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Fidarsi della scienza, non fidarsi dell’industria

Ad ogni grande scoperta dell’uomo, ha fatto sempre seguito una rapida ondata di produzione industriale e di ottimismo commerciale.
Questa corsa contro il tempo, volta a conquistare il mercato con prodotti sempre nuovi, ha spesso creato conseguenze disastrose.
Gli scienziati non hanno neanche il tempo di validare gli effetti a lungo termine delle scoperte sulla salute o sull’ambiente, che nel frattempo le aziende iniziano già a lucrare con la distribuzione al pubblico.
Quando Marie Curie scoprì la radioattività, ad esempio, l’industria entrò subito in fermento, portando nelle case della gente degli oggetti pericolosissimi.
Non si conoscevano ancora i rischi della radioattività sull’uomo, ma il mercato sembrava comunque entusiasta: c’erano nuove idee da vendere a tutti i costi.
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La fabbrica Auergesellschaft di Berlino iniziò a commercializzare, ad esempio, nel 1920 un dentifricio radiattivo al Torio, chiamato Doramad, e pubblicizzato come miracoloso per l’incredibile effetto antibatterico e sbiancante sui denti.
Il dottore farmacista Alexis Moussalli, Parigino ma di origini Egiziane, brevettò tra il 1927 ed il 1934 ben 101 preparati a base di Radio, Torio ed altre sostanze radioattive. La creazione che ebbe più successo a livello commerciale fu THO-RADIA, disponibile come

tho-radiacrema o polvere,  venduta come prodotto di bellezza e curativo a donne di tutte le età – metodo scientifico.

L’inventore William J. A. Bailey, con una falsa laurea ad Harvard, dichiarò nel 1918 che secondo dei suoi studi l’acqua potabile arricchita con il radio potesse stimolare il sistema endocrino e curare patologie come il diabete, l’impotenza, l’anemia, l’asma e diverse altre patologie ancora. Si arricchì mettendo in commercio la bevanda Radithor, fabbricata nel New Jersey. Aveva investito nell’idea il ricco industriale americano Eben Byers che, per ironia della sorte, morì nel 1932 proprio a causa dell’ingestione prolungata di Radithor.
Il fondo probabilmente lo toccò la Home Products Company di Denver, in Colorado,  che nel 1930 pubblicizzò un surrogato dell’attuale Viagra. La supposta radioattiva che avrebbe garantito prestazioni sessuali “scintillanti”.
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Ci si accorse troppo tardi delle conseguenze della radiattività sull’uomo. Pian piano tutti gli scienziati che avevano attivamente lavorato in quell’ambito di ricerca iniziarono a morire precocemente. Prima Charles Madison Dally, nel 1904, poi Elizabeth Ascheim l’anno seguente,  Marie Curie nel 1934, Louis Slotin nel 1946 e tanti altri ancora.
Il loro sacrificio non è servito a molto per cambiare le intenzioni dell’industria.
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Tra agli anni ’70 e gli anni ’80, infatti, l’azienda 3M, tuttora leader mondiale nel suo settore, produsse un dispenser di nastro adesivo radiattivo. Era il modello C-15 Decor Scotch e conteneva Torio. La sostanza radioattiva era stipata nella pesante base che rendeva il dispenser stabile sulle scrivanie.
Con modalità analoghe a queste  appena elencate,  la radioatività era entrata ormai dentro la maggior parte degli oggetti e si era diffusa in maniera incontrollabile:
  • Uranio – nella ceramica utilizzata per dentiere, pentole, gioielli, mattonelle da bagno e nel vetro e marmo;
  • Uranio impoverito –  nei dadi da gioco per bambini e proiettili;
  • Torio – in lanterne incandescenti, utensili ed oggetti di ferramenta in lega magnesio-torio,  bacchette per le saldatrici, obiettivi fotografici, sale alimentare povero di sodio, noci brasiliane, gomme da masticare, cioccolate;
  • altri isotopi radioattivi – nelle penne per scrivere, candele per motori delle macchine, farmaci antidiarroici, rilevatori di fumo, valvole elettriche, gioielli, palline da golf, fertilizzanti per terreni, sale e carta lucida delle riviste a colori.
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E’ scientificamente provato che la radioattività crea danni al nucleo delle cellule ed al DNA, anche irreversibili.
In caso di danni irreversibili al DNA, la cellula darebbe vita a una progenie di cellule geneticamente modificate che potranno dar luogo a tumori o leucemie.
Tutti questi oggetti, che in maniera subdola hanno minato per decenni il nostro DNA e la nostra salute, adesso sono finiti nelle discariche di tutto il mondo e resteranno li ad inquinare ancora per molto.
Il Radio dimezza la propria intensità di irradiazione (emivita) in un periodo di 1602 anni, il Torio invece è quasi perenne. La sua emivita, infatti, è tre volte l’età attuale della terra.
Con la radioattività, l’entusiasmo e la logica del guadagno aveva prevalso.
Facciamo in modo che la ricerca scientifica non si fermi, ma che l’industria non ci lucri sopra prima che gli scienziati abbiano avuto il tempo di verificare gli effetti delle scoperte.
Sta succedendo di nuovo con gli OGM. Fermiamoli prima che sia troppo tardi.
Giovanni Gasparri
Toronto, 19 Marzo 2014

