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Quando il dito indica la luna lo stolto guarda il dito

In un paese di corrotti ci sono salottieri che si ingegnano a costruire fantasiose argomentazioni per minare le buone iniziative che nascono sul territorio.

In risposta alle falsità che costoro costruiscono con pervicacia contro il circolo Lamasena,  proviamo a rispondere alle provocazioni affinché non passino i falsi messaggi  che loro accreditano,  pubblicamente,  come verità indiscutibili.

Ebbene, costoro  ci hanno contestato che la pulizia del sito Pozzillo non andava fatta per almeno tre ordini di motivi  che qui enunciamo e di cui si fornisce una conseguente risposta.

1) C’è stato detto che “prima di effettuare le bonifiche a valle di ogni corso d’acqua bisogna pulire a monte per evitare che le piene riportino a valle i rifiuti”.  In risposta, si può dire che i suddetti signori  hanno raccontato una fantastica storia senza mai sporcarsi le mani e senza verificare sul campo cosa si è fatto.  Ebbene, la bonifica ha riguardato – soprattutto – oggetti ingombranti che NON sono stati portati a valle dalle correnti ma sono giunti a Pozzillo per mano diretta dell’uomo. Inoltre, si è effettuato lo sfoltimento dagli arbusti infestanti che avevano reso inaccessibile tutta l’area. Quindi la bonifica andava fatta ed era necessaria.

2)Prima di occuparsi di Pozzillo bisogna denunciare la presenza degli sversamenti che sono a monte del sito”. In risposta, si può dire che le denunce vanno fatte come lo fa Legambiente,  presentando da anni il più completo Rapporto italiano sull’Ecomafia, la quale prospera in un paese in cui la corruzione e il sospetto la fanno da padroni . Anche il circolo Lamasena collaborerà nelle prossime edizioni del Rapporto suddetto operando di concerto con l’organizzazione nazionale per dare peso alle sue denunce. Nel frattempo, tutto il circolo Lamasena si è già speso per l’importante azione collettiva a difesa della valle del Sacco effettuando una grande raccolta firme per chiedere, tra l’altro,  alle istituzioni di bloccare gli sversamenti inquinanti  che avvengono sugli 80 chilometri del fiume Sacco.

3)La pulizia a Pozzillo non andava fatta perché essa è un’area privata”. Qui si risponde che l’alveo dei torrenti e dei fiumi è demaniale come lo sono le aree di golena (Legge n°36/1994 – legge Galli – TAR Lazio, LT, n. 424/2011.). Solo parzialmente, è stato pulito un locale del vecchio mulino su cui il circolo ha lanciato l’idea di annetterlo alla proprietà demaniale per portarlo al godimento dell’intera collettività. A maggior ragione,  il mulino è in completo abbandono  da più di cinquant’anni e la sua proprietà è dissolta in una miriade di persone.

Ai salottieri nostrani non resta che ricordare la massima sugli stolti: Quando il dito indica la luna  lo stolto guarda il dito.

Il Circolo Lamasena

Digressione

Il 07 giugno 2014 si è svolta la giornata ecologica sul sito carsico Pozzillo, ubicato in località Colli di Monte San Giovanni C. La giornata di pulizia e bonifica ha visto il contributo di tanti,  per cui il tentativo di … Continua a leggere

Valorizzare Pozzillo

4 Locandina EventoIl riscatto della nostra terra deve partire da progetti specifici che mettano nell’agenda amministrativa il rilancio di siti di interesse storico e culturale. In base a questo principio, l’associazione Legambiente Lamasena e l’Associazione di protezione civile Civilmonte propongono alla politica e agli amministratori di progettare un percorso condiviso per rilanciare il sito carsico Pozzillo,  su cui insiste un pregevole esempio di archeologia industriale relativo ad  un vecchio mulino ad acqua. Il luogo è situato lungo il torrente Amaseno in territorio di Monte San G. C.,  tra le frazioni di La Lucca e Colli,  a circa 500 metri a monte del ponte Cascamerlo di via Santa Lucia.

Il contesto si inserisce perfettamente nell’idea di un parco fluviale in grado di poter offrire un percorso naturalistico, la visita al mulino ottocentesco  e la possibilità di ammirare pareti verticali, alte 40 metri circa, che si snodano per circa un chilometro lungo il corso d’acqua. Per raggiungere tale obiettivo occorre un primo passo essenziale che consiste nell’accorpare  al demanio comunale l’intera struttura del mulino la cui proprietà è dispersa, attualmente, in più di ottanta soggetti.

