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L’approccio del circolo Lamasena all’Agricoltura Organica Rigenerativa

Su iniziativa di alcuni soci del Circolo Legambiente Lamasena, Laura Quattrociocchi affiancata da Luca Pupparo, e Giuliano Patrizi, è stato realizzato un incontro tra il coordinatore tecnico di Deafal ONG, Matteo Mancini e la società cooperativa “La Ciera dei Colli” di cui Giuliano Patrizi ne è socio. La Ciera dei Colli, che da quasi due decenni opera sul territorio di Monte San Giovanni Campano si pone tra gli obiettivi, quello di conservare e valorizzare le tradizioni olearie delle colture di ulivi principalmente della varietà autoctona “ciera”presenti, migliorando così le condizioni culturali, economiche e professionali dei soci che ne fanno parte e del territorio che li circonda. Oggetto dell’incontro è stato un corso dedicato all’Agricoltura Organica e Rigenerativa, con risvolti di applicazione pratica allo stabile della società cooperativa monticiana, luogo di incontro delle parti. Molti sono stati gli interessati che hanno partecipato al corso, provenienti da diversi comuni limitrofi alla realtà monticiana, tra cui Veroli, dalla stessa e da comuni anche distanti come Roma.
Deafal (Delegazione Europea per l‘Agricoltura Familiare di Asia, Africa e America Latina) è una ONG costituita nel 2000 ma operativa in modo informale già dal 1998, che promuove lo sviluppo rurale e ha come obiettivi:

  • l’emancipazione e lo sviluppo umano, sociale ed economico dei piccoli produttori agricoli e delle categorie più vulnerabili dei Paesi del Sud e del Nord del mondo, in una logica di cooperazione Sud-Sud e Sud-Nord, oltre che Nord-Sud;
  • la tutela ambientale e la salvaguardia della biodiversità nei Paesi del Sud e del Nord del mondo;
  • la promozione della sicurezza e della sovranità alimentare nei Paesi del Sud e del Nord del mondo.

Per l’Associazione il miglioramento delle condizioni di vita dei produttori agricoli, l’autodeterminazione alimentare delle comunità e la tutela del territorio e dell’ambiente passano attraverso la promozione di un’agricoltura che preservi la biodiversità, rispetti i cicli naturali e riduca la dipendenza iniqua dei produttori dal mercato; in questo senso si riserva un’attenzione particolare alla diffusione delle metodiche dell’ Agricoltura Organica e Rigenerativa, in quanto perfettamente rispondenti alle caratteristiche citate.
Deafal è accreditata al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, riconosciuta dalla Regione Lombardia, iscritta al Registro Provinciale delle Associazioni di Milano, accreditata al Comitato Cittadino per la Cooperazione Decentrata del Comune di Roma, e iscritta al Registro regionale delle associazioni della Regione Marche.
È socia di CoLomba, COoperazione LOMBArdia, e membro del tavolo Educazione alla Cittadinanza Mondiale di CoLomba Attraverso CoLomba è socia dell’Associazione ONG italiane. Inoltre è socia di Marche Solidali (Coordinamento delle Organizzazioni Marchigiane di Cooperazione e Solidarietà Internazionale) [Fonte Deafal ONG, www.deafal.org ].
A partire da questi presupposti, è stato promosso dai soci sopracitati,  il corso sull’Agricoltura Organica e Rigenerativa, svoltosi presso la sede della società cooperativa “La Ciera dei Colli”, in cui è stato possibile applicare direttamente attraverso le materie prime presenti, i principi dell’Agricoltura Organica (Figura

Figura 1: Partecipanti al corso

Il docente Matteo Mancini (Figura 2), laureato in Scienze Forestali e Ambientali presso la facoltà di Firenze, dopo anni di lavoro intercorsi tra America del Sud e Africa, si è specializzato in Messico in “Agricoltura Organica, disegno Keyline e Cromatografia”. Dal 2009 è Coordinatore tecnico e Consigliere di Deafal ONG, sede di Milano, per la quale si occupa di formazione e assistenza tecnica in tematiche e applicazioni di Agricoltura Organica Rigenerativa, offrendo questi servizi alle aziende agricole e privati che ne fanno richiesta.

Figura 2: Matteo Mancini

Nella prima parte del corso è stata delucidata la composizione del terreno, facendo riferimento in particolare ad una tecnica di analisi qualitativa del suolo, la cromatografia circolare su carta, la quale permette di discriminare oggettivamente, le diverse componenti del suolo diluite in idrossido di sodio, sulla base della loro diversa affinità manifestata nei confronti del nitrato di argento impregnato su carta da filtro. Si può generalizzare l’esito di una analisi cromatografica circolare affermando che suoli poco o per niente fertili, mostrano un cromatogramma (Figura 3) in cui le diverse componenti si presentano ben stratificate, in cui sono evidenti gli accumuli di componente minerale a peso molecolare maggiore vicina al centro, segue la sostanza inorganica, quindi la sostanza organica a peso molecolare inferiore e infine, di rado esclusivamente nei terreni a maggior fertilità è possibile osservare la presenza di attività enzimatiche di origine microbiologica, le quali si separano lungo i confini della corsa circolare cromatografica terminale. Suoli molto fertili al contrario generano cromatogrammi molto più omogenei in cui è difficile distinguere le diverse componenti del suolo se non una chiara presenza della attività microbica. Un’attenta lettura e valutazione dei cromatogrammi spesso arricchisce di molte più informazioni oltre che alla semplice indicazione di fertilità dei suoli, rispecchiano infatti lo stato di salute di questi ultimi, la qualità dei composti, l’abbondanza o meno di un componente rispetto ad un altro, le trasformazioni in atto, lo stato di mineralizzazione, la struttura del suolo e molte altre. Inoltre è necessario associare all’analisi cromatografica, un’analisi chimico-fisica del suolo, in modo da ottenere un’analisi completa e dettagliata dello stato di salute del terreno.


Figura 3: Esempio di cromatogramma di un campione di terreno (Fonte: http://www.biodin.com)

Durante il corso è stato disciolto un dubbioso interrogativo su quale ruolo abbia la pratica di irrigare le coltivazioni con acqua e letame diluito,  la cosiddetta “acqua grassa”, un’azione assai diffusa in passato quando la disponibilità di letame era alta e quando la concimazione minerale chimica era poco applicata. Questa pratica ha un ruolo primariamente fertilizzante e fa perdere la funzione ammendante del letame come tale; quindi l’uso “dell’acqua grassa” come fertilizzante è positivo, ma si deve essere coscienti che viene persa la capacità ammendante del letame, ovvero di strutturazione del suolo, che avrebbe se il letame fosse utilizzato come tale. Se si vuole eseguire un’operazione di concimazione organica come questa, basterebbe utilizzare del letame avicolo ad esempio (il più ricco in azoto), ma bisognerebbe diluirlo in molta acqua per evitare ustioni all’apparato radicale delle piante. In alternativa sarebbe più sicuro un altro tipo di fertilizzazione organica, come quello di diluire circa 4-5 kg di compost in 100 litri di acqua e poi procedere con l’irrigazione.
Viene definito compost il prodotto stabile e ad alta fertilità di degradazione della sostanza organica, ricco in carbonio e azoto, ad alto potere ammendante, capace dunque di cambiare significativamente la struttura del suolo. Tra le esigenze nutrizionali delle piante infatti, gioca un ruolo fondamentale la presenza della sostanza organica (SO), ossia tutta la materia morta di derivazione vivente, vegetale e animale, ricca in carbonio. L’SO diventa utile quando non entra a far parte dei processi di putrefazione, bensì quando subisce una degradazione ossidativa ad opera dei microrganismi colonizzatori del suolo. La sostanza organica quando decomposta a minerali sotto forma di ioni e sali dai microrganismi presenti nel terreno (batteri, protozoi, funghi), è resa disponibile all’assorbimento radicale  e può pertanto solo in questa forma essere assunta dalle piante. In particolare al processo di degradazione della SO segue quando possibile, un processo di riorganizzazione e polimerizzazione di questa, a formare l’humus, che rappresenta esattamente

la frazione di SO decomposta e derivata dall’attività di sintesi microbica, opportunamente riorganizzata e assemblata insieme a particelle minerali, sostanze a questo stadio biodisponibili per l’assorbimento radicale. Quando un terreno è ricco di SO, riesce oltre ad essere fertile, a trattenere meglio l’acqua e quindi a diminuire la perdita di acqua dopo una pioggia o a seguito di un’irrigazione, attraverso il percolamento nel sottosuolo. L’1% di SO riesce a trattenere infatti 200’000 litri di acqua per ettaro di terreno.
Immediatamente dopo la decomposizione della materia morta derivata dagli esseri viventi vegetali e animali, vi è la fase di miscelazione meccanica delle sostanze derivate dal primo processo di decomposizione, promossa da invertebrati soprattutto lombrichi, i quali “impastano” la frazione minerale del suolo, con la frazione organica in decomposizione.
Fondamentale è questa fase di lavoro dei lombrichi in quanto preparano il terreno alla fase successiva di sintesi enzimatica in cui i batteri e soprattutto funghi completano attraverso l’azione enzimatica, la destrutturazione del materiale organico che viene completamente degradato a sostanze organiche semplici quali amminoacidi, zuccheri, vitamine, i quali possono essere sottoposti a ulteriore decomposizione e definitiva mineralizzazione (Figura 4).