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Autore: Giovanni Gasparri (Linkedin | Facebook)
Data di Pubblicazione  19 Marzo 2014
Ultima Revisione: 19 Marzo 2014

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© Questo articolo, denominato “Fidarsi della scienza, non fidarsi dell’industria” di Giovanni Gasparri  è fornito integralmente sotto licenza internazionale Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0.

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Frecce spezzate – di Roberto Vacca

Su gentile concessione dell’autore Roberto Vacca abbiamo il piacere di pubblicare integralmente l’articolo dal titolo “Frecce Spezzate” del 06/12/2013.

Roberto Vacca

Ing. Roberto Vacca, famoso scrittore, divulgatore scientifico, saggista e matematico

Al bando la bomba (nucleare)

Che probabilità ci sono che si verifichi una guerra casuale, provocata da guasti o errori umani? Nel silenzio generale, lancio un appello, di Roberto Vacca, SETTE Green, Corriere della Sera, 6/12/2013

Condanniamo chi uccide o maltratta un solo essere umano. Peggio se le vittime sono milioni, come accadde nell’ultimo secolo. Invece nessuno menziona le colpe di omissione di chi mette a rischio la vita di miliardi di umani. Noi tutti potremo essere distrutti senza preavviso da una guerra nucleare non premeditata, scatenata per caso, senza odio. Già nel 1959, nel suo libro La questione della difesa nazionale, Oskar Morgenstern, economista matematico, inventore con John von Neumann della teoria matematica dei giochi competitivi, scriveva: «Un giorno un’arma nucleare esploderà in modo puramente accidentale, senza alcuna connessione con piani militari. La mente umana non può costruire qualcosa che sia infallibile». Il rischio, secondo lo studioso, non era tanto quello di una guerra nucleare scatenata da guerrafondai perversi o folli, ma da malfunzionamenti tecnici casuali o da errori umani. Possibilità reale o eccessivo allarmismo? Certo è che nel 1971 Usa e Urss avevano ben presente il problema e firmarono un accordo per “ridurre il rischio dello scoppio di una guerra nucleare” che conteneva questa considerazione: «La stessa esistenza di armi nucleari, anche gestite con le più sofisticate procedure di comando e controllo, è ovviamente fonte di continua preoccupazione. Malgrado le precauzioni più elaborate, è concepibile che un guasto tecnico o un errore umano o un incidente frainteso o un’azione non autorizzata possa scatenare un disastro o una guerra nucleare». Così, nel 1978, la Marina statunitense coniò il termine “freccia spezzata” (broken arrow) proprio per definire lo scoppio di un’arma nucleare che non implichi il pericolo di scatenare una guerra oppure un incendio o la perdita o il furto di un’arma nucleare e definì “lampo nucleare” (nucflash) l’incidente che causi un’esplosione termonucleare “tale da creare il rischio di una guerra fra Stati Uniti e Unione Sovietica”. Da allora è certo che il rischio è aumentato: oggi gli arsenali nucleari contengono migliaia di radar, computer e armi (con potenze distruttive equivalenti a milioni di tonnellate di alto esplosivo) che rendono complicato gestire i sistemi tecnologici di monitoraggio, di controllo e di comando.