L’amministrazione dovrebbe, quindi, far leva su norme che le permetterebbero di annettere il bene per realizzare la riconversione dell’area del Pozzillo  e renderlo, quindi,  fruibile all’intera collettività. Ricorre  in questo caso un interesse pubblico prevalente da far valere nell’azione amministrativa per l’annessione del sito. Così come recita il D.P.R. 8 giugno 2001 n. 327,  si potrà utilizzare, eventualmente, lo strumento di esproprio con la variazione al PRG o, in alternativa,  l’amministrazione potrebbe indagare la più agevole via della cessione volontaria delle quote di proprietà in capo a ciascun degli 80 soggetti.

Lo stato attuale del vecchio mulino ad acqua di Pozzillo versa in completo abbandono. Esso è divenuto – negli ultimi decenni – un ricettacolo di rifiuti ingombranti costituiti da vecchi elettrodomestici dismessi, armadi e carcasse  metalliche. Tuttavia restano intatte alcune strutture quali il torchio,  le macine e alcuni meccanismi di trasmissione della forza idraulica. La stessa  struttura muraria, su due livelli, è in buono stato di conservazione.  Risulta, invece, compromesso il tetto che è cadente in più parti.

Il resto del sito carsico trasmette il triste scenario che si ripete su tutti i corsi d’acqua. Ci sono buste di plastica sulle sponde, residui di inerti edili, copertoni e tutto il brutto dell’inciviltà di fronte al quale, anche le persone per bene, si sentono impotenti.  Suscita tristezza,  inoltre,  notare che un vortice del torrente – in corrispondenza della breve cascata –  imprigiona un consistente numero di bottiglie di plastica.

Più a valle del Pozzillo, in adiacenza ad una parete verticale,   è presente un ammasso di rifiuti indefinito che è stato alimentato da una notevole mole di sversamenti plurimi effettuati, plausibilmente, con ribaltabili meccanici. Per far fronte all’impellente necessità di una bonifica del sito Pozzillo, l’associazione Lamasena, con il supporto dei volontari dell’Associazione di Protezione Civile CIVILMONTE che nell’occasione festeggiano i 10 anni di attività, ha programmato una giornata ecologica di pulizia per riportare  un minimo di dignità in questo  luogo dimenticato e di grande bellezza.

L’appuntamento è, quindi, fissato alle ore 9.30 del 7 giugno prossimo presso via Santa Lucia,  Colli – Monte S. G. C.

Remo Cinelli

3 - Mola 1 - Sito Carsico

Raggiunte 3097 firme nella petizione per il ripristino del SIN

Sono state presentate le 3097 firme della petizione popolare  contro il decreto dell’ex ministro Clini che ha declassato la Valle del Sacco da SIN a SIR.

In Italia ci sono 57 siti di interesse nazionale (SIN), definiti in base alla pericolosità degli inquinanti che vi sono contenuti. In questi siti vivono 6 milioni di persone costrette a vivere di fianco ad impianti petrolchimici, industrie chimiche o luoghi in cui sono stati sversati rifiuti industriali o scorie nucleari. Questo è lato oscuro dell’eredità del presunto miracolo economico italiano.  Essa è anche la realtà che vivono migliaia di persone che sono costretti a vivere di fianco all’inceneritore di Colleferro o lungo il fiume Sacco. Per tutto ciò si deve tenere alto l’attenzione affinché sia riconosciuto lo status di SIN a  tutta la valle.

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Ingegneria genetica e OGM. Rischi e Opportunità

