La frontiera nel territorio di Veroli all’epoca del brigantaggio lealista

Da Casamari salendo sul Monte Pedicino sino a giungere a Peschio Macello, dal 1400 circa al 1870, fu la zona di confine tra lo Stato Pontificio e il Regno Borbonico nel territorio del Comune di Veroli. L’ampio territorio comprendente le località di Scifelli, Fontana Fratta, Fontana Fusa, Case Cocchi, Tor dei Conti, Case Volpi, Case Verrelli, Colle Grosso, Santa Maria Amaseno, Prato di Campoli, Le Pratelle, Mugliera, Trasoto sino a Trisulti, che circonda la frazione di Santa Francesca, rappresenta un’area di notevole interesse storico a partire dalle testimonianze del basso medioevo per la presenza di una dozzina di eremi, alle strutture militari collegate alla gestione del confine e all’epidemia di colera, sino alle testimonianze connesse con il brigantaggio comune e quello della reazione contro l’espansionismo dei Savoia.

presentazione ufficiale del sentiero Chiavone

Presentazione ufficiale del sentiero Chiavone

La presenza di valichi, alcuni ancora oggi testimoniati dalla toponomastica: Vado della Rocca, Vado Veroli, Vado di Peschiomacello e Vado Rendinara, mettevano in relazione con l’Abruzzo, favorendo lo spostamento di persone, animali e cose dall’una all’altra parte del confine per realizzare scambi commerciali e attività di contrabbando. La linea di confine divideva i due Stati preunitari, ma non le popolazioni che vi abitavano. Esistendo un’integrazione profonda tra le famiglie dell’una e dell’altra parte del confine, gli scambi commerciali erano una prassi consolidata, che, principalmente, avvenivano sotto forma di baratto. Pertanto lana, carne, olio passavano nel Sorano, Isola Liri e Castelluccio odierna Castelliri; di contro, ortaggi, granturco, vino e tessuti entravano nel Verolano. La condizione socio-economica del 1800, tanto nel Regno Borbonico quanto nello Stato Pontificio, vedeva la società rappresentata da un numerosissimo ceto basso e da pochi benestanti che detenevano il potere e la proprietà delle fonti di ricchezza. Le persone del ceto basso, che rappresentavano la forza lavoro, erano impegnate come boscaioli, carbonai, pastori e contadini. Esse erano le principali attività del tempo, e pertanto, costituivano la più consistente entrata finanziaria per le casse degli Stati preunitari.
Le abitazioni dove vivevano, il più delle volte condivise con degli animali da cortile, erano anguste, buie, maleodoranti e con le pareti annerite dal fumo. Le numerose costruzioni rurali che ancora rimangono disseminate sul territorio ci testimoniano come le persone del passato vivessero e come utilizzassero gli spazi interni.
Il più delle volte gli stessi ricoveri agro-pastorali, testimoniati con foto a colori e descritti  nel capitolo dei ricoveri del volume “Veroli in Agro”, realizzati con mura a secco e copertura lignea, rappresentavano l’unica forma di casa (A. Lamesi, Veroli in Agro. Pozzi, sorgenti, ricoveri agro-pastorali, boscaioli, carbonai, neviere e transumanza, Veroli 2011). Nella casa del ceto basso ogni spazio aveva una funzione e non era raro che la stanza da letto fosse adoperata da tutta la famiglia sia per dormire, usando giacigli di fortuna, sia come magazzino.
La cucina aveva l’essenziale, una madia per il pane, un tavolo con qualche panca e sedia impagliata, degli scaffali o ripiani usati per posare i generi alimentari. Nel soffitto si applicavano delle pertiche dove posare carne da stagionare e formaggi da maturare.
L’acqua in casa era conservata in contenitori di rame detti conconi o in recipienti di terracotta, riposti su un ripiano in muratura. Nelle rare abitazioni più evolute, potevano essere presenti i fornelli per cucinare, ricavati in un piano in muratura alto circa 1,30 m costruito a ridosso di una parete, che venivano alimentati dalla brace della legna che ardeva nel camino, dove non mancavano la callarella (contenitore in rame per cuocere alimenti) e i tegami in terracotta (pignate e tiane).
