali vanno a colonizzare il compost ormai maturo, aumentandone la qualità.
In un terreno fortemente debilitato, povero di nutrienti, per niente fertile, si può somministrare compost maturo alla quantità di 500 quintali per ettaro per anno. Dopo circa 2-3 anni di somministrazione, dovrebbe riacquistare la fertilità, salvo altre condizioni. Una volta recuperata la fertilità del terreno, questa può essere mantenuta somministrando circa 200 quintali per ettaro per anno. Le raccomandazioni del Dottor Mancini inoltre si soffermano sul periodo di applicazione del compost tramite uno spandiletame, preferibilmente entro Gennaio-Febbraio, per piantumazioni che interessano Marzo-Aprile. Si può spandere il compost direttamente sul prato, e poi erpicarlo a poca profondità con un erpice, anche sul suolo sottostante ad un uliveto. È sconsigliato l’uso della fresa. Bisognerebbe poi innaffiare per circa 1 ora a intervalli di 3 giorni il terreno addizionato di compost, in quanto grazie alle capacità di quest’ultimo, il terreno diventa anch’esso capace di trattenere meglio l’acqua. In terreni scarsamente o per niente fertili invece si è costretti ad irrigare con grandi quantità di acqua, in quanto questi sono privi di capacità di ritenzione di questa risorsa. L’uso di compost quindi riduce la perdita di acqua, comportando sia un guadagno in termini della risorsa, sia una diminuzione dei consumi necessari ad applicarla, evitando così inutili sprechi. Ulteriori nozioni sono state fornite dal Dottor Mancini, in merito alla funzione e utilità dei sovesci con colture di copertura, come farro, veccia, trifoglio bianco, sulla, orzo, grano e di come praticarli; come eseguire un pascolamento razionale, senza evitare il sovrapascolo, come riprodurre e diffondere microrganismi utili come preparati fogliari per proteggere l’attacco dei patogeni, o come corroboranti ad azione biostimolante e potenziatrice della resistenza delle piante ai patogeni oppure come pre/pro-biotici per gli animali. Sono state fornite anche nozioni importantissime su come ottimizzare la distribuzione dell’acqua, da aree fortemente ricche, ad esempio adiacenti ad un corso d’acqua, torrente o canale di irrigazione, verso aree aride, attraverso la realizzazione delle curve di dislivello del terreno, altresì definite “disegno Keyline” o “linee a chiave”.
Per il frantoio La Ciera dei Colli e tutti i partecipanti del corso, questa esperienza sicuramente avrà acceso dei lumi di presa di coscienza, su come l’agricoltura organica rappresenti la chiave di volta del futuro, visti gli sfruttamenti agricoli a cui i terreni attuali sono sottoposti dalle monocolture, dalla concimazione chimica, dall’ eccessiva meccanizzazione dell’agricoltura, dalla riduzione del pascolamento animale e non da ultimo dall’inquinamento generalizzato della biosfera. Potrebbe diventare l’unica soluzione di miglioramento ecologico, conveniente anche dal punto di vista economico, chiudendo il ciclo produttivo
delle materie prime, che attraverso gli scarti vengono elaborate a fornire nuove materie prime, potrebbe innescare una nuova “rivoluzione agricola” a stampo ecologico, la quale ha più possibilità di successo se innescata “dal basso”, dai contadini stessi, che dovrebbero osservare con razionalità quello che la natura offre, essere in grado di sviluppare azioni più salutari per se stessi e l’ambiente che li circonda in modo da garantirne la perpetuabilità naturale, ed essere impassibili di fronte agli stimoli poco ecologici dettati dai gruppi di potere.