Figura 4: Ciclo di decomposizione della SO, e mediazione dei lombrichi delle sostanze degradate verso la microflora[Fonte: http://www.verdeepaesaggio.it]

Gli elementi chimici ormai inorganici rilasciati dal processo di mineralizzazione, quali ferro, azoto, zolfo, potassio, nichel e tutti quelli presenti nella materia organica vivente di provenienza, sono ormai solubili e quindi dilavabili in acqua e disponibili all’assorbimento dalle radici delle piante. Per avvenire la sintesi dell’humus invece, durante la fase di sintesi enzimatica, altri microrganismi, se in presenza di opportune condizioni di umidità, temperatura e ossigenazione, possono utilizzare e trasformare le sostanze organiche intermedie fino a contenere un rapporto di carbonio e azoto (rapporto C/N) con valore compreso tra 10 e 25. Quando il rapporto C/N raggiunge questi valori, permette al prodotto delle trasformazioni biochimiche della sostanza organica, di essere definito humus. L’humus così formato è detto solubile, in quanto ancora a rischio di andare incontro al fenomeno di mineralizzazione, cioè alla scomposizione delle molecole organiche in elementi inorganici (ferro, azoto ecc…). Per evitare di andare incontro a mineralizzazione, l’humus deve essere stabilizzato, per addizione dei composti umici solubili all’argilla. Quando i composti umici si legano all’argilla presente nel terreno, si formano dei complessi argillo-umici stabili, resistenti al dilavamento da acqua piovana e più resistenti alle temperature, permettendo così all’humus stabile di rilasciare progressivamente e nel tempo le sostanze minerali alle piante. L’humus stabile rappresenta dunque un accumulatore di fertilità. I processi biochimici che avvengono nel terreno, fluiscono in eventi microbiologici che portano alla continua formazione e smantellamento dell’humus; si passa infatti dalla decomposizione della sostanza organica, attraverso un’intensa attività di sintesi alla formazione dell’humus, che a sua volta si consuma attraverso la mineralizzazione delle molecole umiche organiche, in elementi inorganici necessari alla nutrizione delle piante. Questo ciclo avviene continuamente nel tempo, persiste il consumo di humus con la mineralizzazione e dunque persiste la necessità di reintegrare continuamente la sostanza organica al terreno. Oggi, nell’era della concimazione chimica, si assiste ad un blocco sempre più frequente di questo ciclo naturale di formazione e smantellamento dell’humus. La sostanza organica non riesce a depositarsi in maniera sufficiente, perché ad esempio gli erbicidi vanno a bloccare la crescita di molte specie di piante spontanee che all’uomo danno fastidio, le infestanti, che sarebbero invece tornate utili in natura perché avrebbero concimato gratuitamente il terreno, fornendo cosi SO di origine vegetale. Ancora i terreni sono poveri di SO perché sottoposti ad una continua azione meccanica di trinciatura delle erbe per liberare il terreno dalle infestanti e prepararlo alla coltivazione di una o poche colture oppure semplicemente per renderlo esteticamente bello, simile ad un campo da golf. Inoltre i terreni sono poveri di fertilità perché e soprattutto con la pratica della concimazione chimica, seppur presente la SO da decomporre, questa ormai non è più velocemente degradabile come avviene invece nei terreni non sottoposti a concimazione chimica. Semplicemente, ciò che avviene è uno sbilancio energetico, che porta tutti i processi microbiologici naturali a non avere di continuo la possibilità di attivare tutti i meccanismi necessari per la trasformazione della SO.  Fornendo infatti il concime, si hanno già i minerali a disposizione e quindi nelle attività del suolo, vengono inibiti tutti i processi che portano alla liberazione dei minerali a partire dalla SO. La concimazione chimica dunque può essere considerata una sorta di alimentazione artificiale forzata della pianta, che inibisce tutte quelle trasformazioni biochimiche del terreno volte allo smantellamento della SO in decomposizione e successiva sintesi dell’humus e quando fornita, accelera i meccanismi che mettono a disposizione il nutrimento nella pianta stessa, ma impoveriscono la pianta costringendola a nutrirsi di soli pochi nutrienti (aggiunti con i concimi) rispetto ai circa 30 minerali necessari per il sostentamento di un buono stato di salute, debilitandola anche dal punto di vista della difesa contro i patogeni in quanto malnutrita.
Le piante si nutrono di minerali derivati soprattutto dalla decomposizione della SO e probabilmente, nuove evidenze scientifiche suggeriscono che riescano ad assorbire anche molecole più complesse della SO, quali ormoni; quindi più la SO è abbondante e decomposta e più la pianta riesce a nutrirsi bene e quindi a potenziare quelle che sono la crescita dell’apparato fogliare, la fruttificazione e la resistenza ai patogeni. In uno studio sperimentale condotto proprio dal Dottor Mancini, si è visto che spesso la resistenza ai patogeni tende a migliorare quando lo stato nutrizionale della pianta è in buone condizioni, ad esempio aggiungendo al terreno un biofertilizzante. Nello studio eseguito in Toscana su colture di vite (Vitis vinifera spp.) infatti, il confronto del terreno di controllo con il terreno trattato con biofertilizzante ha mostrato un aumento della resistenza al patogeno fungineo Peronospora sp. del 50%, mentre nel terreno trattato con i classici agenti chimici fungicidi a base di rame e zolfo, ha mostrato una resistenza pari al 90%; ciò sta a significare che il più efficace nei confronti dell’infezione funginea, è stato indubbio il trattamento chimico, ma il trattamento a base di biofertilizzante non è risultato indifferente alla pianta, ha permesso altresì di proteggere dall’infezione di Peronospora sp. il 50% della popolazione di vite oggetto di studio, mostrando dunque un effetto potenziante la resistenza all’infezione dal fungo.
Alla lezione teorica è seguita la parte applicativa (Figura 5), in cui è stata spiegata l’importanza della scelta delle materie prime da selezionare, prima di tutto sulla base della disponibilità della realtà aziendale. Nel nostro caso, all’interno del frantoio della Ciera dei Colli, sono stati prelevati volumi di sansa e cippato di olivo, i quali addizionati a letame, carbone e cenere sono stati opportunamente elaborati fino ad ottenere un primo immaturo compost, al quale viste le temperature rigide della stagione invernale, è stato addizionato un inoculo di lievito liofilizzato risvegliato in acqua tiepida zuccherata.

 