Il bagno non esisteva, e per i bisogni fisiologici ci si rivolgeva all’ambiente circostante. E’ facile immaginare quali fossero le condizioni igieniche in cui i nostri antenati vivevano e, di conseguenza, contraevano malattie, oggi considerate completamente debellate. Non esistendo assistenza medica si curavano con quello che la natura metteva loro a disposizione e molto spesso il contagio di infezioni mortali che colpivano maggiormente i bambini, faceva ridurre il livello della vita media.
Il ceto basso non possedeva, né terre, né case, né masserizie, era gravato di tante tasse e veniva fatto vivere nell’ignoranza. Le famiglie erano normalmente composte da numerosi figli perché servivano braccia per lavorare, i più fortunati erano quelli che riuscivano ad entrare in convento.
La miseria cronica in cui versava il ceto basso per i continui soprusi che ricevevano dai proprietari terrieri, generava malcontento e spesso spingeva le persone alla macchia, luogo fecondo per gruppi di sbandati, specializzati in ruberie per sopravvivere. A Veroli, di questi fatti, i documenti storici ne danno notizia già dal 1300, come riportato da Marcello Stirpe nel (M. Stirpe, Verulana Civitas. Ricerche storiche (Biblioteca di Latium, 15), Anagni 1997, p. 201). Una notevole crescita del fenomeno del brigantaggio si ebbe nel 1810, con il rifiuto al servizio militare obbligatorio imposto dalle truppe napoleoniche. Numerosi sono i documenti archivistici che parlano delle azioni di questi uomini, considerati fuorilegge e numerose furono le azioni intraprese dai papi per reprimere il fenomeno. Nel volume Prospetto Istorico di Veroli a p. 232, Francesco Melloni descrive le azioni malavitose dell’ottobre del 1812 intraprese dl famigerato Pietro il Calabrese, rifugiato nel territorio montano di Santa Francesca. (F. Mellonj, Prospetto istorico della città di Veroli, a cura di G. Franchi, Veroli 1995, p. 232).
Oltre alla presenza di un confine facilmente valicabile che consentiva di passare dall’una all’altra parte secondo le necessità, ciò che fece di questa zona l’area preferita come rifugio per i briganti, fu anche la vastità e la durezza del territorio montano degli Ernici e la vicinanza dei monasteri.
Al brigantaggio originato dalla miseria cronica, in cui versava il ceto basso, nonché quello per il rifiuto al sevizio militare obbligatorio imposto dalle truppe napoleoniche nel 1810, si aggiunse il brigantaggio sviluppatosi tra il 1860 e 1862. Quest’ultimo fu definito sia “antinazionalista” perché estremo tentativo per impedire l’unificazione d’Italia da parte dei Savoia e “legittimista” in quanto favorito dagli esuli borbonici rifugiatesi a Roma e dallo stesso Stato Pontificio.
A guidare la reazione antinazionalista filoborbonica fu chiamato Luigi Alonzi, un guardiaboschi della Selva di Sora, nato nel 1825. Chiamato “Memmo” dagli intimi amici e “Chiavone” per la gente della contrada per le sue notevoli doti amatorie. A Scifelli, sino a tre anni fa era visibile un rudere detto “Stiro Chiavone”, di cui rimane documentazione fotografica, in cui soggiornò durante la campagna reazionaria e come narra la memoria popolare (Fiorini Maria nata a Scifelli, Veroli, il 25 aprile 1912 nubile e coabitante con la sorella Cristina coniugata con Ascenzi Giacomo ) con i suoi fedelissimi, allietasse le giornate in compagnia di donne del posto, che le tenne forzatamente.
Chiavone era un uomo scaltro e in tempi duri, prima di indossare la divisa da guardaboschi e quella da generale, fu un audace contrabbandiere della Selva e delle località tra Fontana Fratta, Scifelli e Santa Francesca. Con la lotta personale contro la Guardia Nazionale di stanza a Sora, conquistò la fiducia del Governo Borbonico.