Numeri e Stime. Ma che probabilità ci sono che una guerra nucleare “casuale” si verifichi davvero? Calcolarlo è arduo anche se, da mezzo secolo, i governi di molti Paesi ci provano. Fatti e dati, però, rimangono segreti. Le stime dell’Ufficio dell’Esercito americano per lo sviluppo di armi speciali non sono credibili. Nel 1971 indicavano una probabilità annuale di 1 su 100.000 per lo scoppio accidentale di una bomba H e di 1 su 125 per l’esplosione di una bomba A. Anche le stime delle possibilità di fusione del nucleo e di disastri conseguenti fatte nel 1975 da Rasmussen, erano troppo ottimistiche. Il direttore del Dipartimento energia nucleare dell’Mit sosteneva che un incidente tale da causare 100 morti si sarebbe verificato ogni 10.000 anni e uno tale da causare più di 1000 morti ogni milione di anni: ma 11 anni dopo ci fu Chernobyl: 64 morti per lo scoppio e oltre 4000 per le radiazioni. Eppure, anche se nessuna arma nucleare americana, russa o di altri Paesi è mai esplosa, i militari statunitensi hanno riferito molti casi di bombe H danneggiate, bruciate o sganciate in mare o sul terreno (in North Carolina (1961), in Texas (1966), per esempio). Tre bombe H Mark 28 caddero a Palomares in Spagna dopo la collisione del B-52 che le portava a bordo con l’aereo cisterna che lo stava rifornendo di carburante. Gli americani dovettero disinquinare un’area di oltre due chilometri quadrati dove si era sparso plutonio. La quarta bomba cadde in mare e fu ripescata tre mesi dopo a 800 metri di profondità da una flotta con sottomarini e palombari. L’operazione costò 600 mila dollari.

La caduta della chiave inglese. Il 18 settembre 1980 a Damascus, Arkansas, un tecnico lasciò cadere una grossa chiave inglese dall’altezza di 20 metri mentre faceva manutenzione nel silo del missile Titan II, con testata nucleare da 9 megaton. L’urto contro il missile provocò una fuga di carburante. Poche ore dopo l’ossigeno liquido e il carburante del missile esplosero provocando un incendio enorme. La porta di cemento e acciaio del silo, che pesava 740 tonnellate, si sfondò. La testata nucleare del missile fu proiettata a 200 metri di distanza e poi ritrovata intatta. Fra il personale, un morto e 21 feriti. Il libro di Eric Schlosser, Command and Control (Penguin, 2013), descrive in dettaglio questo incidente, in sé non tanto significativo ma elencato come l’ultima “freccia spezzata” in una lista di 32 pubblicata nel 1981 dal Dipartimento della Difesa americana (vedi The Defense Monitor 1981, pubblicato dal Center for Defense Information, gestito da ex alti ufficiali americani). È sconcertante che la US Air Force avesse in precedenza pubblicato una lista più lunga: 94 incidenti ad armi nucleari accaduti dal 1950 al 1957. Ma le cifre, forse, sono superiori. Da mie ricerche in rete ho trovato 121 “frecce spezzate” dal 1950 al 2003. Da allora non sono menzionati altri incidenti. Due all’anno in media per 53 anni e poi nessuno per 10 anni! È plausibile che la censura blocchi le informazioni perché, se fossero rese note, proverebbero che il rischio è maggiore di quanto finora stimato. Oltre ai difetti dei sistemi d’arma, anche i sistemi radar di difesa hanno fallito varie volte in modo clamoroso. Il 9 Novembre 1979 il sistema radar americano Bmews (Ballistic Missile Early Warning System), mirato a individuare prontamente missili balistici sovietici, diede l’allarme di un attacco missilistico contro gli Stati Uniti. Iniziarono i preparativi di rappresaglia con missili intercontinentali e bombardieri. I satelliti, però, non confermarono l’allarme e poco dopo si capì che per errore era stato inserito nel sistema un nastro di prova con segnali che simulavano un attacco, normalmente usato per addestramento del personale. Il 26 settembre 1983 un radar sovietico segnalò in arrivo cinque missili nucleari americani. Il colonnello Stanislav Petrov, che comandava la stazione radar vicino a Mosca, avrebbe dovuto dare l’allarme e scatenare la risposta nucleare russa. Pensò che un attacco americano con soli cinque missili non fosse credibile. Se avessero voluto attaccare, ne avrebbero sparati centinaia. Segnalò che si trattava di un falso allarme. Fu processato da una corte marziale per non aver seguito le regole e fu assolto. Aveva salvato il mondo.