Figura 5: Produzione del compost all’interno della Ciera dei Colli

Secondo gli studi del Dottor Mancini e colleghi, attraverso analisi chimico-fisiche e cromatografiche di diversi compost, i risultati migliori con un compost a più alto potere fertilizzante, si ottengono addizionando un 60% di sansa, un 30% di cippato e un 10% di letame. La sansa in questo caso, funge da principale fonte di carbonio, ma può essere sostituita a seconda della materia prima disponibile, per l’appunto anche da paglia o residui alimentari ad esempio. La seconda condizione affinché si generi un buon compost è la presenza di cippato, originato ovvero da potature tritate con una cippatrice; il cippato infatti oltre a rappresentare anch’esso una fonte di carbonio, funge da strutturante donando resistenza al compost. Come descritto precedentemente nella definizione di compost, è necessaria una fonte di azoto, che si può ottenere ad esempio dal letame di animali da allevamento, in quanto prodotto comune di escrezione, ma anche da tessuti di questi, derivanti ad esempio dagli scarti di macellazione, come pelle, artigli, corni, ossa e così via. Si può migliorare ulteriormente la qualità del compost aggiungendo carbone vegetale, combustibile ottenuto dal processo di carbonificazione della legna in presenza di limitate quantità di ossigeno. Il carbone, ricco di proprietà, funge da spugna naturale per trattenere acqua e metalli pesanti,rappresenta un habitat per i microrganismi del suolo e ha potere tamponante sulle variazioni di pH che avvengono nei terreni acidi e basici. Può inoltre essere prodotto facilmente a livello industriale. L’addizione al miscuglio di cenere, prodotto finale solido della combustione della legna, ricca in sali minerali, soprattutto carbonati e ossidi, a pH fortemente basico, rappresenta un’ottima soluzione fertilizzante per tutti quei terreni di natura acida che caratterizzano la maggior parte del territorio Ciociaro. In alternativa in presenza di terreni basici, al posto della cenere, può essere utilizzata ad esempio farina di roccia di natura acida in quanto le rocce estratte per produrla sono di origine vulcanica.
Vengono stratificati questi componenti l’uno dopo l’altro fino a formare un bel cumulo di circa 1-1,5 metri di altezza ideale, e si lasciano a reagire, dopo opportuna valutazione sensoriale della quantità di acqua presente nel miscuglio di compost immaturo. Se l’acqua nel cumulo non è sufficiente, si potrebbe aggiungere persino l’acqua di vegetazione, altro importante scarto di produzione dei frantoi, la quale verrebbe prontamente degradata dai microrganismi presenti. Ciò potrebbe rappresentare una valida modalità di riciclo di questa acqua, certo non in quantità industriali, ma comunque una alternativa di uso valida dal punto di vista ecologico. Successivamente alla valutazione sensoriale della presenza di acqua, si lascia il cumulo al riparo sotto una tettoia oppure coperto da un telo per evitare che si arricchisca di acqua e quindi vada in putrefazione.  Durante le prime due settimane di reazione, si monitora la temperatura del cumulo, e questa dovrebbe raggiungere una temperatura ottimale di circa 65^C entro le due settimane. In questa fase di igienizzazione, all’interno della quale tutti i batteri nocivi ad esempio quelli che promuovono la putrefazione del compost, vengono debellati dalla forte temperatura, su azione dei batteri utili, è necessario capovolgere e miscelare di continuo il cumulo per evitare che la temperatura ecceda oltre questo valore. Dopo circa 3-4 settimane di reazione, si va incontro alla fase di stabilizzazione del compost, in cui intervengono i funghi e non è più necessario miscelare il compost in quanto la temperatura sarà diminuita al di sotto dei 40^C.  Si raggiunge la fase di maturazione finale dopo due mesi dalla formazione del cumulo, nella quale vengono richiamati i lombrichi, i quali vanno a colonizzare il compost ormai maturo, aumentandone la qualità.
In un terreno fortemente debilitato, povero di nutrienti, per niente fertile, si può somministrare compost maturo alla quantità di 500 quintali per ettaro per anno. Dopo circa 2-3 anni di somministrazione, dovrebbe riacquistare la fertilità, salvo altre condizioni. Una volta recuperata la fertilità del terreno, questa può essere mantenuta somministrando circa 200 quintali per ettaro per anno. Le raccomandazioni del Dottor Mancini inoltre si soffermano sul periodo di applicazione del compost tramite uno spandiletame, preferibilmente entro Gennaio-Febbraio, per piantumazioni che interessano Marzo-Aprile. Si può spandere il compost direttamente sul prato, e poi erpicarlo a poca profondità con un erpice, anche sul suolo sottostante ad un uliveto. È sconsigliato l’uso della fresa. Bisognerebbe poi innaffiare per circa 1 ora a intervalli di 3 giorni il terreno addizionato di compost, in quanto grazie alle capacità di quest’ultimo, il terreno diventa anch’esso capace di trattenere meglio l’acqua. In terreni scarsamente o per niente fertili invece si è costretti ad irrigare con grandi quantità di acqua, in quanto questi sono privi di capacità di ritenzione di questa risorsa. L’uso di compost quindi riduce la perdita di acqua, comportando sia un guadagno in termini della risorsa, sia una diminuzione dei consumi necessari ad applicarla, evitando così inutili sprechi. Ulteriori nozioni sono state fornite dal Dottor Mancini, in merito alla funzione e utilità dei sovesci con colture di copertura, come farro, veccia, trifoglio bianco, sulla, orzo, grano e di come praticarli; come eseguire un pascolamento razionale, senza evitare il sovrapascolo, come riprodurre e diffondere microrganismi utili come preparati fogliari per proteggere l’attacco dei patogeni, o come corroboranti ad azione biostimolante e potenziatrice della resistenza delle piante ai patogeni oppure come pre/pro-biotici per gli animali. Sono state fornite anche nozioni importantissime su come ottimizzare la distribuzione dell’acqua, da aree fortemente ricche, ad esempio adiacenti ad un corso d’acqua, torrente o canale di irrigazione, verso aree aride, attraverso la realizzazione delle curve di dislivello del terreno, altresì definite “disegno Keyline” o “linee a chiave”.
Per il frantoio La Ciera dei Colli e tutti i partecipanti del corso, questa esperienza sicuramente avrà acceso dei lumi di presa di coscienza, su come l’agricoltura organica rappresenti la chiave di volta del futuro, visti gli sfruttamenti agricoli a cui i terreni attuali sono sottoposti dalle monocolture, dalla concimazione chimica, dall’ eccessiva meccanizzazione dell’agricoltura, dalla riduzione del pascolamento animale e non da ultimo dall’inquinamento generalizzato della biosfera. Potrebbe diventare l’unica soluzione di miglioramento ecologico, conveniente anche dal punto di vista economico, chiudendo il ciclo produttivo
delle materie prime, che attraverso gli scarti vengono elaborate a fornire nuove materie prime, potrebbe innescare una nuova “rivoluzione agricola” a stampo ecologico, la quale ha più possibilità di successo se innescata “dal basso”, dai contadini stessi, che dovrebbero osservare con razionalità quello che la natura offre, essere in grado di sviluppare azioni più salutari per se stessi e l’ambiente che li circonda in modo da garantirne la perpetuabilità naturale, ed essere impassibili di fronte agli stimoli poco ecologici dettati dai gruppi di potere.

Dott.ssa Sara Leo

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I temi dibattuti al castello ducale di Monte San G. C.

Dal 18 al 23 aprile 2017 , il castello ducale di Monte San Giovanni Campano ha dato cittadinanza a temi che attengono alla storia, alla cultura, alle tradizioni, all’economia, all’ambiente e alla bellezza  dei territori ciociari.
Si sono alternati relatori e artisti, ognuno dei quali ha rappresentato le proprie passioni e studi riguardanti i temi della manifestazione.
Di seguito sono riportati gli argomenti dibattuti:


Laura Quattrociocchi ha illustrato la genesi e degli orti sinergici:  Chi ha voglia di appermaculturarsi un po’?


Ciao siamo Luca e Laura e siamo di Veroli, marito e moglie, imprenditore e casalinga.. con 3 figli e qualche laurea nel cassetto ma che nella vita hanno maturato la consapevolezza di non far decidere agli altri il presente e futuro della propria famiglia. Lo stile di vita che tutti consideriamo come unico e percorribile nella realtà dei fatti è uno stile di vita insostenibile.. quindi abbiamo cercato strade alternative e ci siamo imbattuti nella permacultura! Per spiegare in grandi linee cos’è la permacultura, abbiamo estratto alcune definizioni ben riassuntive su Wikipedia: Il metodo della permacoltura è stato sviluppato a partire dagli anni settantada Bill Mollison e David Holmgrenattingendo da varie aree quali architetturabiologiaselvicolturaagricolturae ttps://it.wikipedia.org/wiki/Zootecnia”>zootecnia .

La permacultura è un metodo per progettare e gestire paesaggi umani, in modo che siano in grado di soddisfare bisogni della popolazione quali cibo , fibre ed energia e al contempo presentino la resilienza , ricchezza e stabilità di ecosistemi naturali.

Etica della permacultura:

  • Cura della terra , ovvero riconoscere il valore dei sistemi naturali nella loro complessità. Gli interventi umani saranno quindi volti a non danneggiare o ripristinare gli equilibri ambientali. Secondo Holmgren il miglior modo per prendersi cura della terra è ridurre i propri consumi.
  • Cura degli esseri umani , anche se rappresentano una minima parte nella totalità dei sistemi viventi. Viene valutato di fondamentale importanza soddisfare bisogni fondamentali quali cibo, abitazione, istruzione, lavoro soddisfacente e rapporti sociali senza ricorso a pratiche distruttive su larga scala.
  • Limitando il consumo ai bisogni fondamentali è possibile condividere le risorse in eccesso in modo equo con tutti.

I modi per adempiere a questa etica, secondo i fondatori della permacultura, sono 12:

  1. Osserva e interagisci (la bellezza è negli occhi di chi guarda) Osservare il paesaggio e i processi naturali che lo trasformano è fondamentale per ottimizzare l’efficienza di un intervento umano e minimizzare l’uso di risorse non rinnovabili e tecnologia. L’osservazione deve essere accompagnata dall’interazione personale.
  2. Raccogli e conserva l’energia (prepara il fieno finché c’è il sole ) Raccogliere e conservare l’energia è alla base di tutte le culture umane e non. Per energia si intende tutto ciò che può essere immagazzinato e/o mantenuto in buono stato e che è fondamentale per la sopravvivenza di una comunità/cultura. Esempi: cibo, alberi, semi.
  3. Assicurati un raccolto (non si può lavorare a stomaco vuoto) Assicurarsi che ogni elemento del progetto porti una ricompensa utile.
  4. Applica l’autoregolazione e accetta il feedback (i peccati dei padri ricadono sui figli fino alla settima generazione) Applicare l’autoregolazione per evitare che controllori di livello superiore siano costretti ad intervenire per riequilibrare una crescita incontrollata. Impara a riconoscere e accettare il feedback fornito dalla comunità o, più in generale, dalla natura.
  5. Usa e valorizza risorse e servizi rinnovabili (lascia che la natura faccia il suo corso) Gestire le risorse che si rinnovano e rigenerano in modo continuo senza un apporto esterno in modo che assicurino una continua resa. Allo stesso modo valorizzare i cosiddetti servizi rinnovabili, ovvero i servizi apportati da piante, animali, suolo e acqua senza che questi siano consumati nel processo.
  6. Non produrre rifiuti (Il risparmio è il miglior guadagno) (Un punto in tempo ne salva cento) Assicurarsi che i sistemi presenti nel progetto non producano niente che non sia utilizzabile e utile ad un altro sistema.
  7. Progetta dal modello al dettaglio (gli alberi non sono la foresta) Bisogna imparare a dare uno sguardo d’insieme prima d’immergersi nel dettaglio. Utilizzare soluzioni progettuali derivate da modelli osservati in natura.
  8. Integra invece di separare (molte mani rendono il lavoro più leggero) Integrare ogni elemento progettuale all’interno del sistema in modo che si sostenga a vicenda con gli altri elementi.
  9. Piccolo e lento è bello (più sono grandi e più fanno rumore cadendo) Sistemi piccoli e lenti sono più facili da mantenere di quelli grossi e veloci, fanno un miglior uso delle risorse e producono in maniera più sostenibile.
  10. Usa e valorizza la diversità (non mettere tutte le uova in una sola cesta) Valorizzare la diversità animale e vegetale. La diversità riduce i rischi derivanti dalla gran parte delle minacce: l’ammalarsi di una specie di pianta non è la fine del raccolto. Inoltre la diversità aiuta a beneficiare dell’unicità di ogni territorio.
  11. Usa e valorizza il margine (non pensare di essere sulla giusta traccia solo perché è un sentiero molto battuto) Progettare le forme delle zone di confine in modo da sfruttarne il più possibile le caratteristiche: il limite tra due sistemi diversi è il posto dove accadono le cose più interessanti. Queste zone sono spesso le più produttive in quanto possono utilizzare le caratteristiche di sistemi diversi
  12. Reagisci ai cambiamenti e usali in modo creativo (bisogna vedere le cose non solo per come sono ma anche per come saranno) Sfruttare i cambiamenti a proprio favore; questo presuppone l’osservare attentamente i segni che li precedono e intervenire in tempo.