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L’articolo che segue non è un articolo a carattere scientifico o divulgativo. È stato pubblicato senza il parere di scienziati autorevoli del settore e neanche da professionisti iscritti all’albo dei giornalisti. Pertanto non può essere considerato come un riferimento scientifico, considerato attendibile o essere preso come riferimento per altri scopi. Le fonti utilizzate e citate, come Wikipedia, potrebbero non essere attendibili.
Il testo si basa prevalentemente sulla sintesi del controverso documentario dal titolo the Seeds of Death prodotto da Gary Null e va inteso unicamente come una raccolta di spunti di riflessione da cui si possono iniziare approfondimenti personali per valutarne la veridicità o meno, da effettuarsi per mezzo di fonti attendibili. Le eventuali informazioni a carattere sanitario e scientifico o inerenti la salute sono fornite a puro titolo informativo, e non vanno considerate in nessun caso sostitutive del parere o dell’opinione del medico e delle figure professionali del settore. L’articolo non rappresenta necessariamente l’opinione degli autori, di Legambiente, del sito ed i collaboratori che non potranno essere considerati responsabili per danni di qualsiasi natura a terzi o per qualsiasi azione od omissione posta in essere a seguito dell’uso delle informazioni contenute nell’articolo.
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L’ingegneria genetica è quella nuova scienza che si occupa di estrapolare in maniera selettiva geni dal DNA di microrganismi, piante e animali e di iniettarlo forzatamente all’interno del DNA di specie diverse.
Lo scopo degli scienziati è quello di comprendere il funzionamento della vita stessa, per poter individuare nuovi strumenti capaci di curare malattie o aumentare il benessere dell’Uomo. Tutti propositi indubbiamente lodevoli.
Con queste techiche gli scienziati riescono a manipolare le caratteristiche fisiologiche di esseri viventi e piante, facendo un copia e incolla di pezzi di DNA da varie specie, così da creare nuove forme di vita con delle caratteristiche inesistenti in natura, interamente progettate ed ingegnerizzate in laboratorio.
Si lavora ad esempio per rendere i maiali transgenici adatti per fare da donatori di organi all’uomo in caso di bisogno, senza dover ricorrere all’espianto da cadaveri e risolvendo le enormi difficoltà tecniche legate alla compatibilità, alle tempistiche ed alle liste di attesa.
L’ingegneria genetica è dunque una scienza si controversa ma indubbiamente affascinante e capace di aprire al mondo nuove prospettive. Per questo il suo studio andrebbe assolutamente incoraggiato e non ostacolato.Con queste tecniche l’Uomo interviene attivamente nella creazione di nuove forme di vita, prendendo impropriamente il posto di Dio nei processi di creazione ed evoluzione delle specie.Tuttavia, come già successo storicamente con la scoperta della radioattività (leggi l’articolo di approfondimento “Fidarsi della scienza, non fidarsi dell’industria”), alla fase scientifica ha fatto immediatamente seguito la fase industriale che vive di guadagni proprio grazie all’entusiasmo del mercato suscitato dalle nuove tecnologie.
Così anche per gli OGM le aziende hanno fiutato subito le opportunità di guadagno e si sono immediatamente lanciate nella distribuzione al pubblico di prodotti transgenici (es. pesci fluorescenti, semi per l’agricoltura, mangimi per animali) e prodotti derivati da OGM (es. latte).
Le più importanti aziende che a livello mondiale generano profitti dalla commercializzazione di prodotti transgenici o dallo sfruttamento dei brevetti sulle manipolazioni genetiche (altra materia controversa) sarebbero prevalentemente: Bayer, Monsanto, Basf e Dupont.
Bayer produce ad esempio il Riso OGM LL62, modificato per resistere al glufosinato, un erbicida altamente tossico prodotto dalla stessa Bayer e molto venduto in tutto il mondo con un giro di affari stimato in 241 milioni di Euro solo nel 2007.
Lo scopo di questo riso è quello di consentire ai coltivatori di aumentare l’utilizzo degli erbicidi così da distruggere praticamente tutto eccetto il riso.
Monsanto produce ad esempio il Mais MON 810, geneticamente modificato in modo da generare una proteina (Delta-Endotossina) che danneggia gli insetti (lepidotteri) che cercano di nutrirsene. L’uso sarebbe stato approvato dall’Unione Europea dal 1998. Il 90% del volume totale europeo sarebbe coltivato in Spagna. In Italia l’utilizzo di questo Mais sarebbe stato dichiarato illegale solamente pochi mesi fa, ovvero il 12 Luglio 2013, ma il decreto è stato impugnato dall’Agenzia Europea per la sicurezza alimentare (EFSA) che ne ha dichiarato l’infondatezza. In Italia pertanto vige uno stato di incertezza che, secondo quanto riportato da Greenpeace Italia sul proprio sito, sarebbe causa di possibili contaminazioni in Friuli Venezia Giulia.
Non si sa ancora quale sarà l’esito della contestazione dell’EFSA, ma sappiamo che alcuni paesi, come la Grecia, sono stati sanzionati dall’Unione Europea (delibera 2006/10/CE del 10 gennaio 2006) poichè “[…] la Grecia non è autorizzata a vietare la commercializzazione delle sementi di mais ibridi derivati all’organismo geneticamente modificato MON 810 […]“.
Basf produrrebbe la patata AMFLORA, modificata geneticamente per renderla adatta per produrre carta e per altri scopi tecnici ed industrali.
In Italia non si pottrebbero coltivare piantagioni OGM, ma i prodotti di consumo conteneti OGM possono essere liberamente venduti  (con l’obbligo di informare i consumatori). In qualche modo i consumatori sarebbeto tutelati, insomma, anche se non sembrerebbe facile tracciare ed informare i consumatori sui prodotti che derivano da animali che si alimentano con mangimi OGM, come ad esempio la carne o il latte.