Chiavone apparteneva al ceto basso e dentro di se albergava un grande desiderio di riscatto, così durante la sua breve vita si era specializzato nell’arte di arrangiarsi in ogni situazione e a carpire ogni possibilità di cambiamento che gli si presentasse.
Pertanto con il coinvolgimento alla reazione filoborbonica cercava gloria e onori per una vita migliore, ma le sue origini non passarono inosservate e fu così che divenne l’agnello sacrificale per sigillare gli accordi sottoscritti tra le diplomazie piemontese, pontificia e borbonica.
Egli non fu solo un brigante, ma passò alla storia come reazionario per essere stato scelto a guidare la reazione antinazionalista contro il re d’Italia.
La sua attività fu sorretta e finanziata sia dal re Francesco II di Borbone che dal papa Pio IX, come ci è dato sapere dal diario dello Zimmerman, luogotenente dell’Alonzi. In questi anni aveva posto quartier generale a Case Cocchi, borgo posto alle falde del Monte Pedicino detto all’epoca Monte Favone, nell’abitazione della sua compagna Olimpia Cocco. Egli arrivò a comandare un esercito regolare di 700 legittimisti, ai quali si aggiunsero volontari provenienti dell’esercito borbonico sconfitto a Gaeta, e nobili da mezza Europa, dislocati tra Fontana Fratta, S. Francesca e Scifelli.
Da quanto risulta dai registri della parrocchia di Santa Francesca, Olimpia nacque nel 1825 da Domenico Lisi e Andreana Sanità; con il matrimonio con Giacinto Cocco assunse il suo cognome. Quando conobbe Chiavone nel febbraio del 1861 era vedova con un figlio di nome Giuseppe, a cui Chiavone voleva bene considerandolo suo.
Olimpia fu per Chiavone sì un’amante, ma soprattutto una vera amica e consigliera. E tale rimase anche quando, costretto a spostare i suoi uomini alla Fossa dell’Ortica, sita a nord-est del Monte Pedicino a quota 1200, scortato da una ventina di fedelissimi scendeva da lei, approfittando del buio e rischiando più volte di essere catturato. Il suo coinvolgimento nella lotta durò fino al 28 giugno 1862, giorno della sua morte per fucilazione ordinata dal generale Tristany, inviato da Francesco II. Il suo corpo fu bruciato nella boscaglia di Valle dell’Inferno vicino Trisulti.(Sulla figura del N. vd. M. Ferri-D. Celestino, Il brigante Chiavone. Storia della guerriglia filoborbonica alla frontiera pontificia (1860-1862), Casalvieri 1984; M. Ferri, Il brigante Chiavone. Avventure, amori  e debolezze di un grande guerrigliero nella Ciociaria di Pio IX e Franceschiello, Sora 2001; M.L. Scaccia, “Sora e la nascita del brigante Luigi Alonzi detto ‘Chiavone’”, in Quando c’erano i Briganti. Rilettura del fenomeno del brigantaggio, con particolare attenzione alla provincia di L’Aquila, al Cicolano e alla Ciociaria, [Pagliara di Borgorose 2002], pp. 257-274 e L.R. Zimmermann, Memorie di un ex Capo-Brigante “libero e fedele”. Traduzione commento di E. Di Biase, Napoli 2007.
Dopo la morte di Chiavone il brigantaggio legittimista cessò e i suoi uomini, abbandonati al loro destino, si dispersero in tante piccole bande che furono braccate dai piemontesi fino al loro totale annientamento.
Ancora oggi a Santa Francesca si ricorda del brigante Cedrone che, a protezione del grosso della banda di Chiavone situata alla Fossa dell’Ortica, si accampò a seconda della situazione ai Pozzi dei Piani, oppure a Pozzo Quagliolo e all’Acquaro del Nibbio, da cui controllava tutto il fianco pedemontano del Monte Pedicino sino alla vallata di Santa Francesca.
Dai contatti intercorsi durante ricerche condotte per il presente lavoro è emerso che suo parente Antonio Cedrone di S. Donato Val di Comino conserva il fucile di Cedrone ad avancarica con innesco a pietra focaia.