Sara Leo ha illustrato la pervasività dei pesticidi


I pesticidi sono composti chimici utilizzati per il controllo di infestanti come insetti, funghi, parassiti, roditori, piante o qualunque altro organismo vivente in grado di provocare forme di danno o disagi a colture agricole, ambienti domestici e civili, ambienti acquatici. Da lungo tempo i suoli stanno subendo infiltrazioni e fumigazioni da fitofarmaci, inizialmente di origine naturale, in seguito, data la rapidità di sintesi e la maggior efficacia, sempre più di sintesi chimica. Ad oggi sono state sviluppate circa 7 classi di molecole diverse. Tra i composti “storici” si ricorda il tabacco, lo zolfo, i composti arsenicali, i composti del tallio, i piretroidi, gli oli minerali, seguono gli idrocarburi alogenati tra cui il DDT, gli esteri fosforici, i carbammati, gli organoclorurati, le triazine, il glifosato, sono solo alcuni di nuova generazione. I fitofarmaci hanno permesso all’uomo di eradicare su scala mondiale molte epidemie tra le quali la malaria, la febbre gialla, la peste bubbonica, il tifo, la malattia del sonno; d’altra parte l’utilizzo indiscriminato di tali composti per decenni ha comportato l’alterazione dell’equilibrio naturale di molte specie animali e vegetali, nonché una contaminazione ambientale di ampia entità, provocando tossicità anche per la salute umana, per via della loro persistenza nella catena alimentare. Esistono oggi valide alternative biologiche all’uso di tali sostanze, pur se ancora di difficile sostituzione ai composti di sintesi chimica a causa del ristretto campo di applicazione


Arduino Fratarcangeli ha illustrato il tema dell’economia sociale: L’Economia cos’è?  E perché sempre di più il sociale entra nell’economia?


L’economia solidale in Italia è stata denominata e caratterizzata in vari modi, per esempio come “economia delle relazioni”, “economia dei distretti”, “economia di rete”. Economia delle Relazioni significa che le buone relazioni sono la priorità da assumere nei rapporti economici. Economia dei DES Distretti di Economia Solidale, significa che l’ambito territoriale locale prende una particolare importanza e priorità ed è visto come il basamento su cui si costruiscono anche gli altri livelli territoriali di economia, da quello provinciale fino a quello internazionale.  Economia di Rete significa che le imprese e gli altri soggetti economici, compresi i fruitori, si relazionano in un collegamento orizzontale di rete e interagiscono fra loro, considerandosi non più solo come nodi singoli e slegati, ma come nodi strettamente collegati fra di loro da una relazione reticolare, che potenzia e mantiene all’interno gli scambi, in un’ottica di finalità comune.

Ognuno dei tre approcci presuppone una comunità attiva, che non delega, ma progetta direttamente il futuro. Centrale per la vita delle persone, diventa la dimensione economica, poter partecipare a indirizzarne lo sviluppo. Spesso le azioni degli innovatori si concentrano su azioni promozionali, informative, educative, rimandando ad altri tempi o soggetti la partecipazione ai processi economici di produzione e reddito. La Cittadinanza del futuro richiede di prendere parte alla produzione del reddito, avviando a livello locale e poi oltre, un sistema di interventi capaci di gestire le risorse disponibili, definire piani di sviluppo imprenditoriali avendo come valore di riferimento il bene comune. Si è cittadini se si ha un peso economico, se si pensa invece di essere pensati, se si coopera invece che procedere in solitudine.

Chi può fare economia? Cosa possiamo fare nel nostro ambiente? Su quali beni possiamo articolare una proposta imprenditoriale? E soprattutto chi ci deve autorizzare a farlo? Ecco l’economia solidale apre uno scenario interessante per il futuro ed appartiene alle persone che decidono di non tirarsi indietro quando le azioni, dopo il momento culturale, devono diventare di tipo economico capaci di produrre reddito e lavoro. Intorno a noi ci sono beni straordinari da valorizzare ed in pochi ne stanno cogliendo le opportunità. Dobbiamo farlo, in modo particolare per l’agricoltura, prima che i campi diventino pannelli fotovoltaici o degrado. Ridare un volto economico alle proprietà e a forme intelligenti di azionariato popolare, coniugando innovazione e tradizione, è il tentativo promosso da RES CIOCIARIA con il granaio sociale, e vanta una interessante contaminazione in più comuni che daranno nell’anno in corso circa 250 ql di grani antichi. Diventa così chiaro il nostro principio numero uno “il bene comune è il profitto migliore di tutti


Nicola Severino ha illustrato concetti di  gnomonica – scienza alla base della costruzione delle meridiane: Il tempo dei Ciociari: un patrimonio culturale da salvare


C’è stato un tempo in cui non esistevano gli orologi che siamo abituati a vedere sui nostri polsi, sulle torri delle chiese e sui palazzi comunali; meno che mai gli orologi digitali.
Le meridiane sparse sul territorio ciociaro, di cui ho avuto il piacere ed il privilegio di essere il primo ed unico autore finora ad averne curato un censimento dettagliato negli anni 1988-1990, sono figlie della cultura scientifica dell’800.   Padre Angelo Secchi  nel 1875 realizzò nella bella piazza di Alatri una delle più importanti meridiane murali verticali d’Europa.  Lo stesso accadeva, in proporzioni ridotte, nella piazza di San Donato val di Comino qualche decennio più tardi, quando nel 1891, fu realizzata la meridiana in marmo con colata di piombo fuso per le linee orarie, ora visibile nella piazza Coletti.
Ma non tutte le meridiane della Ciociaria sono così belle ed importanti come le precedenti. Il tempo scorre per tutti: per i ricchi, per gli uomini importanti e per la gente semplice, nelle città come nelle campagne.
Le meridiane della provincia di Frosinone, costituiscono, alla pari dei reperti archeologici conservati nei musei, un patrimonio artistico e culturale da preservare. La testimonianza unica e diretta dello sforzo compiuto dai nostri avi nel comune desiderio e necessità di condividere singolarmente e in forma comunitaria la misurazione del lento scorrere del tempo. Un desiderio espresso nella variopinta forma dei colori delle meridiane, nelle bizzarre soluzioni fino alle semplicistiche ed approssimative pietre suddivise osservando direttamente l’ombra del sole proiettata da un pezzo di ferro sopra la sua superficie. Strade, incroci, vie importanti, piazze, chiostri, angoli di giardino: il tempo scorre ovunque. Il tempo ci permette di ricordare, il tempo ci permette di dimenticare. Non dimentichiamo le meridiane della Ciociaria.

 

Storia e Cultura al Castello Ducale

All’interno dell’incantevole cornice del castello Ducale di Monte San Giovanni Campano,  il circolo Legambiente Lamasena ha organizzato una settimana di incontri, dibattiti e mostre che si terranno dal 18 al 23 aprile 2017.
Il Calendario eventi è il seguente:

1 – Convegno su Fauna e Flora dei Monti Ernici. –  18 aprile,   ore 18.00

  • Marco Sarandrea (erborista) dell’omonima liquoreria  di Collepardo presenta: Gli Ernici, i monti delle erbe: storia, tradizione e prospettive future;
  • Fausto Quattrociocchi (biologo): Il turismo ecologico, o ecoturismo, può rappresentare oggi una nuova opportunità lavorativa;
  • Bruno Petriglia (botanico): Paesaggi, vegetazione e flora dei monti Ernici attraverso immagini originali

2 – Brainstorming: intervalli artistici di Bruni Marika , Pantano Gian Maria, Rossi Enrico, Sattin Tania, Scarpetta Sara. Relatori  : Cascone Giulia e Iannuccelli Riccardo. –   21 aprile, ore: 14.00 – 17.00

3 – Dibattiti su Ambiente, Storia e Territorio:  –  21 aprile:

  • Massimiliano Mancini (editore e scrittore)  presenta i libri: “I Volsci e il loro territorio” e “L’altra faccia della Luna“.  Modera Alessio Silo –  ore: 17.00 – 17.45
  • Laura Quattrociocchi (permacultrice): Agricoltura del non fare: dalle origini agli orti sinergici per coltivazioni naturali e sostenibili  –  ore: 18.00 – 18.30
  • Arduino Fratarcangeli (sociologo): L’Economia cos’è? E perché sempre di più il sociale entra nell’economia? ;  –  ore: 18.30 – 19.00
  • Sara Leo (biologa): La dipendenza dai pesticidi  –  ore: 19.00 – 19.30

4  – Sessione formativa,  dedicata agli alunni della scuola primaria,  dal titolo “Il Tempo dei Ciociari“.  Orologio naturale: Presentazione della Gnomonica ed esposizione di progetti per la costruzione di  meridiane, curato dal dott. Nicola Severino. –  22 aprile,  dalle ore 9.30

5 – Mostra permanente dell’artista Marco Perna:  “Le Mie Radici Le Mie Ali“,  con la collaborazione straordinaria degli artisti: Rita Turriziani Colonna (scultura), Claudia Cammarata (pittura). All’apertura della mostra si terrà una commemorazione del maestro monticiano Manlio Sarra  nei racconti  dei partecipanti alla “Libera Accademia di Pittura”   e  la testimonianza di Francesco Sarra,  figlio dell’artista  scomparso.  L’esposizione delle opere si terrà dal 18 al 23 aprile.  – Vernissage: martedì  18 aprile alle ore 16.30 .