Per dare un’idea della dimensione del fenomeno dell’agricolura transgenica, nel 2006 (8 anni fa) la superficie totale di campi coltivati con piante transgeniche era di 102 milioni di ettari (ovvero l’equivalente di 239 milioni di campi di calcio) con un incremento del 135% rispetto all’anno precedente.
Nel 2010 è stato stimato che il 10% dell’intera superficie coltivata del mondo sarebbe  stata seminata con prodotti geneticamente modificati. I paesi più interessati sono Stati Uniti, Canada, India, Sud America, Cina.
Le considerazioni da fare, specie sull’agricoltura OGM, sono molte e tutte controverse.
Non sono ancora stati pubblicati studi approfonditi sull’impatto a lungo termine degli OGM sull’uomo,  sull’ambiente e sugli animali. Probabilmente occorreranno anni per farlo. Nel frattempo le aziende brevettano e speculano sulla mancanza di dati scientifici.
Il problema è che per l’agricoltura transgenica il processo sembrerebbe oramai irreversibile ed incontrollabile. Infatti il vento, il polline, gli insetti ed altri fattori farebbero si che questi prodotti geneticamente manipolati vadano a contaminare coltivazioni autoctone e biologiche,  che riproducendosi minano la biodiversità in maniera irreversibile.
Inoltre c’è da considerare che, secondo alcuni studiosi (tra cui Michael Antoniou, PhD genetista presso il King College London School of Medicine) uccidendo gli insetti e non consentendo loro di nutrirsi, si scatena una reazione a catena negativa sull’intero ecosistema naturale che colpisce in maniera particolare i predatori che si cibano di insetti e gli altri predatori della catena alientare.
Sempre secondo Antoniou queste multinazionali promuoverebbero commercialmente i loro prodotti come sicuri da mangiare ed in grado di apportare benefici all’ambiente, aumentare la produzione del raccolto, ridurre l’uso di pesticidi e capaci di risolvere il problema della fame nel mondo.
Secondo altri l’industria genetica produce GMO per la distribuzione su scala mondiale accelerando semplicemente quel processo di selezione naturale Darwiniana che avviene da sempre in natura. Queste aziende avrebbero semplicemente migliorato ed accelerato quegli incroci di specie che gli agricoltori e gli allevatori da millenni effettuano proprio per esaltare alcune caratteristiche genetiche delle specie (colore, forma, resistenza, sapore, etc), scambiandosi semi e facendo accoppiare in maniera selettiva gli animali.
Non avendo a disposizione sufficienti elementi per valutare queste affermazioni, soffermiamoci a capire chi sono queste aziende, quali sono i loro interessi e la loro storia.
Innanzitutto mettiamo in evidenza che le aziende che lavorano sugli OGM (ovvero le aziende biotecnologiche) sono tutte aziente chimiche e farmaceutiche e si sa che l’industria farmaceutica genera profitti quando la popolazione è malata. Quando affermano pertanto che i prodotti da loro commercializzati sono sicuri, ovvero non provocano danni alla salute umana, bisognerebbe sempre considerare il loro evidente conflitto di interessi e pertanto le loro dichiarazioni andrebbero prese con estrema cautela e diffidenza.
Guardando alla storia, secondo quanto riportato da Wikipedia, Bayer Basf sarebbero le stesse aziende che durante il periodo Nazista (dal 1941 al 1944) guadagnavano soldi producendo, come membri del consorzio I.G. FARBEN, il gas killer denominato ZYKLON B che Hitler utilizzò per sterminare più di cinque milioni di Ebrei nei campi di concentramento come Auschwitz.
Sempre stando a quanto riportato da Wikipedia, Monsanto sarebbe la stessa azienda che produceva il DDT nel 1940, sostanza definita come inquinante organico persistente ed altamente resistente nonchè etichettata come possibile cancerogeno. Il suo utilizzo è stato vietato a partire dal 1972 (negli Stati Uniti) e dal 1978 (in Italia).
La stessa Monsanto avrebbe prodotto tra il 1961 e il 1971, un altro ritrovato miracoloso che avrebbe risolto i problemi Americani nel Vietnam, il famigerato Agente Arancio. Si trattava di un defoliante utilizzato nel Vietnam dagli Americani che veniva irrorato dagli aerei per far cadere le foglie degli alberi così da far uscire allo scoperto i Viet Cong. La sostanza chimica avrebbe  provocato e provocherebbe tuttora gravi malformazioni e tumori alle popolazioni locali.
Monsanto sarebbe ancora al centro dell’attenzione anche per altri prodotti controversi come l’ormone per la crescita bovina ed i PCB (policlorobifenili). Per questi ultimi, in commercio dal 1929, solo dopo quasi 84 anni di utilizzo massiccio, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) avrebbe accertato nel 2013 una correlazione tra esposizione ai PCB e cancro.
Secondo quanto riportato da Rima Laibow – Medical Director della Natural Solutions Foundation,  Monsanto e Dupont starebbero lavorando in maniera congiunta per commercializzare il gene Epicyte, che immesso all’intero del cibo OGM indurrebbe l’organismo umano a creare autoanticorpi contro lo sperma, con la conseguenza di rendere irreversibilmente sterili uomini e donne.
Secondo alcuni, se questa tecnologia dovesse andare nelle mani di malintenzionati, potrebbe magari un giorno essere somministrata all’interno di cibo OGM e distribuita in grande scala per scopi terroristici, bellici o per effettuare pulizie etniche.
Considerato che, dal punto di vista imprenditorale, non avrebbe alcun senso per le aziende investire soldi nella ricerca di questa categoria di OGM senza possibilità alcuna di un futuro ritorno economico, è probabileche ci sia già un mercato per il gene Epicyte, ovvero dei potenziali acquirenti.
Con gli OGM stiamo assistendo ad un fenomeno davvero inquietante:
 
