Avamposti e gabbiotti sanitari lungo la linea di confine tra Stato Pontificio e Regno delle due Sicilie

Il territorio montano di Santa Francesca nel comune di Veroli, rappresentava l’ultimo lembo di terra dello Stato Pontificio, a confine con il Regno delle Due Sicilie ma come ricorda Gaetano Moroni alla metà del XIX sec. vi esistevano tre laboratori per la produzione di cappelli “ordinari”, probabilmente di paglia.

A testimonianza rimangono le colonnette lapidee che rappresentavano la linea di confine fra i due importanti Stati preunitari.  Decorate con un giglio stilizzato borbonico e il numero progressivo (sul lato del Regno delle Due Sicilie), le chiavi di S. Pietro e l’anno in cui sono state collocate (sul lato verso Roma). Al disopra una scanalatura rappresenta la linea di confine ed indicava dove trovare la precedente e la successiva.
Per gestire le risorse del territorio, per i terreni, per il legname, per i pascoli, per le erbe, per i raccolti e il commercio delle merci, si rese necessario stabilire una linea di confine tra lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie. (Sul confine vd. A. Farinelli-A.T. D’Arpino, Testimoni di pietra. Storia del confine tra Regno delle Due Sicilie e Stato Pontificio, [Luco dei Marsi 2000]). Una vera linea di confine, in realtà non era ben tracciata sul territorio, anche sé esistevano dei cippi tavolari di confine tra comuni. Vi erano tanti piccoli tratti per altro mai definitivi, perché stabiliti da controversie locali.
Controversie e trattative, durate circa quattrocento anni portarono alla stipula di un Trattato sottoscritto a Roma il 26 settembre 1840 e ratificato il 5 aprile 1852. Per il Regno delle Due Sicilie il decreto di ratifica fu firmato da Ferdinando II, mentre per la Santa Sede, il sottosegretario di Stato cardinale Giacomo Antonelli in nome di Pio IX. Questo Trattato prevedeva sedici articoli e l’installazione di 686 termini di confine dal Mar Tirreno all’Adriatico. Furono posti nei punti in cui il confine faceva spigolo e seguivano dei riferimenti naturali evidenti sul terreno, o nei luoghi in cui vi era il transito di merci e uomini da uno stato all’altro per riscuotere le dovute tasse.
La colonnetta n. 1 partiva dal Mar Tirreno, dalla foce del fiume Canneto, tra Fondi e Terracina, la n. 686 era collocata nel territorio di Ascoli Piceno al ponte di barche di Porto d’Ascoli sull’Adriatico.
Alcune colonnette erano chiamate “maggiori” in quanto di maggiore dimensione e perché poste in punti strategici, le altre dette “minori” erano ubicate in settori di minor importanza. Queste ultime, alte circa un metro dal “radicone”, sono più basse di 42 cm rispetto le precedenti e hanno un diametro di 40 cm. contro i 45 delle maggiori. Entrambe presentano un basamento infisso nel terreno al disotto del quale una medaglia in ghisa stabiliva che era un segnale ufficiale del posto di confine. Le prime cinquanta vennero poste a dimora nel 1846 e sono quelle prossime al Mar Tirreno; le altre furono posizionate nel 1847.
Di seguito riportiamo la posizione topografica di alcune colonnette esistenti sul nostro territorio comunale. Da Casamari, che rappresentava la sede di un’importante dogana sulla via Mària, si giunge alla località dell’Antera dove insisteva la grancia omonima di proprietà dei monaci di Casamari. Nella valle sottostante, in un bosco di querce e castagni, abbiamo la colonnetta n. 169; più in alto, in direzione del nord la n. 170, mentre alle spalle della grancia, lungo il margine destro di una stradina asfaltata che conduce a due abitazioni e in prossimità della sua fine, si nota la n. 171.
In direzione della pineta sovrastante le due case, nei pressi di un uliveto, vi è la n. 172; procedendo verso il monte Castellone la n. 173 ed appena superata la pineta, giunti alla sommità dello stesso monte, la n. 174. Quest’ultima è facilmente raggiungibile dalla contrada di Fontana Fratta, incamminandosi in direzione di Monte Cornito si incontra una strada brecciata che ci conduce alla colonnetta, posta su un rialzo roccioso. Tra Monte Cornito e Monte Castellone, sulla destra di detta strada, appare la n. 175 circondata da cespugli.
Lungo la Strada Provinciale Veroli-Sora, tra Fontana Fratta e Fontana Grande, in direzione della Selva, sulla destra si apre una strada sterrata che conduce alla ex discarica di Monte San Giovanni Campano, superata di poco, lungo un antico tratturo in disuso, troviamo la n. 176. Questo cippo è di dimensioni maggiori perché rappresenta un termine dove confluivano i confini di Sora, Castelluccio di Sora (ora Castelliri) e Monte San Giovanni (ora Monte San Giovanni Campano).
Da questa colonnetta, si attraversa la provinciale Veroli-Sora e salendo lungo la valle si arriva a Fontana Fusa; qui, a circa trecento metri dalla sorgente, lungo un tratturo si nota la n. 177. Questa colonnetta è stata ruotata sul suo asse, in epoca non meglio precisabile e, quindi, non sta più nella posizione originaria.
Dove il confine tagliava la vallata e saliva alla volta del Monte Tartaro, a quota 1200 m., in un avvallamento della cresta appare la n. 178, accanto ad essa vi è un cippo tavolare riverso sul terreno; da qui si arriva all’area sacra di Pozzo Faito ove, all’interno della piccola conca naturale, prima del probabile pozzo votivo ammiriamo la n. 179, e poco dopo (a circa 50 m.) incontriamo la n. 180. Come prevedeva il Trattato, tracciando una linea retta tra le due colonnette, il pozzo viene tagliato quasi a metà e, così facendo, si consentiva ai pastori di entrambi gli Stati di usufruire delle sue preziose acque.
