Archivio dell'autore: Alessio Silo

Un fanciullino a Prato di Campoli

Fiori di ricordi profumano la mente di un fanciullino, avvolta da valli sconosciute e alberi smarriti, nel silenzio che si annida sui solitari pendii dei monti, addossati da nuvole custodite nel tempo, raccolto a Prato di Campoli.
La cornice di una foto scrive quello che gli anni delle persone hanno dimenticato, dimorandola tra i sorrisi e gli abbracci vissuti del proprio giardino. Colori e sapori hanno calpestato la terra di un pezzo di mondo, attanagliato a cavallo tra il sempreverde e le ferite autunnali. Ma i passi degli uomini, dipinti nello spazio di una valle, hanno fatto sicché le compagnie di voci e musiche adornassero un letto consumato e senza spine. Non esiste testimonianza più forte e reale di un pastore che porta il suo gregge a curare le ferite inferte, tra l’erba cresciuta a mezzodì; poiché le attenzioni sorte dalle crepe della vita, compensano una parte di anima privata della sua naturale ricchezza.
Famiglie di alberi colorano generazioni di uomini e donne vaganti, riportando alla luce cuori immobili da un rosso amalgamato alla vita e un verde suggellato dalla propria speranza, di poter nuovamente abbracciare quei monti, nelle parole di un figlio dette ad un sorriso di un padre: di restare lì tra quelle valli per sempre, mantenendo un fanciullino che cancellerà il tempo che dimora Prato di Campoli.

Alessio Silo1585089_m

Madre Natura

 

Lei giaceva lì, sul suo letto foderato da cuscini che ammorbidivano la sua pelle, vestita da un abito bianco e contornata da rose appassite tra i suoi capelli. Lei giaceva annoiata e sofferente, tenendo il palmo della sua mano destra le ferite inferte sul suo viso, sulle sue gote, sulla sua vita. Lei giaceva; lei era Madre Natura.

Una divinità ferita dal tempo che non si riconobbe, che non si
appartenne; eppure, era tanto bella. Beveva sempre gioiosa dal suo calice di cristallo magiche sfere di fuoco, per riscaldare il cuore degli umani che la dimorarono. Strappava senza sosta germogli di nuvole per far nascere venti migliori per il respiro degli umani che la dimorarono. Piangeva di gioia continuamente lacrime di diamanti per rendere preziosa la vita degli umani che la dimorarono, sul suo letto, foderato da sogni. Lei era Madre Natura, e nella sua solitudine ormai imminente, non le restava altro che assaporare il ricordo della sua esistenza divina, divenuta ormai mortale, attraverso un libro che leggeva, piano e silenziosa, quando la terra degli uomini glielo permetteva. Una natura resa schiava dai propri figli che la
pretendevano sempre di più, di più, di più, fino a che le loro richieste assaporarono il silenzio morente della propria madre. Il cuore degli uomini si fa sempre più prigioniero di se stesso, arrampicandosi come primati alla ricerca delle proprie radici. Foglie croccanti, alberi spogli, terre inseminate; non è il passare delle stagioni, ma una natura che non sa più chiamarsi per nome, consumandosi nel tempo, da coloro che l’avevano venerata e resa divina. E il cuor degli uomini, se ancora può definirsi tale dinanzi agli occhi della propria madre, si fa sempre più spento; poiché dando troppo ai propri figli, si rischia di non ricevere nulla.