anziché cambiare l’industria per adattarla alle esigenze della natura, l’Uomo sta cambiando la natura per adattarla alle esigenze dell’industria.
La cosa interessante da notare e che quasi tutte le applicazioni degli OGM nell’agricoltura vanno a vantaggio economico dei produttori e mai del consumatore finale (no prezzi più bassi o migliori sapori ad esempio).
“I rischi a cui si espone l’agricoltura oggi mi sono troppo elevati e non vale la pena rischiare, bisogna seguire il principio di precauzione” (Michael Antoniou, PhD)
Quello che possiamo fare è sostenere la battaglia contro la contaminazione da OGM che produce inquinamento genetico incontrollato.
Per farlo bisogna spingere i comuni Italiani a far applicare la “clausola di salvaguardia” prevista dalla normativa Europea e già adottata da molti altri paesi.
Si tratta di dichiarare il comune “antitransgenico”, ovvero:
  • impedire, sulla base del principio di precauzione e sulle valutazioni degli aspetti socio-economici del territorio, che vengano coltivati, allevati, sperimentati in campo aperto, trasportati e commercializzati organismi geneticamente manipolati;
  • controllare la qualità degli alimenti agricoli e di allevamento prodotti sul territorio;
  • invitare le aziende fornitrici di pasti e derrate nelle mense pubbliche e scolastiche a dichiarare formalmente il non utilizzo di alimenti contenenti OGM;
  • pubblicizzare la delibera tramite l’apposizione della denominazione “COMUNE ANTITRANSGENICO” nei cartelli di ingresso e di saluto del Comune e sul sito internet ufficiale.