Proseguendo lungo il sentiero del CAI, indicato con segnali di colore bianco e rosso, in direzione della montagna, e superato il bosco di Macchia Faito si innalza la n. 181, mentre continuando in direzione nord ed imboccato il canalone fino alla località Faggio Grosso ritroviamo la n°182.
Giunti a quota 1516 si trova la n. 183 e, più in avanti, a quota 1340 le nn. 184 e 185. Dalla n° 186, che rappresenta il punto di confine tra Veroli, Sora e Monte San Giovanni Campano, alla n. 198, ubicata tra Veroli ed Alatri, si attraversano i siti di Serra Comune, Vado la Rocca, Vado dell’Olmo e Peschio Macello; queste ultime rappresentano il confine tra Lazio Abruzzo.
Questi confini allora tracciati così bene, oggi costituiscono in molti casi i confini comunali, provinciali e regionali. Quindi ha ancora un senso che queste colonnette vengano ripristinate nella posizione originaria e tutelate ed assieme ad altri testimonianze architettoniche e  paesaggistiche rappresentano la meta di piacevoli escursioni.
Lungo le alture e i valichi del confine, erano dislocati avamposti papalini che dipendevano da una gendarmeria, sede anche della dogana, sita a Santa Francesca. Essi ospitavano militi di confine con compiti di controllo militare e, all’occorrenza, di controllo doganale sulle merci. Al passaggio delle persone con le loro mercanzie, essi riscuotevano un tributo e rilasciavano un lasciapassare scritto.
Gli stessi avamposti furono utilizzati anche come gabbiotti sanitari all’interno di un Cordone Sanitario Terrestre risalente al 1835-37 e attuato in sèguito ad una forte epidemia di colera, insorta nel vicino Regno Borbonico. Lungo la linea degli avamposti di confine esistenti, se aggiunsero altri sì da realizzare un cordone detto “infetto” perché posto a diretto contatto con il confine. A circa un miglio dalla prima linea, verso l’interno dello Stato Pontificio, né fu realizzata un secondo detto “cordone sano”; in tal modo al loro interno si costituì una fascia di controllo  definita “zona sosta merci”. Il cordone era caratterizzato da strutture in muratura chiamate “Gabbiotti Sanitari”, capaci di ospitare quattro-cinque persone, e spesso poste nelle vicinanze di strutture militari o anche coincidenti con le stesse come si può desumere dai ruderi ancora oggi visibili.
Compito degli addetti era quello di controllare le persone che provenivano dal Regno. Una dettagliata pianta del confine riferita alla “LINEA di demarcazione di Stato fra la Provincia di Frosinone Dominio della S. Sede ed il Regno di Napoli”, riporta su pianta e in elenco i gabbiotti per un tratto a partire da Sonnino attraverso San Lorenzo, Vellecorsa, Castro, Falvaterra, Veroli, Alatri, Collepardo, Guarcino Vico e Filettino.
I gabbiotti sono elencati con numeri progressivi e sono descritti i luoghi dove sono collocati. Per quanto riguarda il tratto di confine di Veroli con il Regno delle due Sicilie, coincidente con il territorio delle frazioni di Fontana Fratta e Santa Francesca, sono indicati i siti di Fontana Fusa (n. 154), di Fontana Fratta (n. 155), Forca Fura (n. 156), Santa Francesca (n. 157), Prato di Campoli (n. 158), Santa Maria Amaseno (n. 159), Tesoro o Aia Cristini (n. 160), Scalelle “parte Diritta” (n. 161), Scalelle “parte Sinistra” (n. 162), Pratella o Portella (n. 163) e Valle Jumenta (n. 164). (Archivio di stato di Frosinone)
Il colera era causata da un bacillo, il vibrio cholerae che si moltiplicava colpendo fulmineamente gli uomini e manifestandosi come riporta Eugenia Tognotti con diarrea, talora accompagnate da dolori addominali, esse continuavano con scariche che, dapprima poltacee e miste a bile, diventavano liquide, incolori, con il tipico aspetto di acqua di riso. Contemporaneamente il vomito diventava un liquido acquoso, mentre cessava l’emissione d’urina e iniziava per il malato il tormento della sete. La perdita d’acqua da parte dei tessuti portava quest’ultimi a prosciugarsi e a contrarsi e ad assumere una sinistra colorazione cianotica che sembrava confermare i sospetti popolari di avvelenamento. Proveniente dal Bengala, da dove nel 1817, cominciò a propagarsi verso l’Ovest il colera raggiunse l’Italia nel 1835. Tra Regno di Napoli e lo Stato delle Due Sicilie fu esteso un cordone sanitario lungo 212 miglia che come ricorda la Tognotti per custodire le quali erano necessari 16.900 uomini che, con la minaccia di pene severe e la forza delle armi, dovevano impedire il passaggio di uomini e cose sospette […]
Ma questi argini, che possono apparire invalicabili, erano in realtà quanto di più fragile si possa immaginare: su di essi, in moltissimi casi, ebbero  ragione ‘l’oro, la colpevole ignoranza e l’ingordigia’. Ma, naturalmente, la violazione dei cordoni sanitari (e marittimi) non era dovuta solo all’incoscienza o a colpevoli interessi. I cordoni rappresentavano una rovina per una moltitudine di piccole economie familiari sia che si reggessero su lavori agricoli stagionali, che comportavano lunghi spostamenti come accadeva per i contadini abruzzesi che si recavano nella campagna romana; sia che si basassero sui piccoli commerci di derrate trasportate dalle aree di produzione ai mercati di consumo e alle fiere a dorso di mulo (o su battelli lungo il mare).

