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Tonno, olio, sale e cesio radiattivo. Cosa c’è di vero

Japan of the apocalypse Credit: Thierry Ehrmann from Flickr

Japan of the apocalypse
Credit: Thierry Ehrmann from Flickr

Quando si parla della questione nucleare di Fukushima, tendiamo a pensare che sia una realtà così lontana che difficilmente possa interessarci nella vita di tutti i giorni. Purtroppo non è vero e per effetto della globalizzazione, nonostante i 9.700 kilometri di distanza, Fukushima ce l’abbiamo dentro casa e probabilmente anche sulla nostra tavola.

Questo perchè noi Italiani preferiamo mangiare tonno in scatola, che nella quasi totalità dei casi viene pescato e lavorato nel pacifico.

Cosa abbia di speciale questo tonno del pacifico (a parte il prezzo) non si sa, ma di sicuro sembrerebbe che non ne possiamo fare a meno.

Per fortuna comunque la normativa Italiana ed Europea impone l’obbligo per i rivenditori di prodotti ittici di rintracciabilità del prodotto. In particolare questi sono obbligati a dichiararne anche la zona di cattura.

Sarà capitato a tutti di constatare che in alcuni mercati i rivenditori fieri di ciò che vendono mettono bene in evidenza la provenienza se questa è Italiana, Spagnola, Canadese, etc…

In altri casi invece il rivenditore preferisce indicare la zona di cattura con un codice numerico, più criptico, detto Zona FAO, che li fa rientrare negli obblighi di legge pur tuttavia rendendo poco visibile al consumatore la reale provenienza dei prodotti.

C’è da aggiungere però che i prodotti inscatolati non soggetti a trasformazione non sarebbero obbligati a riportare la zona di pesca e quindi molti produttori non la indicano nemmeno.
Quei pochi invece che lo fanno, avendo adottato magari una politica di trasparenza con i consumatori, sono paradossalmente quelli maggiormente colpiti dagli allarmismi che circolano in rete relativi al tonno radioattivo.

Cerchiamo di  fare un po’ di luce sull’argomento.

La mappa che segue mostra in che modo il globo terrestre è suddiviso in zone FAO ed è chiaramente visibile che la zona più interessata dagli sversamenti in mare delle acque contaminate da isotopi radioattivi è la zona FAO 61.

Ci sono studi di scenziati autorevoli che affermano tutto ed il contrario di tutto circa gli effetti degli sversamenti in mare delle acque contaminate utilizzate per il raffreddamento del reattore nucleare di Fukushima.

Gli isotopi radioattivi coinvolti nell’incidente nucleare e rilasciati sia in mare che in atmosfera sarebbero:

  • Iodio 131;
  • Tellurio 129m;
  • Cesio 137;
  • Stronzio 90;
  • Plutonio.

Sino ad adesso comunque il tonno in scatola della grande distribuzione, qualunque sia la sua provenienza, non risulterebbe soggetto a contaminazioni radioattive accertate. Non sarebbe pertanto il caso di allarmarsi, anche se personalmente eviterei di mangiarlo per le motivazioni riportate alla chiusura dell’articolo.

Le catene di distribuzione ed i produttori di tonno in scatola (soprattutto pinne gialle) sostengono che i prodotti da loro commercializzati provengono dalla zona FAO 71, e non dalla 61, e che in alcuni casi questa zona può distare da Fukushima anche migliaia di kilometri.

Oltre al ruolo importante delle correnti oceaniche, c’è da aggiungere però che il tonno, come molte altre specie di pesci, è per sua natura un grande nuotatore e quindi non mi sorprenderebbe immaginarlo sguazzare nelle acque contaminate o magari nei pressi dell’isola di plastica nel pacifico (vedi approfondimento).

Ci sarebbe da fare una distinzione tra le varie specie di tonno, ma ad esempio il tonno rosso è capace di spostarsi in media ogni giorno di 100 miglia marine (circa 160Km) e può raggiungere di picco una velocità massima di 80 km/h. Basti pensare che ogni anno il tonno roso effettua incredibili migrazioni dal Nord Atlantico per venire a riprodursi nel Mediterraneo attraversando lo stretto di Gibilterra.

Ricordiamoci quindi che il tonno è libero di muoversi in tutte le zone e che questi numeri, 61 o 71 che siano,  sono solo delle linee tracciate dall’uomo su una cartina geografica che i pesci non sanno leggere.

Con questa questione del tonno radioattivo abbiamo però capito che anche i problemi di un luogo che si trova all’altra parte del mondo possono diventare facilmente i nostri problemi. Inoltre si apre un ulteriore interrogativo.

Ma il tonno del mediterraneo, il nostro tonno, che fine fa se noi mangiamo solo scatolette che vengono dal pacifico?

A quanto pare l’80% del tonno pescato nel mediterrraneo viene esportato e mangiato dai Giapponesi, perchè ritenuto di qualità eccezionalmente superiore ed ottimo per essere mangiato crudo in sushi e sashimi.