 

Nella provincia di Frosinone sono stati già dichiarati COMUNI ANTITRANSGENICI i comuni di:

  • AQUINO;
  • SAN DONATO VAL DI COMINO;
  • SAN GIOVANNI INCARICO.
Dobbiamo spingere le amministrazioni locali del bacino dell’Amasena a prendere provvedimenti quanto prima e poi estendere questa forma di tutela ai territori limitrofi fino a comprire l’intero territorio nazionale.
Inoltre la Legge Regionale del Lazio del 01 Marzo 2000 numero 15, prevede la Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario. Bisogna individuare le nostre risorse, proteggerle e svilupparle, anche commercialmente.
Non dimentichiamo che noi siamo ciò che mangiamo.
Per approfodire è consigliata la visione del filmato seguente, da cui sono state tratte la maggiorparte delle informazioni tradotte e sintetizzate in  questo articolo.
Giovanni Gasparri
Toronto, 30 Marzo 2014

PENSIAMO GLOBALMENTE,
AGIAMO LOCALMENTE!

Autore: Giovanni Gasparri (Linkedin | Facebook)
Data di Pubblicazione  30 Marzo 2014
Ultima Revisione: 30 Marzo 2014

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Sosteniamo la petizione popolare a favore della bonifica della valle del fiume Sacco

20140324-CattiveAcque-CarloRuggieroIl circolo Lamasena  sostiene la Petizione Popolare contro il declassamento del bacino della valle del Sacco dalla qualifica di  SIN (Sito d’Interesse Nazionale) a SIR (Sito d’Interesse Regionale).

Non si può tacere contro il provvedimento del ministro Clini che, con il decreto di declassamento del 11 gennaio 2013, impedisce – di fatto – l’accesso a risorse nazionali per bonificare le aree del bacino e le 122 discariche dismesse, presenti in 89 comuni della provincia di Frosinone.

La situazione del degrado ambientale, lungo il fiume Sacco, non lascia margini di ottimismo. Già nel marzo 2005,  è stato accertato lo stato di emergenza per la valle del fiume per la presenza alti  livelli fuori norma del  beta-esaclorocicloesano  nel latte e, quindi, trasferiti anche nell’uomo. Ci sono stati casi di morie di bestiame per il solo fatto di essersi abbeverati o aver respirato esalazioni  venefiche  provenienti dal fiume (il caso delle mucche di Annina che morirono per sversamento occasionale di cianuro).   20140324-CattiveAcque-CarloRuggiero-2A tutt’oggi la situazione  non va nella direzione di un progressivo miglioramento. Nella sola città di Colleferro,  risultano ancora attivi 108 punti di sversamenti inquinanti  provenienti da cementifici , aziende chimiche,  inceneritori  e  poli industriali della difesa.

Questi inquinanti sono entrati nella catena alimentare e, quindi, il fenomeno riguarda tutti e non solo chi abita in prossimità del fiume.

Per tale ragione c’è bisogno di un attivismo che possa portare verso una consapevolezza diffusa sui guasti ambientali in essere e sui possibili rimedi.  Quindi, il  circolo Lamasena, in questo scenario,  raccoglie la sfida dei promotori per una petizione popolare  a favore dei ricorsi,  contro il decreto Clini, presentati  dall’ente Regione Lazio, da Legambiente, da Retuvasa  ed altre associazioni per  la re-istituzione del SIN al “Bacino del Fiume Sacco”.

Fonti

 

Fidarsi della scienza, non fidarsi dell’industria

Ad ogni grande scoperta dell’uomo, ha fatto sempre seguito una rapida ondata di produzione industriale e di ottimismo commerciale.
Questa corsa contro il tempo, volta a conquistare il mercato con prodotti sempre nuovi, ha spesso creato conseguenze disastrose.
Gli scienziati non hanno neanche il tempo di validare gli effetti a lungo termine delle scoperte sulla salute o sull’ambiente, che nel frattempo le aziende iniziano già a lucrare con la distribuzione al pubblico.
Quando Marie Curie scoprì la radioattività, ad esempio, l’industria entrò subito in fermento, portando nelle case della gente degli oggetti pericolosissimi.
Non si conoscevano ancora i rischi della radioattività sull’uomo, ma il mercato sembrava comunque entusiasta: c’erano nuove idee da vendere a tutti i costi.
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La fabbrica Auergesellschaft di Berlino iniziò a commercializzare, ad esempio, nel 1920 un dentifricio radiattivo al Torio, chiamato Doramad, e pubblicizzato come miracoloso per l’incredibile effetto antibatterico e sbiancante sui denti.
Il dottore farmacista Alexis Moussalli, Parigino ma di origini Egiziane, brevettò tra il 1927 ed il 1934 ben 101 preparati a base di Radio, Torio ed altre sostanze radioattive. La creazione che ebbe più successo a livello commerciale fu THO-RADIA, disponibile come

tho-radiacrema o polvere,  venduta come prodotto di bellezza e curativo a donne di tutte le età – metodo scientifico.