L’11 agosto 1835 il re di Napoli decretò l’istituzione del cordone sanitario terrestre che sarebbe dovuto immediatamente entrare in funzione lungo tutta la frontiera terrestre come dimostra il fatto che due giorni dopo erano già funzionanti quarantasette posti di guardia dalla foce del Tronto fino a Teramo4.
Un anno dopo tale cordone venne riproposto con provvedimenti disciplinari assai duri anche per le guardie che non solo dovevano sorvegliare e perlustrare giorno e notte, ma era loro proibito avere contatti con genti e merci sospette, e se mai qualcuna di loro «s’imbrattasse», doveva restare soggetta a contumacia, e se si era «imbrattato», per sua poca accortezza, sarebbe stato punito.

Preziosa al riguardo la testimonianza di Vincenzo Caperna che, nella sua pregevole monografia, così riporta per il 1837:

Da circa sei anni le popolazioni godevano pace, quiete, ordine, abbondanza, quando penetrò in Italia il fiero morbo del cholèra. Per liberare lo Stato, ancorché fossero state prese dal superiore Governo energiche misure e intercettate le comunicazioni con cordonate militari, proibite le fiere, i mercati, guardati i passi da truppe di linea, riserva pontificia e gente collettizia, nullameno il fiero morbo giunse fine a Roma. Dalla Terra di Lavoro comunicossi nel mese di Giugno (1837) in Montesangiovanni, Ceprano e altri luoghi. Veroli, e per l’infetto limitrofo regno e per i vicini paesi, temeva di giorno in giorno esserne attaccata. Più che per prese misure riconobbe la città essere stata esente per intercessione della Santa Patrona. Celebrarono quindi solennissima festa in ringraziamento ed onore della Protettrice nel 17 ottobre giorno di Sua Invenzione.

Con maggiore attenzione su questa festa si sofferma mons. Gaetano Moroni derivando dal n. 45 delle Notizie del Giorno di Roma che, così, riferirono il 21 ottobre 1837:

Rimase per Divina misericordia illesa questa città dal terribile flagello del morbo asiatico. La Magistratura, interprete del pubblico voto, videsi in dovere di solennizzare la ricorrente festività dell’inclita nostra protettrice s. Maria Salome con particolare pompa. Ornata pertanto con decente e ricca paratura la insigne chiesa della Madre de’ due apostoli Giacomo il Maggiore e Giovanni Evangelista, e splendente di numerosi e ben disposti ceri, rendeva vieppiù maestoso il venerato sagro busto della Santa. Tale festività fu preceduta da divota novena. Lo squillo de’ sagri bronzi e il rimbombo de’ mortari annunziarono l’alba del dì 17 d’ottobre dedicato alla Santa, e giorno destinato da’ verolani a sciorre il voto di riconoscenza verso di essa. Con edificante processione si portò il sagro busto della Protettrice alla sua titolare chiesa, levato dal Sancta Sanctorum dell’insigne cattedrale. Tanto i vesperi, quanto la messa solenne furono pontificati dal zelantissimo nostro pastore mg.r Francesco M.ª de’ marchesi Cipriani. Una ben concepita musica del maestro comunale sig.r Ubaldo Altafulla, eseguita da qualche professore estero e da’ dilettanti cittadini, rese vieppiù divota la festività. Il clero e le autorità civili e militari assisterono alla sagra funzione. La 4.ª compagnia del I.° battaglione de’ cacciatori, comandato dal sig.r cav. Giacomo Mazzolà, accrebbe alla festa maggiore lustro e decoro. Ogni angolo della città echeggiava di ben concertati pezzi musicali, ed in particolar modo di quelli della banda di detto battaglione de’ cacciatori. Nelle due sere della festa fu illuminazione generale per la città e sulla facciata del tempio; e furono incendiati due fuochi artificiali, in cui i variopinti colori e i bei capricci dell’artefice appagarono il gusto degli spettatori; ed in fine si elevarono due globi areostatici. Così ebbe termine la festa; ma non però la pietà e la devozione e la riconoscenza de’ verolani verso la Santa, a cui vanno debitori d’innumerevoli grazie, lietissimi sempre di possederla per Protettrice”

Nell’agosto del 1837, passando per Monte San Giovanni e da Ceprano, il contagio, come riferito da molti studiosi, raggiunse Roma. Ancora dal Moroni apprendiamo che Veroli, sempre per intercessione di Santa Salome, sfuggi al morbo ripresentatosi nel 1854-1855:

in cui di nuovo il cholera afflisse notabilmente Roma e lo stato pontificio, oltre altre parti d’Italia. Nel suo decorso non pochi viandanti morivano lungo le vie del territorio, senza che Veroli ne risentisse danno. Gli stessi suoi medici, cosa mirabile a dirsi, si portavano impunemente a curare ne’ prossimi luoghi invasi dal fiero malore, senza affatto contrarlo. Tra que’ del clero che si distinsero, si deve particolarmente encomiare la virtuosa abnegazione e l’edificante cristiana carità del Rm.° p. ab. d. Michelangelo Gallucci, benemerito comissario apostolico dell’archi-cenobio di Casamari, il quale animato dal proprio zelo accorreva in que’ dintorni co’ soccorsi delle consolazioni spirituali, nè rare volte fu visto apprestarli a capo scoperto sulla pubblica via, ed ovunque ne avesse avviso8.