Olocausto nucleare. Fatti e dati, anche se contraddittori, dovrebbero stimolare una seria riflessione sull’eventualità di una guerra nucleare “casuale”. Eppure regna il silenzio, anche se oggi gli arsenali nucleari contengono 12.000 testate che hanno un potere distruttivo equivalente a 700 chilogrammi di alto esplosivo per ogni essere umano. Se esplodessero, distruggerebbero la maggior parte del mondo. Per evitare il rischio dell’olocausto nucleare scatenato per caso dovrebbero essere eliminate tutte le armi nucleari. Ma la diplomazia internazionale è troppo lenta, i capi spirituali di religioni e di movimenti distratti. Invito quindi a divulgare un nuovo manifesto “Ban the bomb” (No alla bomba) per coinvolgere (senza frontiere) università, aziende, operatori web, sponsor pubblici e privati, movimenti spirituali e culturali, agenzie e mezzi di comunicazione di massa. È urgente. È morale.

© Roberto Vacca, http://www.robertovacca.com, Tutti i diritti riservati.

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Diario sui robot di Fukushima – di Roberto Vacca

Su gentile concessione dell’autore Roberto Vacca abbiamo il piacere di pubblicare integralmente l’articolo dal titolo “Diario sui robot di Fukushima” del 10/6/2012.

Roberto Vacca

Ing. Roberto Vacca, famoso scrittore, divulgatore scientifico, saggista e matematico

A monte del disastro della centrale nucleare di Fukushima dell’11 Marzo
2011, erano mancate difese adeguate. La rete elettrica giapponese era divisa in due parti a frequenze diverse (50 Hz e 60Hz) fra le quali un convertitore di frequenza poteva (e può) trasmettere solo l’uno percento della potenza generata.

La scelta della località della centrale era stata disastrosa: pericolo di tsunami di
40 metri un paio di volte al secolo e difese contro il mare del tutto inadeguate.
Avvenuto il disastro, i tecnici non potevano entrare nelle centrali per non subire
gli effetti di radiazioni nucleari pericolose. Si poteva rimediare facendo entrare
nei fabbricati robot radiocomandati muniti di telecamere. Quelli giapponesi,
però, avevano telecamere inadatte a funzionare in presenza di radiazioni.
Una settimana dopo il maremoto, il costruttore americano iRobot mise
gratuitamente a disposizione due piccoli robot Packbot e due più grandi robot
Warrior 710 muniti anche di braccia meccaniche per rimuovere detriti e rottami e manipolare oggetti.
I tecnici giapponesi dovettero essere addestrati a usarli.
L’impiego pratico potè iniziare solo un mese dopo il disastro. I robot erano
muniti di 5 telecamere di cui una a raggi infrarossi, di un dosimetro, un
analizzatore di particelle e uno dei tassi di ossigeno, idrogeno e gas organici.
Ogni robot ha un ricevitore GPS in modo che la sua posizione viene determinata
esattamente quando è all’esterno. Dentro i fabbricati, la posizione viene calcolata o stimata dalle immagini delle telecamere.
Le difficoltà incontrate erano documentate (tra aprile e luglio 2011) dal
diario di un operatore giapponese, noto solo con lesue iniziali S.H.

I diari erano intitolati “Dico tutto quel che voglio”. Le note di S.H. sono state scaricate da Web (prima che fossero cancellate) da un redattore del mensile SPECTRUM dell’Institute of Electrical and Electronics Engineers.