Dott.ssa Sara Leo

Puliamo il Mondo 2017

Con gli amministratori di Veroli

L’appuntamento annuale con Puliamo Il Mondo,  si è  tenuto sabato e domenica 23 e 24 Settembre. Della manifestazione ricorre , quest’anno , la venticinquesima edizione.  Il circolo Lamasena , in rappresentanza di Legambiente , ha dedicato la prima giornata  al recupero dell’ antica fontana Sparavigna, utilizzata in passato dalla comunità di Scifelli in Veroli.    La giornata ha visto la partecipazione , in primis , dell’assessore all’ambiente del comune di Veroli Alessandro Viglianti. Inoltre, ha partecipato il vicesindaco Cristina Verro e l’assessore Patrizia Viglianti. I volontari del circolo Lamasena hanno riportato alla luce l’antica fontana che era in uno stato di notevole  abbandono nonché invasa da rifiuti che sono stati rimossi  e conferiti in uno scarrabile fornito dalla ditta  Sangalli.  L’amministrazione comunale di Veroli, che ha patrocinato l’evento, ha ulteriormente sostenuto la manifestazione attraverso un’auto tassazione dei propri assessori e consiglieri il cui ricavato è stato donato all’associazione per finanziare l’iniziativa.  La giornata di domenica è stata dedicata alla pulizia dell’imponente fontanile Malanome del comune di Strangolagalli. Anche in questo caso,  è stata proficua e determinante la sinergia con l’amministrazione comunale, rappresentata dal sindaco Giovanni Vincenzi e dai consiglieri Patrizio Perciballi e Michele Tomassi. Nel proseguo della mattinata i volontari si sono spostati nel comune di Boville Ernica per dedicarsi alla pulizia  dell’antica fontana Peticchia. Qui, i volontari sono stati accolti dalla delegazione comunale guidata dal sindaco  Piero Fabrizi e da diversi consiglieri che,  insieme ai legambientini locali,  si sono dedicati al risanamento di tutta la banchina stradale che dalla chiesetta della Madonna del Latte conduce fino al fontanile.

Ascia di bronzo rinvenuta a Monte Castello

Siamo particolarmente felici di rendere noto un significativo ritrovamento archeologico, avvenuto a novembre del 2010 durante una ricerca di superficie condotta da Achille Lamesi sul Monte Castello (oggi più noto come La Croce), località della frazione di Santa Francesca di Veroli (FR). Si tratta di un’ascia di bronzo con margini fortemente rialzati, tallone diritto non distinto dal resto caratterizzato da un incavo appena annunciato con piccolo occhiello. Essa è alta cm 11,8, larga nel tallone cm 5, e all’occhiello cm 2, pesa gr 198 e la sua lama si caratterizza per i margini alquanto concavi. Essa è stata opportunamente consegnata, assieme ad una punta di freccia in bronzo proveniente dallo stesso sito, nelle mani del sindaco di Veroli prof. Giuseppe D’Onorio e del segretario comunale dr. Lucio Pasqualitto: I due reperti sono ora esposti nel Museo Archeologico Counale. Una citazione del ritrovamento è stata inserita nel capitolo dedicato ai ricoveri agro-pastorali del volume di Achille Lamesi, Veroli in Agro stampato nel giugno del 2011 dal Comune di Veroli, in quanto avvenuta durante lo studio del territorio per la realizzazione del volume.

Si tratta di un reperto non frequente nella Provincia di Frosinone come dimostrano i ritrovamenti, quasi tutti occasionali, finora noti. Due asce, rispettivamente del tipo ad alette e del tipo a cannone, tornarono alla luce, in un luogo imprecisato, dell’agro di Atina nel secolo XIX. Recenti studi hanno inquadrato i due esemplari al secondo-terzo quarto dell’VIII a.C. Un’ascia sempre in bronzo ma riferibile alle prime fasi del Bronzo Medio è stata restituita dalla contrada Campolarino (Monte San Giovanni Campano) ma se ne ignora il contesto di ritrovamento. Da un contesto tombale esplorato all’inizio del secolo scorso si deve il recupero dell’esemplare di Sgurgola.