 

Incontro con l’orto sinergico

permacultura-1Impensabile che in Veroli esistesse una realtà come quella portata avanti dai due ambientalisti Luca e Laura, protagonisti dell’incontro di questa mattina con il circolo Legambiente Lamasena di cui fanno parte. I due protagonisti infatti, sono promotori di un metodo di coltivazione basato su principi ecologici, in grado di avvicinare la realtà agricola a quella dell’ecosistema naturale, di autorinnovarsi senza ausilio di agrochimici o altri tipi di artefatti antropici, con basso impiego di energia e di tempo. Un metodo di coltivazione ideato da Bill Mollison, quando nel 1974 in Tasmania, ormai docente universitario, cosciente della distruzione ambientale portata avanti dal sistema industriale e politico, decise di mettere appunto insieme a David Holmgren suo studente, un sistema di agricoltura sostenibile, che definì “Permacoltura”, ricco di ampie varietà, una pluricoltura a favore della biodiversità e dei cicli naturali delle sostanze nutrienti e autoperpetuante. Luca e Laura hanno rivisto il metodo originario di Bill Mollison e con opportune modifiche, originato un metodo del tutto innovativo, che permette di coltivare le varietà botaniche, sempre in linea con i principi della permacultura, in modo molto più agevole e  risolutivo a piccoli inconvenienti lambiti nel metodo originale. I due ambientalisti infatti si preoccupano di rispettare i principi elargiti da tale sistema di coltivazione, che prevedono la cura della terra e delle persone e la condivisone equa delle risorse, attraverso la redistribuzione delle eccedenze.
Alcuni aspetti colturali menzionati nell’incontro di oggi su questa pratica sono stati:

  • L’esclusione dei fitofarmaci e/o concimi di sintesi e naturali;
    L’eliminazione delle lavorazioni meccaniche del terreno e la riduzione del calpestamento di esso  in quanto si genera asfissia;
  • Il mantenimento permanente della coltura nel terreno attraverso un rinnovo continuo delle specie coltivate;
  •  Il ricorso alla pacciamatura per il controllo delle erbe infestanti  in modo da evitare una traspirazione eccessiva del terreno e dunque la disidratazione nei periodi più secchi;
  • La fertilizzazione del terreno favorita con la degradazione delle componenti organiche non eduli, quelle rimanenti come scarto della raccolta, come radici, fusti o foglie.

L’adozione di queste ed altre misure, che verranno illustrate in futuro da Luca e Laura, permettono ai fattori agrari coinvolti nella buona riuscita di un raccolto, di agire in sinergia anziché in competizione, impattando minimamente sulle componenti ambientali, le  risorse, le energie e le influenze esacerbate da parte dell’uomo.

I due esperti, hanno affermato di aver avviato una sperimentazione per arricchire in modo alternativo, lo strato di humus sottostante un uliveto impoverito dal punto di vista dei nutrienti, attraverso la piantumazione di piante erbacee spontanee come trifoglio e veccia.

permacultura-5Inoltre hanno presentato un modello di produzione artigianale di farine integrali, ricavate attraverso una macina in miniatura, a partire da chicchi di grani antichi da loro coltivati in sinergia, di cui le varietà Solina e Senatore Cappelli, farine da cui l’abile Laura, ha elaborato sottoprodotti come pane e crostate integrali, che sono state degustate è notevolmente apprezzate durante l’incontro.

Infine le rese di un orto sinergico, sono sia qualitativamente sia quantitativamente migliorate, per cui l’attuazione di tale pratica, trascende un senso di socialità, volto alla collaborazione, allo sviluppo di una economia locale di abbondanza, di approvvigionamento di prodotti sani qualitativamente superiori a quelli esistenti in qualunque tipo di commercio attuale, ecosostenibili  in cui la condizione dì ecosostenibilità viene acquisita fin dal principio, dalla nascita di quella determinata coltura, e si trasmette oltre la coltura, sconfina nel suolo, nelle risorse e nelle persone che ne traggono nutrimento.

Si tratta di una rivoluzione culturale che non condivide la pratica delle monocolture, l’uso di agrochimici, lo spreco delle risorse, la standardizzazione degli alimenti, in sostanza disaccorda il sistema industriale che governa ormai da decenni, la produzione delle sementi, la messa a dimora di queste, la composizione dei suoli in funzione degli infestanti e dei nutrienti, la produzione in termini di resa e tipologie in funzione della domanda sul mercato globale. Una rivoluzione che tiene a cuore la salute dell’ambiente che ci circonda e degli esseri viventi che lo popolano, senza chiedere troppo, senza particolari oneri o mastodontici quantitativi di tempo, ringrazio Luca e Laura per averlo reso fruibile a noi, fino ad oggi  ignari della sua esistenza.

Sara Leo

RITORNO ALLA TERRA – ORTI DIDATTICI NELLE SCUOLE DELL’INFANZIA – I BIMBI HANNO MESSO A DIMORA LE PIANTINE

Nei giorni scorsi i bambini delle scuole dell’infanzia di Ceprano frequentanti i plessi “Fornaci”, “Fraschetti” e “Colletassetano”, con la sapiente direzione delle insegnanti, hanno messo a dimora i primi ortaggi, quelli invernali, nei loro orti preparati nel mese di novembre dai volontari di Legambiente Lamasena.

Con i fondamentali “p’zzuch”, realizzati a mano, i bimbi hanno posizionato nei solchi degli orti circa 40 piantine di aglio, cipolla, lattuga invernale e cicoria ed hanno provveduto alla iniziale operazione di irrigazione.

Nei prossimi giorni i volontari Legambiente effettueranno dei sopralluoghi nei plessi per verificare che tutto proceda bene.

E’ partita così la fase fondamentale di questo progetto educativo in cui i bambini, in così tenera età, impareranno facendo, sperimentando e divertendosi vedendo crescere, sotto le loro amorevoli cure, gli ortaggi.

Riccardo Viselli

Uno degli orti con le piantine

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L’albero della radunanza

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In tanti sono accorsi sotto l’Albero della radunanza, guidati da un istinto naturale, innato, generato dal ricordo primordiale del legame indissolubile con la natura, ambiente in cui abbiamo trovato rifugio e risorse per il nostro sostentamento fin dall’inizio della nostra storia evolutiva.  Il prescelto è stato un faggio solitario membro di una rara ed estesa faggeta, ai confini del pianoro di Prato di Campoli, abbracciato dalle sormontanti cime dei Monti Ernici. L’Albero è rappresentativo di tutta la comunità a cui appartiene, esso infatti è simbolo di forza, energia, vitalità, appartenenza.

Chiunque lo osserva lo fa proprio, con le sue possenti radici consolida il terreno franoso e sugge da esso ogni sostanza utile, che insieme alla luce solare assorbita, trasforma in linfa vitale senza nulla discriminare, senza chiedere troppo, senza pretendere, egli si nutre di ciò che la natura offre. Con il suo alto e multiplo fusto effonde un senso di stabilità e sicurezza, motivo per cui abbiamo usufruito di questi luoghi come riparo per lungo tempo. Con la sua folta chioma nelle stagioni prosperose divulga vitalità, abbondanza ed rinascita. È in grado di comunicare con noi i suoi stati d’animo, riflesso dei nostri  e di suscitare in noi emozioni uniche che richiamano alla pace interiore, al ritrovamento del nostro essere, alla definizione di prospettive inattese, al miglioramento del rapporto con gli altri. In ambienti come questo a cui appartiene il nostro Albero, siamo indirizzati verso il silenzio e la riflessione, stimolati da una serie di impulsi quali il fruscio delle foglie mosse dal vento o dagli animali che in modo felpato si muovono tra esse, lo scricchiolìo dei rami al vento che dolcemente si insinua lungo le loro sagome, oppure ancora l’ascolto dei canti melodici degli uccelli, che ci meravigliano e che irrompono il nostro senso di solitudine permettondoci di integrarci nel loro mondo come se fossimo parte di essi, membri della comunità naturale, forse anche perché come diceva Charles Darwin in “L’origine delle specie”, «i suoni emessi dagli uccelli offrono, per parecchi aspetti, l’analogia più vicina al linguaggio, perché tutti gli individui della stessa specie emettono grida istintive che esprimono le loro emozioni; e tutte le specie cantano esercitando la loro facoltà istintivamente» .