Ne risultano situazioni gravi e critiche. S.H. racconta che dopo una lunga operazione in cui aveva dovuto avvicinarsi molto al robot (data la scarsa portata della connessione radio) l’allarme del dosimetro che misurava il livello di radiazioni che aveva assorbito cominciò a suonare.

Il suo supervisore gli disse che il dosimetro era difettoso e che continuasse a lavorare.
I robot americani con telecamera entrarono nel fabbricato della centrale
N°1 il 3 giugno (84 giorni dopo il terremoto).
Due diverse aziende, sotto contratto con la TEPCO (Tokyo Electric Power
Company, proprietaria della centrale) gestivano un robot ciascuna. A metà
maggio S.H. riferisce:

“Continuiamo l’addestramento. È disagevole manovrare i robot attraverso le porte doppie, sui pianerottoli e poi farli salire ai piani superiori mandandoli in retromarcia. Lo stress di noi operatori è notevole.”

“Il 19 maggio la Prefettura di Fukushima ordina di interrompere le operazioni. Il morale degli operatori è a zero. Ci occupiamo con qualche lavoro di manutenzione non urgenti e ci accorgiamo che i robot presentano già segni di usura, sebbene siano robusti modelli militari.”

“30 Maggio – stamattina ho trovato il bagno occupato da uno sconosciuto ubriaco che si era addormentato per terra.”

“31 maggio – Tre operatori hanno completato l’addestramento con i robot. Principalmente hanno imparato a farli andare su e giù per le scale. Se c’è bisogno di noi potremo andare a fare il nostro lavoro ovunque nel mondo.”

“1 Giugno – ho letto le dichiarazioni ufficiali del governo. Mi pare che sottovalutino la gravità della situazione.”

“3 Giugno – I robot sono entrati nel reattore N°1. Abbiamo usato telecamere e controllo radio. Il livello delle radiazioni è di 60 milliSievert/ora, ma ho trovato un punto caldo in cui raggiungeva 4 Sievert/ora.”

“I cingoli dei robot slittano sui pavimenti e incontrano difficoltà con gli ammassi di detriti.”

“15 Giugno – Usiamo Ethernet per le comunicazioni e abbiamo collegato un cavo per LAN (Local Area Network). Il robot ne ha steso 45 metri. Poi ci siamo fermati perché il cavo non ha un riavvolgitore automatico”

“16 Giugno – comincio a usare i robot grandi Warrior che possono sollevare anche 250 kg.”

“19 giugno – molti operatori dovevano avere un giorno di riposo o sottoporsi a test medici, ma un funzionario governativo ha deciso che non c’era tempo per queste cose e che dovevano avere un altro giorno di addestramento.”

“20 giugno – problemi con la stabilità dei robot Warrior: l’aderenza è diversa nel cingolo destro e in quello sinistro, occorre molta cura perché sulle scale non ruotino su se stessi”

“23 giugno – usiamo i PackBot in un’area ove è alto il livello delle radiazioni. Un primo robot trasmette i segnali via radio al secondo che è connesso con noi via Ethernet. Il cavo Ethernet è segnalato con coni bianchi e rossi, ma la direzione ha mandato un camion da 4 tonnellate che ha rimosso i coni ed è passato varie volte sul cavo che per fortuna non si è rotto – se si fosse rotto i due robot sarebbero rimasti inutilizzati nell’area ad alte radiazioni. “

Solo dopo il 23 Giugno arrivarono alcuni moderni robot giapponesi Quince. Erano modelli in cui i circuiti integrati erano vulnerabili alle radiazioni e
avevano dovuto essere schermati opportunamente. Nell’ottobre 2011 uno di
questi tranciò il proprio cavo e dovette essere abbandonato. I Quince, come i
Warrior, sono progettati per uso in caso di disastri, ma nessuno di questi è adatto a trasportare feriti o disabilitati.

“3 luglio 2011 – i Packbot hanno misurato le radiazioni al primo piano del reattore N°3 che era stato decontaminato ieri dai robot Warrior. I livelli di radiazione sono diminuiti del 10%. In alcuni punti il livello è di 80 Sv/h.”