Sempre da ritrovamenti casuali provengono i due esemplari di Pontecorvo: un’ascia ad occhio e una ad alette entrambe facenti parte di un piccolo deposito recuperato in località Santa Lucia all’interno di un “grande dolio contenente quindici frammenti di pani di bronzo, un lingottino di piombo”. Tale ritrovamento è riconducibile ad un ripostiglio risalente ad una fase avanzata del Bronzo finale.

Al Bronzo medio risalgono l’esemplare rinvenuto a Castro dei Volsci (località Monte Campo Lupino) ed a Pastena (Grotta del Pertuso) con datazione al Bronzo medio.

L’esemplare in questa sede presentato trova attendibili confronti con un gruppo di sette asce da Canterano (Roma), poi trasferite al Museo Preistorico Luigi Pigorini, rinvenuto in grotta e con un secondo gruppo di dieci asce proveniente dal Lago di Albano e con due asce rinvenute a Nemi ed inquadrabili in un momento non molto avanzato del Bronzo medio.

La produzione delle asce, come è noto, rappresenta un momento significativo della metallurgia protostorica, dal momento che il suo inizio segna la nascita della stessa metallurgia.

In via del tutto ipotetica si può ritenere che l’ascia in questione, dato il suo buono stato di conservazione, non sia appartenuta ad un ripostiglio di un fonditore (di solito esso è costituito da frammenti bronzei di vario tipo, generalmente alquanto usurati) ma abbia fatto parte di un accumulo di metallo predisposto dal proprietario per motivi economici. In via del tutto ipotetica non va esclusa neppure una sua formazione per motivazioni di carattere religioso. L’accantonamento del prezioso metallo ha la sua naturale spiegazione nel fatto che sui Monti Ernici non sono attestati, al momento, luoghi di approvvigionamento di rame e stagno indispensabili per ottenere il bronzo.

Mi sembra abbastanza significativo osservare come Monte Castello posto ad un’altezza di m. 1018 s.l.m., non sia molto lontano da Monte Castellone (denominazione da correggere in Monte Cornito secondo le ricerche del Lamesi) dove sono noti ritrovamenti ceramici dell’età del Bronzo medio 1-3 e dove la presenza di un ugello e di un crogiuolo sembra comprovare l’esistenza di attività artigianali legate alla lavorazione dei metalli oltre che ad attività connesse con l’agricoltura, la pastorizia e la filatura.

A Veroli è attestato un altro insediamento dell’Età del Bronzo (Monte San Leonardo) mentre frammenti vascolari riconducibili allo stesso periodo sono noti a Sora da Monte San Casto.

Prima di concludere mi sembra doveroso accennare come l’insediamento di Monte Castello fosse protetto da una difesa in opera poligonale in gran parte crollata posta nei lati ad Est ed Ovest del falsopiano e protetto a Nord e Sud da alte rocce a strapiombo. Il falsopiano ha forma troncoconica, il lato ad Est misura circa m 105, quello di Ovest circa m 55 e da est a ovest circa m 130. Al centro è presente un rialzo che corre per quasi tutta la lunghezza; su di esso un’attenta ricognizione dei massi allineati disposti circolarmente, identifica sei strutture. Una di forma circolare con un diametro interno di m 4, cinque di forma ovale di cui tre con diametro maggiore di m 5 e minore m 3, una quarta di m 4 per m 3, e la quinta di m 3 per m 2. Alcune di esse sfruttano rocce naturali che risultano incluse nel muro di base insieme a massi non squadrati. Probabilmente rappresentano le basi di antiche costruzioni, su cui si alzava la copertura lignea costituita da pali e chiusa con materiale vegetale.

In prossimità degli strapiombi della parete Nord è presente un avvallamento che nell’angolo di Nord-Ovest culmina in una grossa depressione circolare di probabile natura carsica, avente forma troncoconica, profonda m 3,50 e con diametro misurato nel piano interno di m 14. Da un’attenta osservazione si nota che le pareti, in alcuni tratti sfruttano rocce naturali e in parte sono costituite da grossi massi sovrapposti. Da ricognizioni svolte anche dopo le nevicate, si rinviene al suo interno abbondante strato di neve che persiste per lungo tempo grazie alla sua esposizione, pertanto si ipotizza che fosse usata come neviera, per far fronte alla disponibilità di acqua indispensabile per i pastori che frequentavano l’area.