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In natura il senso di solitudine si contrappone al senso di sentirsi parte di un gruppo, di un progetto naturale in cui ognuno ha il suo compito e ognuno è autosufficiente, e questo ci conforta e ci fa sentire al sicuro “anche se soli”, in quanto nulla potrebbe danneggiarci semplicemente perché contempliamo che anche noi siamo parte integrante di questo ambiente.

 

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La piacevole passeggiata è stata condotta sotto la guida di Silvano Veronesi e Alessio Silo, pionieri nella ricerca del prescelto Albero, beneaugurata in partenza da Cristina Verro e la sua famiglia, e conclusa sotto la chioma autunnale dell’Albero della radunanza, che nonostante spoglia, ha diffuso in noi, quella forza che solo la natura è in grado di emanare; dormiente nelle sue attività ha affievolito i nostri animi, con la sua semplicità siamo stati accolti in modo ospitale, ha conquistato il nostro palato facendoci apprezzare sapori ormai dimenticati come quello dei suoi frutti, le faggiole, di cui ci siamo deliziati. In una stagione come quella dell’autunno, in cui tutto è mutevole, i colori delle foglie imbruniscono e diventano ambrati e le temperature calano, anche la solitudine può integrarsi e diventare collettività. È la stagione più sfavorevole per il nostro Albero, eppure esso è stato in grado di donarci calore, emozioni, riflessioni, senso di appartenenza e armonia sia individuale che collettiva, forse perché anch’esso non si sente solo intorno a lui ci sono migliaia di suoi simili.

Nessuna delle invenzioni umane può competere con un albero o farfalla o fiore image1creati dalla natura, eppure in natura ci sono delle leggi che tutti tendono a rispettare, altrimenti il prezzo da pagare potrebbe rivelarsi troppo alto,  regole che nella società umana non sempre vengono rispettate, esempio preso in considerazione dalle nostre riflessioni. Prezioso è stato il contributo del naturalista Bruno Petriglia, il quale ha saputo delucidare le origini del Regno vegetale, a partire dall’evoluzione dei muschi privi di radici e fusti in felci, Gimnosperme o conifere e infine le più diffuse Angiosperme, o piante a fiore, a più alto potere di diffusione. Un contributo addizionale è stato fornito dalla biologa Sara Leo, per quanto riguarda le simbiosi e i meccanismi di assorbimento e diffusione delle sostanze organiche nutrienti e di protezione dal freddo delle piante e il  concetto di riciclo, e che ha creato, a nome di tutto il Circolo Lamasena, un piccolo dono per l’Albero della radunanza, come simbolo del legame instaurato con lui.

Quale luogo potrebbe rivelarsi migliore di questo, per radunare i singoli individui in eventi culturali comunitari, incentrati sul dialogo interpersonale e quindi non finalizzati più in generale all’interazione univoca tra soggetto relatore e pubblico, su temi riguardanti la filosofia, la letteratura, le scienze naturali e tutto quello che può essere posto all’attenzione della comunità purché di interesse, come oggetto di discussione e di scambio reciproco di informazioni, pareri e riflessioni, proprio come due organismi in simbiosi si comportano in natura.

Un ringraziamento speciale a tutti i partecipanti: Silvano, Bruno, Cristina, Alessio, Daniele, Martina, Maurizio, Nunzia, Marta, Antonio, Pietro e Michelle.

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Sara Leo

Orti nelle scuole dell’infanzia a Ceprano: terminata la fase 1

Si è conclusa la prima fase del progetto “Orti nelle scuole dell’infanzia” nei tre plessi dell’Istituto Comprensivo di Ceprano.

Sono stati realizzati i recinti in paletti di castagno abbelliti con cordoncini di colore diverso a seconda della specie vegetale alla quale è stato dedicato ciascun orto e sono state apposte le tabelle informative.

Le operazioni di vangatura, riportando simbolicamente in vigore una antica tradizione che vedeva gli abitanti dei comuni vicini venire a Ceprano per aiutare gli agricoltori locali in questa dura attività preliminare, sono state svolte con il fondamentale aiuto degli esperti Silvano Veronesi (di Monte San Giovanni Campano, vice presidente del Circolo), Vincenzo Silo (di Monte San Giovanni Campano) e Pietro Sordilli (di Boville Ernica) che hanno operato nei plessi “Fornaci” e “Fraschetti” nella giornata di sabato 5 novembre e Daniele Di Folco (di Ceprano) e Giovanni Manna (di Pico) che hanno predisposto l’orto nel plesso “Colletassetano” nella giornata di sabato 12 novembre.

Ora verrà dato avvio alla fase 2 in cui i bambini diventeranno, sotto la guida delle insegnanti, i protagonisti del progetto. Verranno fornite ad ogni plesso 28 piantine invernali che non temono il gelo (7 per ognuno dei solchi realizzati in ogni orto): aglio, cipolla, lattuga invernale e cicoria. Verranno inoltre forniti i fondamentali p’zzuch’ ed alcuni innaffiatoi che potranno essere agevolmente utilizzati dai bambini per curare il loro orto.

I bambini provvederanno a mettere a dimora le piante e ad effettuare le prime operazioni di innaffiatura e successivamente di reinterro.

Un grazie quindi all’Istituto comprensivo di Ceprano che ha creduto ancora una volta in questo fondamentale progetto educativo, alle insegnanti, ai vangatori e soprattutto ai bambini che, siamo certi, impareranno facendo, sperimentando e divertendosi.

Riccardo Viselli

Orto rosso pomodoro “Fornaci”, giallo peperone “Fraschetti”, verde zucchino “Colletassetano”

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Vincenzo Silo, Pietro Sordilli, Silvano Veronesi, Daniele Di Folco, Nunzio Colella

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I solchi e l’uso degl’ p’zzuch’

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Il messaggio lasciato ai bambini

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ORTI NELLE SCUOLE DELL’INFANZIA

Legambiente Lamasena lancia, in collaborazione con alcuni Istituti Comprensivi del territorio, un progetto ambizioso e dall’indubbio valore educativo: “Ritorno alla terra – Orti didattici nelle scuole dell’infanzia”.

Verranno infatti realizzati piccoli orti nelle scuole dell’infanzia di Ceprano, Boville Ernica e Stangolagalli.

L’obiettivo che il circolo e le istituzioni scolastiche si pongono è di far apprezzare, da parte dei bambini, l’attività della coltivazione, uno dei gesti più antichi della civiltà umana che introdurrà i piccoli scolari alla conoscenza del loro territorio, al funzionamento delle attività che consentono di avere a tavola cibi sani, ai meccanismi della natura.

I bambini, sotto la guida delle insegnanti e dei volontari Legambiente, “impareranno facendo”, svilupperanno la manualità e prenderanno coscienza degli elementi naturali ed ambientali: saranno loro a prendersi cura dell’orto seminando le piantine, rimuovendo le erbacce, irrigando quando necessario.

Inoltre, i bambini impareranno a conoscere ciò che mangiano quotidianamente producendo da soli alcune tipologie di verdure nel rispetto delle risorse del loro giardino.

Le attività inizieranno domani, sabato 5 novembre, in tre dei quattro plessi della Scuola dell’infanzia di Ceprano (Fornaci, Fraschetti, Colletassetano) con le operazioni di vangatura a mano e realizzazione di un piccolo recinto in paletti di castagno, realizzati faticosamente e sapientemente da Nunzio Colella, che servirà a delimitare l’area e a conferirle la giusta importanza all’interno dell’area scolastica.

Gli orti saranno caratterizzati da un colore dominante, richiamato nelle tabelle illustrative e nelle strutture utilizzate per realizzare il recinto: orto rosso pomodoro alle Fornaci, giallo peperone alla Fraschetti e verde zucchino a Colletassetano.

L’operazione di vangatura verrà condotta rigorosamente a mano, riportando in auge uno strumento, la vanga, che nei tempi antichi era l’unico ausilio per i coltivatori della terra di Ciociaria: a tal proposito verrà rievocata anche una antichissima usanza che vedeva abitanti dei comuni delle colline ciociare (Monte San Giovanni Campano, Boville Ernica, Veroli) scendere nella vallata per dare una mano nel durissimo lavoro agli amici di Ceprano.

Una importante delegazione di “vangatori”, infatti, guidata dall’instancabile vice presidente del circolo Silvano Veronesi, renderà possibile la dura ma bellissima operazione della prima preparazione dei terreni che saranno adibiti ad orti.