Come si vede, la preparazione all’emergenza era inadeguata a Fukushima.
La Gestione Totale della Qualità (Total Quality Management) avrebbe dovuto imporre la presenza di apparati e strumenti adatti a funzionare in condizioni estreme (alte radiazioni) e di personale già addestrato.

Sul lungo termine, le strategie energetiche e i problemi di sicurezza non si
risolvono con discorsi (anche se “paiono assai fondati”), né su principi
ideologici, né su astratti principi di precauzione.

Dobbiamo analizzare i fatti, studiare, addestrare tecnici eccellenti, finanziare ricerca e scuole avanzate.

© Roberto Vacca, http://www.robertovacca.com, Tutti i diritti riservati.

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Energia nucleare: rischi, analisi, decisioni – di Roberto Vacca

Su gentile concessione dell’autore Roberto Vacca abbiamo il piacere di pubblicare integralmente l’articolo dal titolo Energia nucleare: rischi, analisi, decisioni del 18/6/2012.

Roberto Vacca

Ing. Roberto Vacca, famoso scrittore, divulgatore scientifico, saggista e matematico

“TEKENO ALTAI”
“No alla riaccensione”

Cantavano in coro i dimostranti nella Prefettura di Fukui nel Giappone occidentale non lontano da Kyoto. Li abbiamo visti nei telegiornali di oggi. Protestavano contro la decisione annunciata dal Primo Ministro Noda di rimettere in funzione a Ohi due grandi centrali elettronucleari della potenza complessiva di 2350 MegaWatt.

Non ci sono piani per far ripartire le altre 48 centrali nucleari giapponesi spente dopo il disastro di Fukushima. La situazione energetica del Giappone è critica. Si attendono severe limitazioni all’uso dell’aria condizionata – così essenziale per assicurare benessere e produttività dei giapponesi. Curiosamente anticipò che il Giappone sarebbe diventato una potenza dominatrice, se avesse avuto l’aria condizionata S.F. Markham. Era un meteorologo e parlamentare inglese. Nel suo libro del 1942 (“Climate and the Energy of Nations”) sosteneva che hanno dominato vaste aree del mondo proprio i Paesi fioriti fra le isoterme tra 16°C e 24°C oppure capaci di regolare il clima del loro habitat.

Per quanto tengano all’aria condizionata, molti giapponesi sono restii a sfruttare l’energia nucleare per assicurarsela. Ci sono 11 città nel raggio di 30 kilometri dalle centrali di Ohi. I sindaci di 8 di queste si sono opposti alla riaccensione. Anche questa zona è sismica: una faglia importante è molto vicina a Ohi. Il sindaco di Maizuzu, Ryoto Tatami, ha detto: “Gli standard di sicurezza attuali non sono stati ancora definiti in base alle analisi del disastri di Fukushima.” Toyojo Terao, sindaco di Kyotamba, ha accusato il governo di non aver nemmeno analizzato a fondo la situazione dell’offerta e della domanda di energia del Paese.

Parti significative dell’ingegneria della sicurezza e dell’analisi dei rischi tecnologici sono state elaborate proprio dagli ingegneri nucleari. È paradossale che incidenti gravi di centrali nucleari siano avvenuti a causa di trasgressioni evitabili solo in base al senso comune. Chernobyl fu causato da sprovveduti ingegneri elettrotecnici che in assenza di veri esperti tentarono un esperimento temerario e assurdo. Fukushima è avvenuto perchè la centrale era sorta in zona sismica, soggetta notoriamente a tsunami di decine di metri ed era stata protetta da un muro di soli 8 metri.

Come dice un’antica massima: “Si perse un chiodo e il cavallo perse un ferro. Si perse il cavallo e non arrivò mai il messaggero, così si perse la battaglia e si perse la guerra e si perse l’impero.”

I progettisti e i tecnici più esperti devono eccellere nell’alta tecnologia, ma devono anche possedere immaginazione vivace e infinito buon senso. Devono anche essere aiutati da collaboratori, aiutanti e decisori di grande classe.