E resta una musa col capo chino, sorridente tra le catene della sua esistenza, nel suonare la sua arpa, per la propria madre, figlia devota: soave musica. Essa la puoi ascoltare in tutte le lingue del mondo, e sempre ti dirà chi sei. Esiste un qualcosa di eternamente giusto e sincero, nel suonarla. Essa ti accoglie in una primaverile sinfonia da ricercare tra i contorni delle proprie origini. Il richiamo della natura, che invita gli uomini a vivere come sono stati chiamati a fare, tra lo spazio e il tempo della sua melodia. Sarà forse questa musica che potrà sciogliere il legame distruttivo che le menti umane hanno preferito a scapito della bellezza del mondo? Sarà veramente, cosa saggia, ascoltarla per potersi salvare da un mondo moderno che, inconsciamente e ingenuamente, ha smarrito la via di casa?Facilitatore_Son_55fa15469fa1d Tra le montagne e le lacrime di un fiume che scorre solitario, il verde amore della natura si perde nel cemento. E proprio lì, in quel preciso istante, quando ci si accorge che lo scorrere delle cose naturali va a tramontare, una musa rigetta le sue lacrime di pietà per aver donato una bellezza oscurata. E le emozioni degli uomini, rispolverate da un velo argenteo, sapranno farsi sentire salvando la natura e la propria figlia da un’imminente scomparsa, risollevando una pietà tesa a dimorare nel caos. Non vi è cuore umano incapace di sciogliersi dinanzi al dolore della musica, figlia della natura, essendo fiorita da germogli di amori seminati tra i colori di una bellezza ritrovata.

Ora puoi sorridere sincero, assassino dal cuore d’oro, che la tua vita saprà ritrovarsi quando abbraccerai la natura chiamandola per nome: tra la fine di un’era inquinata e l’inizio di un tempo amato. Lei è rimasta lì, sul suo letto, foderato da cuscini, e senza dire nulla, si riveste dei sogni degli uomini. E a un tratto, tutto si ridusse a silenzio: il silenzio prima della vita; il silenzio dopo la morte.

Nel mezzo, v’è una collina. Fu l’essere umano, e non un Dio, a denominarla tale. Senza di essa non ci sarebbero discese e salite; solo una linea retta sulla quale consumare il proprio tempo senza mai arrivare e partire. Senza di essa non ci sarebbero sfide da affrontare, ostacoli da superare, terre da toccare. Senza quella collina non si potrebbe respirare aria nuova e credere che qualcosa di irraggiungibile possa donare speranza. Quella collina, è il dogma della bellezza. L’odore della sua terra sa di grano; il sapore del suo cielo incanta le menti degli uomini. E poi lì, a due passi tra il giorno e la notte, vi scorre un fiume, che trascina con sé i dolori delle persone che hanno il coraggio di affacciarsi a esso. Quel fiume scorre a delta senza sapere dove andrà a finire. Nessuno lo sa. Nessuno, lo sa. E ogni cosa, si ridurrà a silenzio.

Alessio Silo

Capo Fiume

gola-capo-fiumeC’è un qualcosa di abissale quando il sorgere delle sue acque si riversa nel tramonto di chi le guarda.

La sua primordiale natura, il suo antico rifocillarsi fra antichi sassi, le sue vesti che cercano di afferrare il silenzio di quel momento nel quale ci fa ritrovare sotto lo stesso cielo, quando ci sveglia da un sonno mai esistito e da un sogno mai terminato.

E’ magia, che intercorre tra interminabili sentieri masticati dai passanti e da morbide vallate cavalcate dai loro abitanti, che restituisce al verde naturale il suo antico splendore quando un bacio terreno amalgama il coraggio di esistere alle intemperie del tempo, che li condivide.

Sono sensazioni che colorano questo mondo ormai avvizzito dalla brutalità industriale e da una comodità dilagante. Sono sensazioni, quelle di Capo Fiume, traghettate in un caos emotivo di chi ci è passato, per restituire all’animo presente la sua essenza originale.

Respirare i suoi infantili affanni, la sua beata solitudine, il suo profumo di purezza, rimembra a chi lo vive un ineguagliabile e immenso desiderio di libertà.

Passo dopo passo, tracciamo anime secolari che vivranno nell’invisibilità dello spazio e del tempo, affascinando, giorno dopo giorno, gli occhi che vedranno e vivranno Capo Fiume, in eterno.

Alessio Silo