Nei prossimi mesi pubblicheremo ulteriori articoli con descrizione delle attività che verranno portate avanti anche negli altri comuni del territorio

Riccardo Viselli

disegni

orto

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I funghi : buone pratiche di raccolta, esempi di avvelenamento e aspetti nutrizionali

fungostipatoA chi non è mai capitato di passeggiare almeno una volta nel bosco in autunno e di incontrare un fungo. Se siete visitatori occasionali converrebbe lasciare l’esemplare trovato li nel suo ambiente, in quanto di difficile identificazione, mentre gli appassionati raccoglitori potrebbero, a seconda della loro esperienza, scegliere di raccogliere il fungo (se conosciuto) o meno. Anche tra i raccoglitori esperti, all’incontro con particolari esemplari che sembrano leggermente diversi dai funghi solitamente oggetto di raccolta, potrebbe sorgere qualche dubbio in relazione alla loro commestibilità. Alla presentazione di ogni incertezza o indecisione, per evitare di trasformare la piacevole passeggiata nel bosco in un ricovero ospedaliero, si possono raccogliere gli esemplari incerti e ci si può rivolgere prima del loro consumo, al più vicino servizio di prevenzione delle intossicazioni messo a disposizione dei raccoglitori, in modo del tutto gratuito, dall’Ispettorato Micologico delle ASL. Quattro le strutture a disposizione nel nostro territorio che hanno attivato questo servizio, nelle sedi di Alatri, Frosinone, Sora e Cassino:

presidisanitariGli Ispettorati Micologici istituiti dalla Legge presso ogni ASL, hanno infatti il compito di:

  • Effettuare consulenza micologica gratuita alla cittadinanza per il controllo e la cernita dei funghi raccolti, ai fini della commestibilità;
  • Rilasciare certificazioni di avvenuto controllo per i funghi freschi spontanei destinati alla vendita al dettaglio o ad altre attività commerciali;
  • Rilasciare attestazioni di idoneità alla identificazione delle specie fungine per i venditori, previa frequenza di un corso ed il superamento di un esame;
  • Collaborare con le strutture sanitarie di Pronto Soccorso per la consulenza micologica in caso di intossicazioni da funghi.

La raccolta dei funghi è regolamentata a livello nazionale e regionale a partire dal 1890 con il Regio-Decreto del 3 Agosto 1890 (R.D. 7045/1890) che regola la speciale vigilanza igienica degli alimenti, la Legge 352/1993 “Norme quadro in materia di raccolta e commercializzazione dei funghi epigei freschi e conservati”, il D.P.R. 376/1995 “Regolamento concernente  la disciplina della raccolta e della commercializzazione di funghi epigei freschi e conservati”, il D.M. 686/1996 “Regolamento concernente criteri e modalità per il rilascio dell’attestato di micologo”, la L.R. 32/1998 “Disciplina della raccolta e della commercializzazione dei funghi epigei spontanei e di altri prodotti di sottobosco”. Importante l’Ordinanza Ministeriale del  20 Agosto 2002 che ordina il “Divieto di raccolta, commercializzazione e conservazione del fungo epigeo denominato Tricholoma equestre su tutto il territorio nazionale. Il Tricholoma equestre infatti prima del 2002 era considerato un fungo molto apprezzato in cucina viste la sua capacità ad evocare sapori pregevoli. Da più di un decennio tuttavia, sono stati segnalati in letteratura scientifica 12 casi di avvelenamento in Francia, seguiti da 3 decessi per rabdomiolisi, ossia per rottura delle cellule muscolari scheletriche a cui consegue danno muscolare evidente, caratterizzato da dolore e rigidità, affaticamento generale, che comporta il riversamento del contenuto cellulare tra cui enzimi miocitari e mioglobina nel sangue, in relazione al danno tanto da rendere l’urina ipercromica. Ai fini della tutela della salute pubblica di conseguenza, sono state adottate misure sanitarie cautelative idonee.

Le Leggi Regionali (L.R.) emanate sono molte, ciascuna valida nel proprio ambito territoriale. Ogni L.R. stabilisce il quantitativo massimo di raccolta giornaliera per ciascuna persona, entro i 3 Kg indicati nella Legge quadro 352/1993, con l’eccezione di un solo esemplare o un cespo concresciuto, casi speciali in cui tale quantitativo può essere superato.

I funghi vanno raccolti nel rispetto dell’ambiente in cui vivono e in modo da conservare tutte le caratteristiche necessarie a consentirne la sicura determinazione delle specie; inoltre è bene pulirli sommariamente sul posto e conservarli durante il trasporto in contenitori rigidi e areati.

Tra i divieti si annoverano:

  • Il divieto di utilizzo di contenitori plastici durante la raccolta, preferire a questi, contenitori forati, rigidi, come i canestri in vimini o di altre fibre naturali vegetali, che permettono sia una buona areazione per evitare fenomeni putrefattivi, sia la diffusione delle spore, strutture riproduttive che servono alla propagazione delle specie fungine;
  • Il divieto di raccolta nelle ore notturne;
  • Il divieto di raccolta nelle riserve naturali e parchi regionali e nazionali, nelle aree tabellate, nei rimboschimenti, nelle zone di ripopolamento della selvaggina;
  • Il divieto di raccolta nei giardini, nelle pertinenze degli immobili ad uso abitativo per almeno 100 m di raggio, lungo le strade per una distanza dal margine di almeno 10 metri, nelle zone interessate o limitrofe a discariche e impianti industriali, nelle aree ex discariche;
  • Il divieto di raccolta e l’asportazione dello strato superficiale del terreno, con qualsiasi mezzo rastrellato/uncinato, dotato ad ogni modo di caratteristiche che possono danneggiare lo strato umifero del terreno, del micelio riproduttivo e dell’apparato radicale della vegetazione;
  • Il divieto di distruggere volontariamente funghi di qualunque specie anche velenose, norma opportuna vista la pratica barbaramente esercitata soprattutto nei confronti di specie non commestibili. Ogni specie nell’ambiente in cui vive di fatto svolge le sue funzioni biologiche ed ecologiche a vantaggio dell’ecosistema naturale, motivazione per cui anche le specie velenose vanno lasciate integre;
  • Il divieto di raccolta e commercializzazione dell’Amanita caesarea (ovolo buono) allo stadio di ovolo chiuso. Gli ovoli possono essere raccolti solo quando presentano una lacerazione naturale e spontanea del velo, che consente di vedere il colore del cappello e riconoscerla così dalle altre amanite velenose, che allo stadio giovanile si presentano tutte con la stessa forma.

amanita-caesareaFigura 1: Stadi di sviluppo dell’Amanita caesarea (da alimentipedia.it)

Nella Figura 1 si osservano tre stadi di sviluppo dell’Amanita caesarea. Nello stadio 1 si osservano due ovoli chiusi. Il divieto di raccolta per questa specie allo stadio immaturo (stadio 1), perviene in quanto tutte le amanite a questo stadio appaiono esternamente, morfologicamente identiche per cui è facile errare e raccogliere malauguratamente una delle tante specie di Amanita sp. non commestibili o peggio tossiche e/o letali come Amanita pantherina, Amanita muscaria, Amanita verna e Amanita phalloides. Nello stadio 2 abbiamo la manifestazione della rottura del velo, una struttura membranosa sottile che copre e protegge l’imenoforo di alcuni funghi nei primi stadi di sviluppo e che lascia come testimonianza della sua formazione, un anello supero sul gambo del fungo più o meno visibile a seconda delle specie, oppure altra traccia fugace del velo è rappresentata da residui di quest’ultimo che lacerandosi restano sul margine del cappello, o distribuiti su di esso a formare delle verruche. A questo stadio è pertanto possibile effettuare la raccolta dell’Amanita caesarea. Nello stadio 3 si osserva una volva ampia e membranosa alla base da cui si diparte un gambo o stipite in via di sviluppo che termina con un cappello convesso (piano negli stadi terminali) a margine striato e cuticola rosso-arancio, al di sotto del cappello si osservano tante lamelle di colore giallo, libere, fitte e rade lamellule, nella figura non visibili, in quanto coperte dalla sottile membrana gialla del velo che si staccherà con il progredire della maturazione e rimarrà sottoforma di un anello apicale, ampio e persistente.

fungostipatoFigura 2: Caratteristiche generali di un fungo stipitato (da Introduzione allo studio dei funghi – Circolo Carini Brescia – Vol.1)

Nella Regione Lazio, sono state stabilite le dimensioni minime del diametro del cappello per alcune specie; dunque potrebbe rivelarsi utile munirsi di calibro o di un semplice righello, e nei casi dubbi, effettuare misurazioni del diametro del cappello delle specie oggetto, prima della raccolta. Esiste infatti nella Regione Lazio il divieto di raccolta di esemplari immaturi, spesso poco riconoscibili, con diametro del cappello inferiore a:

  • 5 cm per Macrolepiota procera e Macrolepiota sp. ;
  • 4 cm per Agaricus campestris, Amanita caesarea, Boletus edulis e il suo gruppo, Infundibulicybe geotropa, Russula virescens;
  • 3 cm per tutte le altre specie.

Nei casi di violazione, accertata dai competenti organi di vigilanza, è prevista una sanzione amministrativa e in alcuni casi, la confisca totale o parziale dei funghi raccolti. La vigilanza è delegata a: Corpo Forestale dello Stato, Carabinieri (NAS), Guardie venatorie Provinciali, Polizia locale urbana e rurale, Tecnici della Prevenzione delle ASL, Guardie Giurate campestri e volontarie, Micologi degli Ispettorati Micologici delle ASL.