Queste doti sono essenziali anche per l’analisi d guasti e disastri. Dopo il fallimento di un’impresa, la malfunzione estrema di un sistema tecnologico, di una macchina importante o di un’organizzazione, vengono ingaggiati esperti per capire cause, concause, errori, incompetenze – e per suggerire come evitare eventi negativi simili in avvenire. Questa attività si chiama “autopsia” (in inglese o latino britannico: post-portem o PM).

Dopo l’incidente della centrale nucleare di Three Mile Island (28/3/1979) una commissione dell’Institute of Electrical and Electronics Engineers (IEEE) fece l’autopsia degli eventi – seguiti minuto per minuto – e pubblicò i risultati sul mensile SPECTRUM nel Novembre 1979 (8 mesi dopo). È una lettura istruttiva: evidenzia errori umani e deficienze di hardware.

Molto istruttiva anche l’analisi, pubblicata sullo stesso numero di SPECTRUM, delle caratteristiche, della posizione e del livello di sicurezza delle 72 centrali nucleari all’epoca in funzione in USA. I giudizi erano fattuali e severi. Riguardavano: management, competenza del personal tecnico, sismicità, livello e tempestività della manutenzione. Il giudizio in un caso critico diceva:

“La sicurezza è scarsa a causa dell’atteggiamento marginale del management e dei controlli inadeguati che esso esercita.. Il management non riesce a eliminare errori e incuria dei tecnici. La selezione del personale è criticabile e i rapporti sindacali sono cattivi. I problemi del management sono aggravati dalle dimensioni enormi dell’azienda. La sicurezza è degradata per scarso rispetto delle specifiche tecniche e delle procedure amministrative e relative alle emergenze.”

Questi giudizi recisi ebbero l’effetto di migliorare notevolmente la situazione. È comprensibile che sterzate positive nella realizzazione e nella conduzione di grandi strutture tecnologiche vengano operate dopo un disastro che faccia molto rumore. Nel caso delle centrali nucleari i rischio sono alti – ma lo sono anche in altri campi e settori. (Nel mondo 1.200.000 persone muoiono ogni anno in incidenti di traffico). Bisogna ricorrere alla Gestione Globale della Qualità: una disciplina onerosa da praticare. Molti non ne conoscono nemmeno l’esistenza. Anche ove sia perseguita seriamente, non riesce ad azzerare ogni rischio. Il mondo è complicato. In certa misura è migliorabile, ma bisogna studiare e impegnarsi per migliorarlo.

© Roberto Vacca, http://www.robertovacca.com, Tutti i diritti riservati.

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Tonno, olio, sale e cesio radiattivo. Cosa c’è di vero

Japan of the apocalypse Credit: Thierry Ehrmann from Flickr

Japan of the apocalypse
Credit: Thierry Ehrmann from Flickr

Quando si parla della questione nucleare di Fukushima, tendiamo a pensare che sia una realtà così lontana che difficilmente possa interessarci nella vita di tutti i giorni. Purtroppo non è vero e per effetto della globalizzazione, nonostante i 9.700 kilometri di distanza, Fukushima ce l’abbiamo dentro casa e probabilmente anche sulla nostra tavola.

Questo perchè noi Italiani preferiamo mangiare tonno in scatola, che nella quasi totalità dei casi viene pescato e lavorato nel pacifico.

Cosa abbia di speciale questo tonno del pacifico (a parte il prezzo) non si sa, ma di sicuro sembrerebbe che non ne possiamo fare a meno.

Per fortuna comunque la normativa Italiana ed Europea impone l’obbligo per i rivenditori di prodotti ittici di rintracciabilità del prodotto. In particolare questi sono obbligati a dichiararne anche la zona di cattura.

Sarà capitato a tutti di constatare che in alcuni mercati i rivenditori fieri di ciò che vendono mettono bene in evidenza la provenienza se questa è Italiana, Spagnola, Canadese, etc…

In altri casi invece il rivenditore preferisce indicare la zona di cattura con un codice numerico, più criptico, detto Zona FAO, che li fa rientrare negli obblighi di legge pur tuttavia rendendo poco visibile al consumatore la reale provenienza dei prodotti.