A Napoli, nel Consiglio ordinario di Stato del 22 agosto 1836 come opportunamente evidenziato da Francesco Leoni, venne adottata la seguente risoluzione:

Sua Maestà ne resta intesa e vuole che si diano sollecitamente gli ordini per la formazione del Cordone sulla frontiera di terre, e sulle coste bagnate dall’Adriatico. Che gl’Intendenti dei tre Abruzzi abbiano la facoltà di Commissarî del Re coll’Alter Ego per tutto ciò che ha riguardo alla conservazione della pubblica salute, ed alla esecuzione del Cordone prescritto, e che i Comandanti delle Armi nelle Provincie eseguino esattamente gli ordini che si daranno a tale riguardo dai rispettivi Intendenti.
Che i Ministri degli Affari Interni, e della Polizia Generale si mettano immantinenti di accordo, e dispongano il rimpiazzo di quello che tra i detti Comandanti non siasi per lo innanzi prestato con tutta l’alacrità a questa specie di servizio dietro gli ordini dello Intendente, ed in caso di divergenza se ne faccia sollecitamente Rapporto in Consiglio; Che si ordini l’immediata partenza di un Battaglione di fanteria per gli Abruzzi; Che si faccia partire per la frontiera di Terra di Lavoro un’altra partita di fanteria e Cavalleria uguale a quella che fu spedita nell’anno scorso per somigliante motivo; Che tre Commissarî di Polizia ed altrettanti Uffiziali di Stato Maggiore siano spediti nelle tre Provincie di frontiera per percorrere continuamente il Cordone, e mantenere la più stretta osservanza ciascuno sotto gli ordini dell’Intendente; Che la legge Marziale sia chiamata in vigore per punire le infrazioni del Cordone medesimo, e che vi sia dia la più estesa pubblicità.
Che gl’Intendenti di Teramo, Chieti, Molise, Capitanata, Bari, ed Otranto propongano quanto crederanno conveniente rinforzare il Cordone Marittimo, e frattanto ne curino la più esatta osservanza.
Che di tutt’i sopraindicati provvedimenti se ne curi l’esatto adempimento, e se ne dia conto con un Protocollo di esecuzione da spedirsi alla Maestà Sua9.

Agli inizi dell’autunno del 1837 la fase dell’emergenza può considerarsi conclusa come sottolinea sempre il Leoni sulla base di una comunicazione dell’Intendente di Chieti inviata ai sindaci dei Comuni della Provincia nella quale si poteva leggere:

Signori:
Fra i mali prodotti dal Cholera Asiatico, che disgraziatamente si diffuse in questo Regno, vi fu quello d’impedire le comunicazioni coll’Estero. Il Governo Pontificio avendo cinto di cordone i confini di quello Stato col Regno ne impediva l’entrata, che ora permessa sotto riserve Sanitarie, ed ora del tutto vietata, recava un grave danno al commercio, ed all’industria degli abitanti di questo Regno medesimo.
Cessato in questo il Cholera Asiatico, e rimasto in qualche Comune, già vicino a cessare; ed essendo avvenuto altrettanto nello Stato Pontificio, il Regio Governo ha stabilito un accordo con quello permettendo l’entrata in questi Reali Dominii delle provenienze da detto Stato per la via di terra, quante volte le persone fossero munite di un Certificato di buona condotta sanità, rilasciato dall’Autorità del luogo donde provvengono, ed esibito agl’Impiegati di Polizia nella nostra Frontiera. E così per reciprocanza munite di simili Certificati, potranno le provvenienze da questo Regno essere ammesse nello Stato Pontificio.
Nel comunicar loro una siffatta determinazione, l’autorizzo a rilasciare gl’indicati certificati di sanità che si gode nel Comune di loro Amministrazione a tutti quelli che vorranno portarsi, o passare per lo Stato Pontificio, onde possano coll’esibizione del medesimo liberamente entrarvi. E perché tali certificati non incontrino difficoltà per la ricognizione della firma del Sindaco, prima di consegnarsi si rimetteranno nel I° Distretto a questa Intendenza, e negli altri due alle rispettive Sotto Intendenze per esservi apposto il corrispondente visto.
Vedranno da quanto ho loro manifestato le benefiche intenzioni di S.M. il Re N.S., nel favorire l’industrialità, ed il commercio nazionale, ed il bene de’ suoi amatissimi Sudditi10.