L’inventore William J. A. Bailey, con una falsa laurea ad Harvard, dichiarò nel 1918 che secondo dei suoi studi l’acqua potabile arricchita con il radio potesse stimolare il sistema endocrino e curare patologie come il diabete, l’impotenza, l’anemia, l’asma e diverse altre patologie ancora. Si arricchì mettendo in commercio la bevanda Radithor, fabbricata nel New Jersey. Aveva investito nell’idea il ricco industriale americano Eben Byers che, per ironia della sorte, morì nel 1932 proprio a causa dell’ingestione prolungata di Radithor.
Il fondo probabilmente lo toccò la Home Products Company di Denver, in Colorado,  che nel 1930 pubblicizzò un surrogato dell’attuale Viagra. La supposta radioattiva che avrebbe garantito prestazioni sessuali “scintillanti”.
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Ci si accorse troppo tardi delle conseguenze della radiattività sull’uomo. Pian piano tutti gli scienziati che avevano attivamente lavorato in quell’ambito di ricerca iniziarono a morire precocemente. Prima Charles Madison Dally, nel 1904, poi Elizabeth Ascheim l’anno seguente,  Marie Curie nel 1934, Louis Slotin nel 1946 e tanti altri ancora.
Il loro sacrificio non è servito a molto per cambiare le intenzioni dell’industria.
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Tra agli anni ’70 e gli anni ’80, infatti, l’azienda 3M, tuttora leader mondiale nel suo settore, produsse un dispenser di nastro adesivo radiattivo. Era il modello C-15 Decor Scotch e conteneva Torio. La sostanza radioattiva era stipata nella pesante base che rendeva il dispenser stabile sulle scrivanie.
Con modalità analoghe a queste  appena elencate,  la radioatività era entrata ormai dentro la maggior parte degli oggetti e si era diffusa in maniera incontrollabile:
  • Uranio – nella ceramica utilizzata per dentiere, pentole, gioielli, mattonelle da bagno e nel vetro e marmo;
  • Uranio impoverito –  nei dadi da gioco per bambini e proiettili;
  • Torio – in lanterne incandescenti, utensili ed oggetti di ferramenta in lega magnesio-torio,  bacchette per le saldatrici, obiettivi fotografici, sale alimentare povero di sodio, noci brasiliane, gomme da masticare, cioccolate;
  • altri isotopi radioattivi – nelle penne per scrivere, candele per motori delle macchine, farmaci antidiarroici, rilevatori di fumo, valvole elettriche, gioielli, palline da golf, fertilizzanti per terreni, sale e carta lucida delle riviste a colori.
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E’ scientificamente provato che la radioattività crea danni al nucleo delle cellule ed al DNA, anche irreversibili.
In caso di danni irreversibili al DNA, la cellula darebbe vita a una progenie di cellule geneticamente modificate che potranno dar luogo a tumori o leucemie.
Tutti questi oggetti, che in maniera subdola hanno minato per decenni il nostro DNA e la nostra salute, adesso sono finiti nelle discariche di tutto il mondo e resteranno li ad inquinare ancora per molto.
Il Radio dimezza la propria intensità di irradiazione (emivita) in un periodo di 1602 anni, il Torio invece è quasi perenne. La sua emivita, infatti, è tre volte l’età attuale della terra.
Con la radioattività, l’entusiasmo e la logica del guadagno aveva prevalso.
Facciamo in modo che la ricerca scientifica non si fermi, ma che l’industria non ci lucri sopra prima che gli scienziati abbiano avuto il tempo di verificare gli effetti delle scoperte.
Sta succedendo di nuovo con gli OGM. Fermiamoli prima che sia troppo tardi.
Giovanni Gasparri
Toronto, 19 Marzo 2014

PENSIAMO GLOBALMENTE,
AGIAMO LOCALMENTE!

Autore: Giovanni Gasparri (Linkedin | Facebook)
Data di Pubblicazione  19 Marzo 2014
Ultima Revisione: 19 Marzo 2014

PER APPROFONDIRE

LICENZA

© Questo articolo, denominato “Fidarsi della scienza, non fidarsi dell’industria” di Giovanni Gasparri  è fornito integralmente sotto licenza internazionale Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0.

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Una luce nell’oscurità dello spazio

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Nell’Ottobre del 2011 ho avuto il privilegio e l’onore di incontrare il Maggiore Paolo Nespoli, famoso astronauta Italiano, proprio qualche mese dopo essere rientrato dalla sua seconda missione sulla Stazione Spaziale Internazionale denominata Expedition 27.

In quell’occasione ho avuto modo di visionare delle bellissime immagini della Terra scattate durante la missione, ed un brivido di emozione mi ha colpito quando, tra le varie proiezioni, ho intravisto la forma del nostro Stivale.

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“È bellissima l’Italia da lassù”, ho pensato tra me e me a primo impatto.