Le amanite dapprima menzionate Amanita pantherina e Amanita muscaria, sono responsabili a seguito della loro ingestione di avvelenamenti con sindrome panterinica di tipo psicomotorio/psicotropo (detta anche sindrome mico-atropinica). Questo tipo di avvelenamento a breve incubazione , ovvero a rapida insorgenza, si manifesta rapidamente , nell’immediatezza dall’ingestione fino al massimo di qualche ora dopo. Ciononostante le intossicazioni più gravi sono quelle a lunga incubazione, in cui i veleni hanno maggior tempo per compiere la loro azione distruttiva nel nostro organismo. Queste specie non possiedono come sostanza psicoattiva l’atropina, nonostante la sindrome viene definita anche mico-atropinica, ad essere responsabili dell’intossicazione infatti, sono alcuni derivati isossazolici, tra cui l’acido ibotenico, il quale subisce una conversione nel nostro organismo a muscimolo, muscazone e a volte acido tricolomico. Queste sostanze scarsamente solubili in acqua, presenti soprattutto nella cuticola delle A. pantherina e A. muscaria, resistono alla bollitura durante il processo di cottura del fungo e resistono all’essiccamento. A seguito dell’ingestione si possono avere dolori gastrointestinali, accompagnati da vomito e/o diarrea anche 30 minuti dopo. Si hanno inoltre disturbi nervosi, psichici, accompagnati da vertigini, euforia, stati confusionali, difficoltà nel compiere movimenti volontari, difetti visivi a causa dell’alternarsi di dilatazione e restringimento della pupilla, bradicardia, stato di sopore, segni caratteristici della sindrome panterinica. Se la quantità di funghi ingerita non è eccesiva nel giro di alcune ore, gli effetti scompaiono, viceversa l’intossicazione tenderà ad aggravarsi e il sopore potrebbe trasformarsi in coma, o peggio avere esiti fatali.

È interessante notare come alcune sostanze come l’atropina contenuta nella pianta Atropa belladonna tossica e allucinogena ed estratta da questa, venga utilizzata come antidoto negli avvelenamenti con sindrome muscarinica, in quanto possiede effetti opposti a quelli del muscimolo e del muscazone, in particolare ha azione anticolinergica, contrastando il sistema nervoso parasimpatico (stimolato dall’acetilcolina e analogamente dal muscimolo) e portando ad un innalzamento della pressione arteriosa, raggirando così il rischio di arresto cardiaco dovuto all’eccessivo stato di sopore indotto nel caso di avvelenamento da funghi muscarinici. L’atropina dati i suoi effetti infatti viene utilizzata anche negli esami oculistici per indurre la dilatazione della pupilla (effetto midriatrico).amanita-muscaria Figura 3: Formula chimica di alcaloidi bioattivi in Amanita muscaria (modificato da www.funghidaspromonte.it). In basso a destra Amanita pantherina (da National Audubon Society Field Guide to N. American Mushrooms).

 Amanita phalloides e Amanita verna anch’esse precedentemente menzionate, sono invece responsabili di avvelenamenti a lunga incubazione, in particolare con sindrome falloidea di tipo citotossico. Sono sufficienti piccolissime quantità, 40-60 grammi di fungo fresco, per provocare un avvelenamento grave anche con conseguenze mortali, in funzione del peso del consumatore. Questo significa che a parità di grammi di funghi velenosi assunti, una persona con un peso di 60 Kg avrà un avvelenamento con conseguenze molto più gravi, forse anche mortale, rispetto ad una persona che ingerisce la stessa quantità di funghi, ma con un peso di 80 Kg. Questi avvelenamenti si manifestano in questo caso anche 6-8 ore successive all’ingestione, mediamente dopo 8-20 ore, ma possono manifestarsi anche fino a 48 ore dopo. Si hanno allo stesso modo disturbi gastrointestinali, con nausea e vomito, dapprima alimentare successivamente si inizia ad espellere bile, per cui il vomito diventa biliare. Seguono diarrea, dolori addominali, crampi muscolari e sete intensa, in quanto si innesca una rapida disidratazione dell’organismo, per cui si ha uno sbilancio idro-elettrolitico, quindi ipotensione che può portare ad un collasso cardiocircolatorio, con esiti anche mortali nelle prime 48 ore. Se si sopravvive alla prima fase, si può andare incontro ad una seconda fase della sindrome falloidea in cui si manifesta insufficienza epatica acuta dopo qualche giorno di stasi dei fenomeni gastroenterici. La prontezza di recarsi presso un centro antiveleni, permette l’applicazione di una appropriata terapia e diminuire così la possibilità di decesso. A volte nonostante la terapia, dopo 6-10 giorni dall’ingestione, si può andare in contro a coma epatico, coma uremico che culminano con la morte,  per via dell’attivazione di un processo a volte irreversibile di necrotizzazione dei tessuti epatici.

fig4Figura 4: A sinistra diversi stadi di maturazione di Amanita phalloides (www.eminar2013.myko.cz), a destra Amanita verna (www.micoponte.it)

È bene dunque prestare attenzione e cautela alla raccolta dei funghi, prima del loro consumo, per i meno esperti è opportuno recarsi in centri specializzati di Micologia (Ispettorati Micologici), in modo da ricevere consulenza da professionisti riguardo al riconoscimento delle caratteristiche delle diverse specie e della loro relativa commestibilità.

È vero che non tutte le specie commestibili, ovvero esenti da sostanze tossiche, sono gradevoli al palato. D’altra parte ciò che stimola il cercatore di funghi a raccoglierli, se non per scopi commerciali, è il sapore coinvolgente e l’aroma caratteristico dei funghi, che rende piacevole l’assaggio e arricchisce i piatti di prelibatezza. Dal punto di vista nutrizionale infatti, i funghi sono molto poveri, oltre il 90% del fungo è costituito da acqua, del restante 10% circa, il 2-5% è costituito da proteine, l’1-2% da zuccheri  e lo 0,5-1% da grassi. Se ingeriamo 100 g di fungo fresco, apportiamo circa 20 Kcal al nostro organismo. Nonostante le piccole quantità, i funghi  sono fonte di vitamine D e B. La vitamina D permette la mineralizzazione delle nostre ossa regolando l’omeostasi del calcio, è poco distribuita negli alimenti, si trova soprattutto negli alimenti animali, nel regno vegetale è assente, mentre la si riscontra nei funghi! Se non ne introduciamo a sufficienza il nostro organismo è in grado di produrla sotto la pelle a partire da un precursore, ma solo attraverso l’esposizione ai raggi solari; infatti la via endogena di produzione sotto la pelle è la principale fonte di vitamina D, la via esogena attraverso l’intake alimentare è purtroppo insufficiente al nostro fabbisogno giornaliero. Anche i funghi proprio come noi, possiedono un precursore della vitamina D (ergosterolo) che diventa vitamina D attiva a seguito all’esposizione solare (componente UV). La maggior parte dei funghi coltivati, però, cresce al buio e quindi, contiene poca vitamina D. Meglio scegliere funghi selvatici, come i galletti (Cantharellus gallus), che ne sono più ricchi.

Sorprendentemente il fungo è abbondante di fibre, sostanze per natura poco digeribili agli esseri umani in particolare beta-glucani, i quali rallentano lo svuotamento gastrico facendoci sentire “più sazi” e nell’intestino migliorano efficacemente la peristalsi intestinale ma non solo, la presenza cospicua di fibre all’interno dell’intestino contrasta l’eccessivo assorbimento di zuccheri, si è visto anche di colesterolo e di tossine, per cui esercitano benefici anche nel controllo del peso corporeo,  della glicemia e della colesterolemia.

Per quanto riguarda le  vitamine del gruppo B, contengono la vitamina B2 o riboflavina, importante per poter convertire le calorie in energia ma essenziale anche per il metabolismo delle altre vitamine e dunque la sua carenza comporta deficit anche di altre vitamine ad essa correlate. Le vitamine del gruppo B sono idrosolubili, vengono facilmente escrete, non c’è la possibilità di immagazzinarle, per cui andrebbero assunte giornalmente. I funghi contengono questo composto ma contengono anche le vitamine B3 o niacina e B5 o acido pantotenico. La niacina è importante allo stesso modo della B2 per il metabolismo energetico, ma anche per mantenere in buono stato gli epiteli come la pelle, e il nostro sistema nervoso. La vitamina B5 è essenziale per l’accrescimento e per il metabolismo dei grassi. Introdurre i funghi nella nostra dieta occasionalmente, potrebbe rivelarsi un ulteriore vantaggio, anche se assumiamo abbondanti quantità di funghi, ci arricchiamo di fibre, proteine, piccole quantità di vitamine, non influenziamo la glicemia e la colesterolemia e  manteniamo basso l’apporto calorico, oltre a deliziare il nostro palato

A cura di
Dott.ssa Sara Leo
Biologa

Aromari diventa per un giorno laboratorio di botanica.

20160801-college-estivo (1)Oggi, 01 agosto 2016, il giardino Aromari è diventato un laboratorio di botanica per i bambini che frequentano il campus estivo “Giuseppe – il re dei sogni“, organizzato dalla parrocchia di Santa Maria della Valle di Monte San G. C.

Decine di bambini sono stati condotti presso il giardino in cui li attendevano  Bruno Petriglia e Franca Battista.  I due soci del circolo Lamasena, appassionati di botanica al cui attivo ci sono molteplici pubblicazioni di carattere scientifico ed artistico sulla flora locale,  hanno tenuto una lezione teorica- pratica sulle essenze floreali, i licheni e  le piante autoctone tipiche delle aree pedemontane dei Monti Ernici.

I fiori sono stati  individuati e rappresentati ai bambini attraverso i loro colori,  che in molti casi ne caratterizzano la specie di appartenenza,  riscontrando la curiosità di molti di loro che difficilmente avranno  avuto modo  di conoscere – prima d’ora  – il variegato mondo della flora con le sue migliaia di specie e particolarità.

A ciascun bambino, a ricordo della giornata,  è stato affidato in cura un vasetto  con un rametto di rosa canina, la più comune rosa selvatica esistente in Italia.