Il quadro sul cholera, nell’area prossima a Veroli, qui brevemente tracciato non può non comprendere il richiamo a due testi composti nel 1836-1837 dal medico Giuseppe Bosi per i monaci dell’Abbazia di Trisulti ed editi nel 1966 da Domenico Torre.
Nel primo, dal titolo Memoria per servire di norma a chi brama di preservarsi dal cholera-morbus e di ricevere, o dar soccorsi prima che giunga il medico al letto dell’infermo con un piccolo trattato sull’oggetto istesso per servire alla Certosa di Trisulti scritta e dedicata al reverendissimo  padre don Benedetto De Carmelis priore in detta Certosa, sono descritti l’origine, i caratteri dell’epidemia, le precauzioni per evitare il suo sviluppo, il comportamento da tenere nelle comunità colpite dal morbo e i primi soccorsi.
Nel secondo, dal titolo Metodo curativo del Cholera-Morbus che fa prosecuzione e compimento di un manuale umiliato […] al reverendissimo  P. don Benedetto De Carmelis priore della Certosa di Trisulti, l’A. si dilungava sulle cura da prestare ai malati e sulla necessità che la piccola comunità religiosa conosca bene lo sviluppo e l’entità dell’epidemia in modo da potersi essa stessa difendere dal colera in considerazione della difficoltà che un sanitario potesse, celermente, raggiungere Trisulti, lontana e isolata da centri abitati.
In merito alla realizzazione del Cordone Sanitario, attraverso la ricerca sul campo e lo studio dei manufatti esistenti, si può desumere che furono adattati a Gabbiotti Sanitari i preesistenti avamposti militari di linea edificati dal governo pontificio, per consentire, da un lato, un’attività di controllo militare sul confine e, dall’altro, una sorveglianza doganale per lo spostamento degli animali e delle merci varie condotte da persone che, generalmente, cercavano di evitare la via Mària, dove i controlli erano più intensi per la presenza della dogana di Casamari.
Essi erano collocati nei valichi principali di comunicazione fra i due Stati, a notevole distanza tra loro e ostacoli naturali li separavano, per realizzare un controllo più serrato, e consentire di comunicare facilmente a vista, si rese necessario l’inserimento di altre strutture di avvistamento lungo la linea. In parte costruiti in muratura, ma maggiormente erano costituiti da capanne con muri a secco e copertura lignea, che richiedevano poco tempo per la realizzazione.
Tutti questi presìdi gestiti dai militi di confine, dipendevano da una gendarmeria sita a Santa Francesca, che nel 1851 assunse il ruolo di dogana. Una Notificazione del Ministero delle Finanze del Governo Pontificio emessa il 24 settembre del 1851 e firmata dal Pro-Ministro delle Finanze Angelo Galli, recita:

Dacché venne soppressa la Dogana di Veroli sul confine napolitano siccome un punto troppo interno allo Stato, rimase presso che scoperta di sorveglianza la lunga linea della Dogana di Casamari a quella di Filettino. A garantire pertanto gl’interessi della Finanza, giusta l’oracolo della SANTITA’ DI NOSTRO SIGNORE, si dispone quanto appresso.

1. Col giorno 20 del prossimo Ottobre viene istituita una nuova Dogana, ed un Picchetto in Santa Francesca a metà di quella linea, punto su cui fanno capo le molte vie procedenti da Regno.
2. Gli stradali da battersi esclusivamente per l’introduzione e per l’estrazione delle merci e dei bestiami sono li seguenti.
Per le province della Valle di Roveto Regno di Napoli la via che dal punto detto dell’Amaseno passando per mola Sant’Andrea, Aja nuova di Sant’Erasmo, e Chiesa di S. Filippo, mette alla nuova Dogana Pontificia.
Per le provenienze dalla Terra di Lavoro la via detta dell’Antera o Fontana Fratta che seguendo per lo stradale di Scifelli, casa Pinciveri, o casa di Ricci conduce alla riferita Dogana.
3. Qualunque merce o bestiame proveniente dall’estero o dall’interno che dopo il giorno suddetto si sorprendesse in istrade diverse da quelle sopraccennate, cadrà in confisca a forma in tutto dell’art.2 della Notificazione sulle strade doganali 15 Dicembre 1837.
Roma dal Ministero delle Finanze il 24 Settembre 1851. –  Roma 1851 – Nella tipografia della Rev. Cam. Apostolica. (Archivio di Stato di Frosinone)

Un altro documento fa riferimento alla Brigata di Santa Francesca, descrive la “Situazione della forza della Brigata […] con le variazioni avvenute nella medesima durante il mese di agosto del 1868”. Il documento, prodotto dalla Gendarmeria Pontificia, Legione di Roma, 2ª Suddivisione, è indirizzato al Governatore in Veroli. Il documento è firmato da Vincenzo Candelarese comandante la Brigata.
Al suo interno con numeri progressivi, sono elencati 49 militari:

1) Candelarese Vincenzo; 2) Proietti Luigi; 3) Chiorri Vincenzo; 4) Carinei Francesco; 5) Boccio Domenico; 6) Carinci Luigi I°; 7) Carinci Luigi II°; 8) Serapiglio Loreto; 9) Saccucci Giovanni; 10) Boccio Agostino; 11) Quattrociocchi Angelo; 12) Verrelli Carlo; 13) Velocci Giovanni; 14) Vacca Sante; 15) Velocci Antonio; 16) Velocci Salvatore; 17) Mossi Pietro; 18) Dell’Unto Antonio; 19) Pagliaroli Domenico; 20) Mancini Paolo; 21) Velocci Francesco; 22) Vacca Giuseppe; 23) Martelacci Angelo; 24) Cestra Luigi; 25) Verrelli Giuseppe; 26) Quattrociocchi Domenico I°; 27) Quattrociocchi Domenico; 28) Carinci Vincenzo; 29) Quattrociocchi Andrea; 30) Velocci Gregorio; 31) Quattrociocchi Demetrio; 32) Campoli Giuseppe; 33) Imperioli Nicola; 34) Scarsella Francesco; 35) Francesconi Francesco; 36) Fiorini Matteo; 37) Fiorini Clemente; 38) Maciacchi Gaetano; 39) Quattrociocchi Giuseppe; 40) Carinci Camillo; 41) Verrelli Domenico; 42) Verrelli Serafino; 43) Luffarelli Antonio; 44) Poretti Pietro; 45) Bussiglieri Aldino o Aldeino; 46) Fanni Pietro; 47) Liberatori Giovanni; 48) Sanità Pietro e 49) Cristini Luigi.