Nell’angolo di Nord-Est è presente un rialzo roccioso che rappresenta il punto più in alto del falsopiano, presenta una superficie piana, di circa m 7 di diametro, in cui si apprezza un bordo di forma semicircolare, appartenente allo stesso banco di roccia, di circa cm 40 di altezza, e dalla larghezza di circa cm 40, lungo circa m 3, con la faccia superiore spianata. Il sito offre una completa visuale sulle valli di Capodacqua e del Rio Amaseno ernico, su una parte delle mura difensive del lato nord-est e sul falsopiano.

Sugli strapiombi prossimi alla grande depressione, è collocato un grande blocco calcare; nonostante abbia qualche parte mancante nella faccia superiore dovuto alla azione di corrosione degli agenti atmosferici, si presenta con forma assimilabile a un parallelepipedo rettangolare. Il blocco dal peso stimato di circa 12 quintali, risulta staccato da terra di circa cm 20, essendo poggiato su quattro piccoli massi disposti agli angoli della faccia inferiore.

In prossimità delle prime capanne vicine alla Croce, è stata trovata una pietra calcarea del peso di 33 kg, lunga cm 45, larga cm 25 e alta cm 20, che nella faccia superiore presenta un incavo profondo cm 3 di forma circolare avente un diametro di cm 23, che occupa tutto il lato. L’incavo non è naturale e i segni al suo interno, denotano l’intervento dell’uomo; si ipotizza che l’erosione artificiale sia conseguenza dell’azione di sfregamento.

Un attenta esplorazione condotta sia sul falsopiano che alla base del dirupo meridionale e su quello del lato Nord, ha portato al ritrovamento di numerosi frammenti vascolari riferibili a contenitori per uso domestico. Nella loro superficie si evidenziano numerose fessurazioni motivo per cui si frantumano con grande facilità; nell’impasto si nota la presenza ghiaino e di piccoli frammenti lapidei.

Un interessante ritrovamento è rappresentato da un frammento di ossidiana a forma lanceolata, avente un bordo tagliente che presuppone l’uso di utensile. Era nei pressi del rialzo centrale del falsopiano nel lato prossimo alla depressione.

Per completezza di informazione, si precisa che la punta di freccia è stata rinvenuta sul blocco calcare nella metà degli strapiombi della parete a Sud, mentre l’ascia è stata ritrovata su un lastrone calcareo della parete Nord, presente tra la grande fossa e la croce.

Eugenio Maria Beranger – Achille Lamesi

Facciamo un SAL

Ogni tanto bisogna fermarsi per osservare la strada già fatta ed alzare lo sguardo al fine di  scrutare il percorso che ancora ci attende per capire se la direzione intrapresa sia ancora quella giusta.
A metà dell’anno corrente, l’associazione Lamasena ha lavorato su tanti temi che provo a riassumere:

 1) Finalmente, dopo una fruttuosa ricerca,  i soci hanno una casa in cui incontrarsi e sviluppare progetti.  Questa casa si trova nel contesto migliore possibile per gli amanti dell’ambiente. Infatti,  essa è immersa nel verde dell’area pedemontana dei Monti Ernici in località Scifelli di Veroli. Il luogo è stato oggetto di interventi di risanamento da parte dei soci che si sono adoperati per rendere la loro casa il più accogliente possibile.

2) Il circolo ha aderito al progetto del MIUR:  Alternanza Scuola Lavoro. Il progetto  vedrà protagonisti i volontari nel delicato compito di fare formazione ambientale a studenti liceali che, contestualmente, potranno  fare attività all’aria aperta cimentandosi con la realizzazione di orti sinergici,   campionare le specie botaniche dell’area pedemontana dei Monti Ernici,  curare le aree verdi affidate al circolo o sviluppare la manualità – ormai rara- nell’uso di utensili per attività artigianali.