Non mi sembra normale che i giapponesi mangiano il nostro pesce e noi mangiamo il loro. Ma se ognuno mangiasse le proprie cose non sarebbe meglio per tutti, in particolare per noi? Adesso non staremmo certo a discutere se una scatoletta di tonno possa ucciderci oppure no.

E quindi invece di capire se quella spazzatura che ci fanno mangiare sia cancerogena o meno, cominciamo a chiedere ai nostri rivenditori il tonno italiano, il migliore. Ce l’abbiamo in casa. Godiamocelo.

PENSIAMO GLOBALMENTE,
AGIAMO LOCALMENTE!

Autore: Giovanni Gasparri (Linkedin | Facebook)
Data di Pubblicazione  16 Febbraio 2014
Ultima Revisione: 16 Febbraio 2014

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© Questo articolo, denominato “Tonno, olio, sale e cesio radiattivo. Cosa c’è di vero” di Giovanni Gasparri  è fornito integralmente sotto licenza internazionale Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0.

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Un’isola tra le onde

Con le tre rivoluzioni industriali che si sono verificate negli ultimi 250 anni, l’Umanità si è trasformata enormemente. Queste nuove conquiste hanno creato il nuovo fenomeno del Consumismo che ha, a sua volta, creato quello dell’Inquinamento. Novità assolute da quando la vita si è impiantata sulla Terra.

Possiamo dire che con la rivoluzione industriale si sia verificato un avvicendamento di tappe evolutive importante. Si è passati infatti dall’Homo Sapiens all’Homo Inquinans, anche se gli scenziati dell’evoluzione non ne prendono atto facilmente.

Si è passati progressivamente da una civiltà di fatto naturale, basata sull’artigianato e sullo scambio etico ad una civiltà impropriamente definita avanzata o tecnologica, che utilizza pesticidi, processi chimici, OGM, e che necessita di macchinari, imballaggi, pubblicità e spedizioni.

Anche l’approccio è cambiato. Dietro il consumismo si nasconde il Capitalismo e quindi tutti i processi produttivi hanno finalità di lucro e questo alimenta il consumo indiscriminato ed ingiustificato di prodotti inutili, progettati per rompersi e non essere piu aggiustati ma riacquistati. Insomma verrebbe da chiedersi se veramente questo si possa chiamare progresso.

Alle forme tradizionali di inquinamento che tutti conoscono, come ad esempio la discarica a cielo aperto sulla superstrada Sora-Frosinone, si affiancano quelle nuove come l’inquinamento elettromagnetico.

È interessante prendere atto che quando si parla di elettrosmog, generalmente la gente si fa prendere dal panico e quando qualcuno disgraziatamente muore di tumore tutti collegano senza cognizione di causa la disgrazia alle radiazioni eletromagnetiche.

Questo nome “esotico”, che sembra così distante dalla realtà, fa immediatamente pensare alle radiazioni ionizzanti, quelle di Chernobyl, che però sono un fenomeno molto diverso e decisamente pericoloso.
Inoltre il fatto che le onde elettromagnetiche siano invisibili e impalpabili le rende misteriose ai non addetti ai lavori. E si sà, l’uomo ha più paura dei grandi misteri che delle stupide lattine che inavvertitamente butta via dal finestrino della propria auto. Ne è un esempio il fatto che è spaventato dall’improbabile e rara eruzione di vulcani ma non percepisce il rischio che corre ogni giorno nelle attività di routine.

Guardando un prato pieno di buste di plastica e rifiuti siamo abituati ormai a considerarlo uno scenario normale e pensiamo tra noi è soltanto un po’ di sporcizia. Invece non riuscendo a percepire le onde elettromagnetiche e non vedendole tendiamo a pensare che siano loro la causa di tutti i nostri mali e questo, erroneamente, giustifica i comportamenti sbagliati di tutti i giorni.

Tutti si indignano e denunciano i grandi sprechi ed i grandi inquinamenti ambientali, ma nessuno si rende conto che siamo tutti inquinatori quotidiani, anche quando accendiamo il cellulare o usiamo la lavastoviglie o magari la tv.

C’è da dire però che l’inquinamento elettromagnetico è fortunatamente estremamente volatile. Infatti basterebbe spegnere l’interruttore della fonte di irradiazioni elettromagnetiche per ripristinare immediatamente la normalità. La stessa cosa, però, non si può fare con i rifiuti abbandonati per strada, che verranno pian piano trascinati via dalle pioggie e portati nei fiumi e poi nei mari.

E sapete dove andrà a finire la spazzatura che abbandoniamo per strada?

Nel futuro dei nostri figli, su incredibili isole artificiali negli oceani, realizzate però non da sceicchi o megacostruttori, ma dalla nostra incoscienza.
Così ci preoccupiamo per Fukushima (per cui non possiamo ormai fare nulla), ma non diamo il nostro contributo magari  facendo seriamente la raccolta differenziata o insegnando agli altri l’amore per l’ambiente.

FONTI

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© Questo articolo, denominato “Un’isola tra le onde” di Giovanni Gasparri  è fornito integralmente sotto licenza internazionale Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0.

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Data di Pubblicazione 26 Gennaio 2014

Ultima Revisione: 29 Gennaio 2014

Autori: Giovanni Gasparri

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