Nell’elenco, l’unico militare regolare dell’esercito pontificio era  Candelarese Vincenzo, comandante della brigata, aveva la responsabilità di gestire gli squadriglieri. Gli altri erano persone locali o provenienti da comuni limitrofi a Veroli,  arruolati come guide, in quanto conoscitori dei sentieri e delle tante mulattiere che attraversavano il confine, e soprattutto delle persone che vi vivevano, dedite alle attività silvo- pastoralali e al contrabando.  Il loro ruolo di spie doveva impedire che la gente fornisse sostegno agli sbandati dichiarati fuorilegge. Voglio far notare come tra i numeri dei nomi in elenco, al 35 compare Francesco Francescone soprannominato il brigante di Casamari e al 41 Verrelli Domenico fratello di Angelo Maria della banda Verrelli. Molti componenti, in seguito furono dimessi o arrestati per comportamento malavitoso o perchè scoperti a favoreggiare persone sospette. Durante la reazione filoborbonica,  molti che avevano militato come squadriglieri fecero parte della banda di Chiavone, successivamente furono arrestati o giustiziati per brigantaggio.
In merito alla forza militare dislocata a Santa Francesca si ha notizia di una rappresentanza di Zuavi Pontifici. Nel 1860 lo Stato Pontificio costituì questo corpo speciale, comandato dal Ten. Col. Anthanase de Charette, molti di loro erano di nazionalità franco-belga, ma non mancarono spagnoli ed ex ufficiali borbonici. L’uniforme in dotazione era composta da un copricapo chiamato kepì, la giacca corta in vita e il classico pantalone stretto in vita e largo alle ginocchia. Il colore della divisa era turchese con fregi rossi sulla giacca. Nei primi anni del 1860, battaglioni di zuavi pontifici furono mandati in forze alla frontiera tra Stato pontificio e Regno delle due Sicilie, nelle città come Veroli, Ceprano e Ferentino, per rinforzare le difese nei vari distaccamenti e in molti casi come scrive St. Jorioz, gli zuavi appoggiarono le mosse dei briganti legittimisti, causando molte perdite negli schieramenti piemontesi. In una serie di lettere del 1913 scritte da Francesco Francesconi indirizzate allo storico di Casamari, Don Mauro Cassoni, furono narrati molti episodi delle imprese a cui aveva preso parte. Tra questi, dove si parla della presenza degli zuavi nel territorio verolano, c’è l’incontro con un ufficiale piemontese a capo di una compagnia, che aveva sconfinato per circa tre chilometri nei pressi di Scifelli. Francesconi ci dice che non vi fu uno scontro, ma dopo essersi presentati, invitò l’ufficiale ad affrettare il rientro oltre il confine, temendo la reazione punitiva con l’arrivo degli zuavi. Alla domanda dell’ufficiale dove fossero gli zuavi, Francesconi rispose che erano dislocati a Veroli e una squadriglia a Santa Francesca. Verso la fine del decennio gli zuavi furono usati per reprimere le bande di ribelli ormai datesi al banditismo, nonostante che l’Editto Pericoli ordinava la resa a tutte le bande. Causa di ciò il nostro territorio fu teatro di numerosi scontri, dove oltre ai ribelli morirono molti civili. Il reparto venne definitivamente congedato nel 1871.