3)  Attuazione del bando del MIUR: Ecological Tech ( vinto in collaborazione con l’ Istituto Comprensivo Giovanni Paolo II di Arce – in qualità di soggetto proponente)  che vedrà i soci Lamasena impegnati  –  assieme agli alunni dell’istituto ed a partire da settembre prossimo –  sul tema della tutela e valorizzazione del territorio.

4) Manutenzione del giardino Aromari con la creazione di un primo orto di erbe officinali e aromatiche.

5) Realizzazione della manifestazione : Eventi Al Castello Ducale che ha visto le rappresentazioni – per una settimana – dei protagonisti locali che maggiormente si spendono per la difesa e la valorizzazione del patrimonio storico, culturale , artistico, faunistico, agricolo e botanico del contesto geografico dei Monti Ernici e dell’areale del torrente Amaseno.

6) Realizzazione del concorso RAEE@Lamasena che ha avuto una eco che , di molto, ha oltrepassato i confini della provincia ciociara, dopo il notevole successo riscosso con la prima edizione presso la scuola primaria di Strangolagalli.

7) Realizzazione del progetto degli orti nelle scuole che ha visto la partecipazione di tanti plessi ed istituti:  l’Angelicum di MSGC,  il plesso scolastico di San Lucio di Boville Ernica, la scuola primaria di S.Francesca di Veroli,  la scuola  primaria di Passeggiata San Giuseppe di Veroli,  le scuole dell’infanzia di Ceprano ( in quest’ultimo istituto comprensivo , il progetto è diventato permanente con il suo inserimento nel piano TPOF)

8) Organizzazione dell’importante convegno sull’evento storico La Battaglia di Bauco che ha visto la testimonianza di studiosi delle vicende belliche del delicato periodo storico dell’Unità d’Italia

9) Giornata ecologica:  SERR 2017,  nei pressi di  Monte Castellone, a cavallo dei comuni di Veroli – Sora e Monte San G. C.  Nell’occasione i volontari del circolo hanno fatto sinergia con altre associazioni territoriali per pulire e restituire la giusta visibilità a un luogo  pieno di cultura, storia ed archeologia

Il prossimo futuro riserva progetti che riguardano  la possibile realizzazione di un ecomuseo , la manutenzione del Parco Cavallaro a S.Francesca, in fase di realizzazione, e  il progetto del riassetto dell’epigrafe di Pozzo Faito.

Mi sento di affermare che tutto il lavoro di volontariato ambientale , svolto dagli attivisti del circolo Lamasena, sia necessario  – se non essenziale –  per la nostra terra e per l’intera comunità.  Tuttavia,  la vita stessa dell’associazione dipende  dall’humus sociale che le gira intorno e, quindi, dal positivo o meno contesto culturale che ne è il principale ispiratore.

Remo Cinelli

Passeggiata ecologica a Strangolagalli

Corradino Vecchiarelli al centro con il Sindaco Giovanni Vincenzi e Silvano Veronesi a destra

 

Passeggiata Ecologica del 21.5.17 a Strangolagalli.

Ci sono delle sensazioni che vanno raccontate con le immagini che, immediatamente, forniscono tutte le suggestioni che  sono state vissute.

La bellezza dei paesaggi,  i frammenti di storia,  il tumulto delle acque,  il vociare dei bambini e  il calore delle persone  si rappresenta meglio con le immagini che parlano di una giornata  che ha visto centinaia di persone percorrere  i più bei  sentieri che circondano Strangolagalli.

Questi percorsi , sapientemente organizzati dalla locale Pro Loco – guidata dal dinamico Luigi Mancini ,    hanno permesso di rievocare storia e cultura della cittadina attraverso il mirabile mentore Corradino Vecchiarelli che ha saputo trasferire ai partecipanti i valori e i pregi di cui è permeata la  terra che si stava percorrendo.