Domenico Foco, dopo la morte di Chiavone, prese le sue redini, capeggiando una banda di cento uomini, che fu avvistata dai militi del distaccamento dell’Amaseno il 18 marzo del 1866.
Francesco Francescone, soprannominato il “brigante di Casamari”, era nato a Sora nel 1841 da Antonio, detto “Polentone” e da donna Concetta, donna bella e di facili costumi, la quale lo abbandonò alle cure della balia Teresa Lombardo. In giovinezza, aveva militato dapprima nell’esercito borbonico, quindi, si era arruolato con la banda di Chiavone per divenire, alla morte di questi, squadrigliere papalino. Temperamento originale, battagliero e amante dell’avventura, ma forse anche spinto da necessità di sopravvivenza, partecipò a numerose imprese militari, tra cui la battaglia di Calatafimi e la difesa di Roma nel settembre del 1870, come soldato del papa. Arrestato nel 1873 per aver ferito con un pugnale una guardia nazionale a Sora fu condannato a dieci anni di reclusione nel carcere di Pianosa. Ne uscì nel 1884. Finì i suoi giorni facendo il guardiano dei monaci di Casamari nella loro proprietà dell’Antera. Sposò Oliva Martellacci da cui ebbe cinque figli, tre maschi e due femmine, il primo di nome Pio. (Profilo tratto dalla rivista cistercense anno I – numero 3) di Benedetto Fornari. Scelse per residenza una casa a Scifelli, tutt’oggi esistente, con le iniziali F.F. impresse sull’architrave dell’ingresso e di proprietà della famiglia Ascenzi, nella persona di Giacomo Ascenzi  che l’acquistò da Alberto Martellacci figlio di Giacinto.
Vincenzo Renzi detto “Grassone”, citato in una lettera anonima che lo denuncia per attività di cospirazione contro il Governo italiano, datata 11 agosto 1871. La lettera segnala l’esistenza di un deposito di armi nella casa del Renzi, costituto da doppiette, revolver, stili e coltelli di ogni tipo. Inoltre è sospettato di essere a capo di una congiura contro il Governo italiano. (Tratto da Giustizia e criminalità a Veroli tra Otto e Novecento. Catalogo della mostra documentaria, Veroli Galleria La Catena – centro storico, 22 marzo-5 aprile 2003, a cura di M.E. Gabrielli-M. Grossi, s.i.l. [2003], p. [11]).
Verrelli Angelo Maria domiciliato a Case Verrelli è ricordato quale capo banda specializzata in sequestri di persona. Le fonti storiche fanno riferimento al sequestro di Egidio Vitale imprigionato sul Monte Tranquillo a Sora, a quello di Tambucci a Piperno, a quello perpetrato a carico di persona anonima residente a Roccasecca, sino al più noto commesso nei confronti del mons. Augusto Theodoli a Trisulti, al quale sottrasse l’anello strappandolo dal dito. (Giustizia e criminalità a Veroli tra Otto e Novecento cit., pp. [8 e 11-13]).
Altri documenti riferiti al periodo che va dal 9 febbraio al 13 ottobre 1874, fanno riferimento sia a somme disposte come taglia dalla Sottoprefettura di Frosinone, sia alle attività di Polizia per procedere all’arresto del Verrelli e recuperare gli scudi dei riscatti.
Ancora oggi il nome di molte contrade di Santa Francesca e alcuni soprannomi di persone ci ricordano uomini che furono nominati briganti: i Carinci, i Cerelli, i Baglione, i Cocco, i Frasca, i Renzi, i Trulli, i Marocco, i Pagliaroli, i Paniccia, i Lamesi, gli Aversa, i Baglioni ed i Quattrociocchi.
A titolo di cronaca si segnala che a Case Cocchi il 20 maggio del 2000, su iniziativa del sottoscritto, in rappresentanza dell’Associazione Pedicino di Santa Francesca, e dell’amico Argentino Tommaso D’Arpino, in rappresentanza dell’Associazione A.R.I.S. di Sora, con la partecipazione attiva degli abitanti della contrada e il sostegno del Comune di Veroli nella persona dell’allora sindaco prof. Danilo Campanari, fu scoperta una lapide commemorativa, a ricordo degli avvenimenti legati alla reazione filoborbonica. La lapide reca la scritta:

 

QUESTA CASA FU L’ABITAZIONE – DI OLIMPIA LISI IN COCCO – E TRA IL 1860 ED IL 1862 LA BASE OPERATIVA – DI LUIGI ALONZI DETTO CHIAVONE – COMANDANTE IN CAPO DELLA GUERRIGLIA – ANTINAZIONALISTA – SULLA FRONTIERA PONTIFICIA.

All’evento, in rappresentanza delle istituzioni, presero parte i sindaci di Veroli, di Monte San Giovanni Campano e di Castelliri e gli assessori alla Cultura di Boville e Sora. Alla presenza di un folto pubblico, proveniente da diverse province del Lazio e della Campania, e degli alunni della Scuola Media Statale “G. Mazzini” di Veroli, avvenne il taglio del nastro ad opera di Nicola Cocco discendente di Olimpia.
Nel mondo delle tradizioni popolari si segnala la paziente opera di raccolta di oggetti effettuata dall’Associazione “La Vetta”, confluita, anche grazie alla lodevole disponibilità dell’Amministrazione Comunale di Veroli, nel Museo della Civiltà Rurale, ospitato in via Franco dè Franconj.

Museo della Civiltà Rurale

Questa istituzione raccoglie documentazione di primo ordine sui vari aspetti della vita quotidiana degli abitanti di Veroli fino agli anni del boom economico. Di notevole interesse è l’esposizione dedicata all’Antico Confine tra lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie, con riferimento al Brigantaggio, attraverso documenti, foto e reperti di superficie, provenienti dai siti degli accampamenti citati nel diario dello Zimmerman e dai  ruderi degli avamposti e gabbiotti.
Voglio segnalare che tra i siti degli accampamenti studiati, come sulla cresta di Monte Pratelle siano presenti brani di muretti a secco di più 50 capanne, e la ricerca di superficie abbia portato al ritrovamento di numerose monete degli stati preunitari, medagliette votive, fibbie, parti di armi da sparo e palle di avancarica.
Ci piace concludere questo paragrafo con le parole del giornalista Guglielmo Nardocci, inviato di Famiglia Cristiana, che, a proposito del brigantaggio nel nostro territorio, così si è espresso:

La storia di quelli che i libri di storia risorgimentali definirono frettolosamente “briganti” non è solo motivo di attrazione turistica con la cosiddetta via dei Briganti, che va da Sora a Veroli e Trisulti passando per i casali di montagna dei centri di Scifelli, I Cocchi, Fontana Fratta e Santa Francesca. Quelle vecchie vicende, per dire la verità, mordono ancora, perché la memoria di coloro che combatterono per Francesco di Borbone re di Napoli e per il Papa e furono uccisi in molti casi in modo barbaro e crudele vive nei discendenti, divide e fa ancora discutere segno di un’unità d’Italia fatta da poche élite e raccontata male, dalla parte di chi ha vinto. (G. Nardocci, “Terra di briganti e palloncini”, in Famiglia Cristiana, LXXX, 2010, fasc. 28, p. 62).

Dott. Achille Lamesi

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