In questo paragrafo siamo lieti di riportare quanto ritrovato sui singoli manufatti disseminati in un’ampia fascia di territorio a partire dal confine con Sora, passando per quello con la Valle di Roveto ed arrivando al confine con Collepardo. Seguendo questa linea, nel 1998,  abbiamo tracciato il “Sentiero dei briganti”.
È stato possibile individuare cinque gabbiotti attraverso la menzione di queste strutture nella pianta del Cordone Sanitario del 1835, le testimonianze orali e la valutazione di elementi murari individuati durante le ricognizioni. Il primo è sito a Fontana Fusa, il secondo al valico di Forca Fura, il terzo a Fontana di Campoli (ingresso di Prato di Campoli), il quarto a Forca Palomba e il quinto all’Aia Cristini in contrada Trasoto. Ad essi, con funzione di controllo sanitario, vanno aggiunti il Distaccamento dell’Amaseno le cui notevoli testimonianze murarie, già appartenenti all’Eremo di San Cesareo, sono facilmente visibili nella zona oggi detta La Torre e l’avamposto principale della Vicenna già eremo di San Cristoforo, che avevano funzione di strutture logistiche per il controllo militare sul confine.
Prima di passare alla descrizione dei gabbiotti si riporta una sintesi di quanto emerso dallo studio dei ruderi dei due eremi. In località La Vicenna a quota 860, situata nei pressi di Fontana Fusa sono presenti i ruderi dell’eremo di S. Cristoforo risalente al 1000/1100; la struttura eremitica presente ancora alla metà del XIX sec., fu adattata ad architettura militare.  Sia dall’osservazione di una cisterna parzialmente intatta e dai muri perimetrali emergenti dal terreno, sia da ritrovamenti di superficie che da testimonianza orale fornita da Costantino Aversa che sin da ragazzo era solito frequentare il luogo per le attività silvo-pastorali. Dalla disposizione dei brani di mura ancora esistenti, sia pur con approssimazione, è stato possibile stabilire che l’eremo si estendeva per circa 20 m di lunghezza e 15 di larghezza. Nel lato sud-ovest è presente una cisterna collocata in un piano inferiore; parte delle pareti interne e del fondo sono intonacate con malta idraulica, superiormente sono visibili alcuni tratti della volta, ancora intatta nel 1940 secondo quanto riferito dall’Aversa.
Nel sito sono stati ritrovati numerosi frammenti in terracotta, riferibili a vasellame domestico. Il parziale esame di alcuni di essi ha portato all’identificazione di forme molto sobrie decorate da semplici decorazioni. Questi reperti sono stati sottoposti all’attenzione del prof. Giulio Busti, direttore del Museo Regionale Umbro della Ceramica di Deruta. Dalla sua analisi è emerso che le terracotte appartengono a diverse epoche: i reperti più antichi sono riferibili al periodo tardo antico e quelli più recenti alla cultura del basso Medioevo. Nel terreno intorno alla cisterna, sono state rinvenuti, sempre in superficie, reperti ossei, identificati dall’Istituto di Osteologia e Miologia della Facoltà di Veterinaria di Perugia, appartenere a suini, bovini ed equini. Sempre in superficie è stato rinvenuto un fiorino d’argento, recante un giglio su una faccia e l’immagine di San Giorgio, il santo guerriero, caratterizza l’altra. Altre monete, pontificie e regnicole, sono tutte ancora da catalogare; ad un primo esame sembrano essere medioevali e, soprattutto, ottocentesche. Il sito consente un’ottima visuale della sottostante vallata di Santa Francesca e un colpo d’occhio consente un facile collegamento con il Distaccamento dell’Amaseno. Oggi conosciuto come Torre medioevale in contrada San Cosimo, durante gli ultimi anni dello Stato Pontificio fungeva da presidio militare.. In tale periodo essa era chiamata col nome di Distaccamento dell’Amaseno, per essere posto su di una cresta rocciosa che domina la valle dell’omonimo torrente.
Le fonti menzionano, quali eremi più antichi fin dal sec. X, quelli di S. Benedetto e di S. Cesareo, dove si dice: “L’uno prospiciente all’altro sulle sponde dell’Amaseno. Ospitarono più volte S. Domenico di Foligno, importante figura eremitica peregrinante, che fondò i monasteri di Trisulti e di Sora”. (G. Trulli, Tutta Veroli, I, Dalle origini al sec. XIX, Isola del Liri 1989, pp. 97-98).
La struttura è sita su una cresta rocciosa, posta a cavallo delle Valli del torrente Amaseno Ernico e di Santa Francesca e che ben si presta quale punto di osservazione e avvistamento; funzione questa che ben assolve la presenza della torre, elemento che, generalmente, manca negli eremi mentre può essere presente nei monasteri specie se edificati in luoghi isolati. Ben lo testimonia l’alta torre esistita fino al 1814 a sinistra del monastero di S. Domenico a Sora.
? probabile che i monaci si siano insediati in una struttura preesistente, adattandola alle loro esigenze. Analizzando la disposizione delle mura affioranti dal terreno che circondano la torre non si evidenziano fondamenta riconducibili alla chiesa come, invece, si nota in altri eremi (S. Maria in Rivo Ursario o S. Michele Arcangelo nella zona di Mugliera).
L’intero complesso si estendeva per circa 25 m. di lunghezza e 10 m. di larghezza. La torre ha un’area  di base di circa 21 mq., l’altezza dell’edificio è di circa 9,80 metri mentre lo spessore delle mura, alla base, è di 80 centimetri. Esse sono realizzate in pietra locale ed impasto cementizio. All’interno delle pareti della torre sono evidenti i fori a tre livelli, per l’inserimento delle travi dei solai dei piani. La torre si erge su una cresta rocciosa, sul cui fianco si evidenziano tre file di mura in muratura, di sostegno dei terrazzamenti, poste in successione. Quella più in basso si erge da un piccolo pianoro, è lunga 20 metri e perpendicolarmente ad essa si evidenziano tre brani di mura, che probabilmente costituivano la suddivisione interna di locali.
Al disopra vi è il secondo gradone, alto 2 m., lungo 25 m., e posto obliquamente al precedente e con un estremo nel lato nord allineato con quello del primo e l’altro estremo che arriva alla base della torre.
Il terzo gradone parte circa 7,5 m di distanza dalla base della torre e termina a 2,5 m. dall’estremo nord del secondo.
Intorno alla torre sono state recuperate alcune monete di probabile epoca medioevale ed altre ottocentesche (sia pontificie che regnicole). Inoltre una chiave di fattura artigianale ed un sigillo notarile in bronzo recante uno stemma araldico delimitato da lettere incise.