C’è da aggiungere però che i prodotti inscatolati non soggetti a trasformazione non sarebbero obbligati a riportare la zona di pesca e quindi molti produttori non la indicano nemmeno.
Quei pochi invece che lo fanno, avendo adottato magari una politica di trasparenza con i consumatori, sono paradossalmente quelli maggiormente colpiti dagli allarmismi che circolano in rete relativi al tonno radioattivo.

Cerchiamo di  fare un po’ di luce sull’argomento.

La mappa che segue mostra in che modo il globo terrestre è suddiviso in zone FAO ed è chiaramente visibile che la zona più interessata dagli sversamenti in mare delle acque contaminate da isotopi radioattivi è la zona FAO 61.

Ci sono studi di scenziati autorevoli che affermano tutto ed il contrario di tutto circa gli effetti degli sversamenti in mare delle acque contaminate utilizzate per il raffreddamento del reattore nucleare di Fukushima.

Gli isotopi radioattivi coinvolti nell’incidente nucleare e rilasciati sia in mare che in atmosfera sarebbero:

  • Iodio 131;
  • Tellurio 129m;
  • Cesio 137;
  • Stronzio 90;
  • Plutonio.

Sino ad adesso comunque il tonno in scatola della grande distribuzione, qualunque sia la sua provenienza, non risulterebbe soggetto a contaminazioni radioattive accertate. Non sarebbe pertanto il caso di allarmarsi, anche se personalmente eviterei di mangiarlo per le motivazioni riportate alla chiusura dell’articolo.

Le catene di distribuzione ed i produttori di tonno in scatola (soprattutto pinne gialle) sostengono che i prodotti da loro commercializzati provengono dalla zona FAO 71, e non dalla 61, e che in alcuni casi questa zona può distare da Fukushima anche migliaia di kilometri.

Oltre al ruolo importante delle correnti oceaniche, c’è da aggiungere però che il tonno, come molte altre specie di pesci, è per sua natura un grande nuotatore e quindi non mi sorprenderebbe immaginarlo sguazzare nelle acque contaminate o magari nei pressi dell’isola di plastica nel pacifico (vedi approfondimento).

Ci sarebbe da fare una distinzione tra le varie specie di tonno, ma ad esempio il tonno rosso è capace di spostarsi in media ogni giorno di 100 miglia marine (circa 160Km) e può raggiungere di picco una velocità massima di 80 km/h. Basti pensare che ogni anno il tonno roso effettua incredibili migrazioni dal Nord Atlantico per venire a riprodursi nel Mediterraneo attraversando lo stretto di Gibilterra.

Ricordiamoci quindi che il tonno è libero di muoversi in tutte le zone e che questi numeri, 61 o 71 che siano,  sono solo delle linee tracciate dall’uomo su una cartina geografica che i pesci non sanno leggere.

Con questa questione del tonno radioattivo abbiamo però capito che anche i problemi di un luogo che si trova all’altra parte del mondo possono diventare facilmente i nostri problemi. Inoltre si apre un ulteriore interrogativo.

Ma il tonno del mediterraneo, il nostro tonno, che fine fa se noi mangiamo solo scatolette che vengono dal pacifico?

A quanto pare l’80% del tonno pescato nel mediterrraneo viene esportato e mangiato dai Giapponesi, perchè ritenuto di qualità eccezionalmente superiore ed ottimo per essere mangiato crudo in sushi e sashimi.

Non mi sembra normale che i giapponesi mangiano il nostro pesce e noi mangiamo il loro. Ma se ognuno mangiasse le proprie cose non sarebbe meglio per tutti, in particolare per noi? Adesso non staremmo certo a discutere se una scatoletta di tonno possa ucciderci oppure no.

E quindi invece di capire se quella spazzatura che ci fanno mangiare sia cancerogena o meno, cominciamo a chiedere ai nostri rivenditori il tonno italiano, il migliore. Ce l’abbiamo in casa. Godiamocelo.

PENSIAMO GLOBALMENTE,
AGIAMO LOCALMENTE!

Autore: Giovanni Gasparri (Linkedin | Facebook)
Data di Pubblicazione  16 Febbraio 2014
Ultima Revisione: 16 Febbraio 2014

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