Riprendendo la descrizione dei gabbiotti, la descrizione fa riferimento solo a quelli in muratura. Partendo da Fontana Fusa, località sita a Nord della contrada di Fontana Fratta, abbiamo un primo rudere, collocato su un rialzo roccioso, a circa 500 m dalla sorgente di Fontana Fusa. È conosciuto dai locali con il nome di “Avamposto Francese”. (M. Ferri-D. Celestino, Il Brigante Chiavone cit., p. 335).
Per un miglior controllo militare e doganale, l’avamposto era stato posto su una biforcazione di due sentieri: il primo con direzione nord-ovest conduceva al guado del fosso Passaturo e da esso si poteva proseguire o in direzione di Forca Fura o salire ai Pozzi dei Piani. L’altro saliva attraverso la Valle Innamorata in direzione nord-est arrivando alla Macchia di Faito e, quindi al pozzo votivo ed alla iscrizione rupestre, datata per la presenza della coppia consolore al 4 a.C. e ricordante gli Dei Indigites e Juppiter Atratus.
Dai muri perimetrali affioranti dal terreno si può notare che la struttura, di forma rettangolare, misura internamente 9,70 m di lunghezza e 7,50 m di larghezza. I muri perimetrali erano spessi 0,70 m. Essendo ubicato in un ottimo punto di osservazione e di controllo sul sottostante pianoro e sulla sorgente, erano sufficienti quattro-cinque persone per garantire, a rotazione, la sorveglianza del tratto di confine di sua competenza. Oggettivamente una struttura più grande non sarebbe servita poiché, poco distante da esso e, precisamente a circa 2 km, era presente l’“Avamposto Principale” detto “Della Vicenna”, che sfruttava la preesistente struttura dell’eremo di San Cristoforo. Questo avamposto si trova al Valico della Vicenna a quota 860 m ed ha a lato un pianoro a forma di conca detta La Piscina, così denominata in quanto l’acqua piovana vi stagnava per alcuni mesi.
Poco più a valle, nei pressi del pozzo detto Nirone, in direzione della Macchia delle Monache, su una cresta rocciosa che scende dal monte Pedicino, incontriamo un rudere, di forma rettangolare, con il lato maggiore lungo 9,5 m e il minore di 5,5 m; i muri perimetrali  hanno uno spessore di 0,60 m e sono alti 1,5 m. Considerata la sua struttura muraria, la sua ubicazione in un luogo appartato e per natura dominante, siamo propensi a considerarlo un’altra struttura di avvistamento; è ipotizzabile la sua appartenenza alla linea “sana” di controllo pontificio sulla sosta merci.
Passando al valico di Forca Fura, i resti del gabbiotto sono testimoniati dall’unica presenza di mura in tutta l’area rappresentata da due muri posti su piani sovrapposti, alti 2 m ca, che sorreggono due terrazzamenti. Altri brani murari affioranti dal terreno si dipartono perpendicolarmente dalla base dei precedenti consentendo di identificare i muri perimetrali della struttura e la ripartizione interna. Questi ruderi hanno uno spessore di 0,70 m e formano un rettangolo lungo 8 m e largo 6,30 m. Sparsi sul terreno circostante si notano numerosi frammenti di tegole.
Il valico rivestiva una notevole importanza in quanto, a quella quota, era l’unico che garantisse di passare dalla grande vallata che affaccia su Santa Francesca a quella dell’Amaseno Ernico che conduce sia a Prato di Campoli, sia nella Valle di Roveto, sia agli Eremi di Mugliera e alla Badia di Trisulti. I militari qui dislocati, per far fronte al bisogno di acqua, potevano disporre di due pozzi, uno detto “di Carlo”, più piccolo e sito a quota inferiore, l’altro, più grande e distante circa 1 km, posto alla stessa quota chiamato di “Sor Andrea” e in antico conosciuto come “Antoniano”. Dalla gendarmeria di Santa. Francesca, l’avamposto, si raggiungeva passando per Colle Grosso, Case Ferrante e Pozzo di Za Rosa; da qui il sentiero, ancora oggi ben evidente, appare scavato, a tratti, nella roccia.
Un’altra struttura, che in zona molti conoscono e che da poco è stata ristrutturata, è quella nota come “vecchio casotto della Forestale” così detta in quanto, sino agli anni ’50, vi sostavano le guardie forestali provenienti da Veroli; essa è posta a pochi metri dalla sorgente Fontana di Campoli sul margine destro della strada che sale per Prato di Campoli. Di forma rettangolare, con il lato maggiore di 8,30 m e quello minore di 5,85 m, ha un’altezza di 3 m; le mura hanno uno spessore di 0,60 m. La costruzione, appartenente al Cordone Sanitario del 1835/37, è chiaramente indicata e citata nella più volte citata Pianta col nome di “Gabbiotto Sanitario di Prato di Campoli”.
Un altro gabbiotto ritrovato, che nella Pianta è indicato con il nome di Scalelle “lato Diritto”, è collocato nel valico di Forca Palomba, posto tra Monte Scalelle e Monte Pontecorvo. Realizzato in un piccolo pianoro, ha forma rettangolare con l’entrata rivolta verso Sud. I militi pontifici, da questa struttura, controllavano il transito nel sentiero tra Prato di Campoli e le Pratelle che metteva in contatto la Valle di Roveto con Trisulti e Valle dell’Inferno.
All’Aia Cristini in contrada Trasoto, posto su una piccola altura a ridosso del lato sinistro della strada che da Santa Maria Amaseno conduce a Civita di Collepardo, abbiamo il gabbiotto sanitario indicato col nome di “Tesoro”. Oggi si presenta inglobato in una struttura privata di recente costruzione.
Ai giorni nostri, queste strutture si presentano parzialmente diroccate o ridotte a miseri brani murari appena affioranti dal terreno e coperti da vegetazione. In merito alla loro quasi totale distruzione possiamo avanzare due ipotesi estensibili anche ad altre strutture quali gli Eremi di Mugliera, l’Avamposto dell’Amaseno, l’Eremo di San Cristofaro e le strutture della linea di sosta merci.
La prima ipotesi è quella che l’abbattimento sia stato voluto sia dall’autorità pontificia  per impedire che gli stessi divenissero rifugio per i briganti, sia da quest’ultimi per avere più libertà di movimento costringendo i soldati papalini a scendere verso postazioni situate a quote più basse. La seconda ipotesi colloca la loro distruzione dopo la “presa di Porta Pia” (1870) quando i piemontesi braccarono i briganti sino al loro totale annientamento facendo saltare in aria ogni tipo di costruzione idonea a trovare un rifugio. A ricordare questa azione di repressione è il nome di una curva della strada che conduce a Prato di Campoli, ancora oggi chiamata della “Polveriera” poiché vi erano depositati i barili di polvere.
Si aggiunga che sino agli anni 1980, al loro declino contribuirono persone del posto, armate di picconi e pale, speranzose di poter trovare in queste strutture tesori nascosti provenienti da razzie dei briganti.

Dott. Achille Lamesi

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