Guardando bene la foto  mi sono reso conto di come le luci possano svelare delle informazioni importanti sul Paese, come ad esempio le differenze tra le zone più ricche e più povere, le differenze tra Nord e Sud e tra le città più densamente popolate e le zone rurali.

Poi invece, guardando ancora meglio, mi sono reso conto che passato il confine, sia verso Nord che verso Est, non si vedono più luci.

Quella sensazione di patriottismo che pochi secondi prima si era timidamente intravista è sparita di colpo quando mi sono reso conto di quanta energia elettrica sprechiamo in più rispetto ai nostri vicini di casa.

Ma perchè dallo spazio l’Italia è più illuminata delle altre nazioni europee?

Sicuramente una questione di illuminazione sovradimensionata rispetto alle reali esigenze, un po’ frutto della bassa politica locale che installa i lampioni davanti le case della gente come ringraziamento dopo le elezioni.

Non è  solo un sovradimensionamento, però, ma anche un problema strutturale di portata ben maggiore. Tutte quelle luci, infatti, sono anche il segnale evidente che i nostri lampioni stanno illuminando il cielo invece che la terra!

E se per alcuni nostalgici queste luci sono pittoresche e romantiche, per gli scienziati invece rappresentano quello che in gergo tecnico si chiama inquinamento luminoso, ovvero il fenomento causato dall’irradiazione incontrollata di luci intense verso la volta celeste.

L’inquinamento luminoso provoca danni sia di natura ambientale che culturale, ma anche economica.

L’eccessiva illuminazione artificiale crea difficoltà di orientamento in molti animali e l’alterazione dell’orologio biologico (ritmo circadiano) nell’uomo, negli animali e nelle piante.

Per effetto di un’illuminazione selvaggia, inoltre,  le stelle diventano diventano spesso invisibili nei cieli delle nostre città. E non dimentichiamo che è proprio grazie quelle stelle che l’uomo ha fatto le sue più grandi conquiste. Dalla trigonometria all’orientamento, dalla scoperta dell’America alla rivoluzione copernicana. Il cielo e le stelle da sempre sono stati al centro delle grandi riflessioni esistenziali dell’uomo, religiose, filosofiche, matematiche, fisiche ed astronomiche.

E sembrerebbe paradossale adesso affermarlo, ma una lampadina ci illumina un gradino, ma ci oscura il cammino.

Se riuscissimo a controllare in maniera intelligente la direzionalità dei fasci di luce, evitando che l’energia elettrica convertita in luminosa venga dissipata in direzioni inutili,  potremmo risparmiare anche il 50% dell’energia elettrica a parità di risultato.

Il passaggio ai LED è necessario al più presto possibile, sia per risparmiare energia, sia per controllare la direzionalità dei fasci luminosi.

Proprio due settimane fa si è festeggiato il decimo anniversario dell’iniziativa M’ILLUMINO DI MENO, una giornata dell’anno in cui vengono spenti i riflettori sui più importanti monumenti allo scopo di sensibilizzare il pubblico al risparmio energetico.

Ben vengano queste iniziative, ma nel nostro piccolo spegniamo le luci superflue quando possiamo. Ci guadagneremo sia economicamente che in termini di visibilità, perchè il nostro sguardo potrà andare oltre e riscoprire quelle cose meravigliose che hanno ispirato i nostri antenati.

PENSIAMO GLOBALMENTE,
AGIAMO LOCALMENTE!

Autore: Giovanni Gasparri (Linkedin | Facebook)
Data di Pubblicazione  28 Febbraio 2014
Ultima Revisione: 28 Febbraio 2014

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Diario sui robot di Fukushima – di Roberto Vacca

Su gentile concessione dell’autore Roberto Vacca abbiamo il piacere di pubblicare integralmente l’articolo dal titolo “Diario sui robot di Fukushima” del 10/6/2012.

Roberto Vacca

Ing. Roberto Vacca, famoso scrittore, divulgatore scientifico, saggista e matematico

A monte del disastro della centrale nucleare di Fukushima dell’11 Marzo
2011, erano mancate difese adeguate. La rete elettrica giapponese era divisa in due parti a frequenze diverse (50 Hz e 60Hz) fra le quali un convertitore di frequenza poteva (e può) trasmettere solo l’uno percento della potenza generata.

La scelta della località della centrale era stata disastrosa: pericolo di tsunami di
40 metri un paio di volte al secolo e difese contro il mare del tutto inadeguate.
Avvenuto il disastro, i tecnici non potevano entrare nelle centrali per non subire
gli effetti di radiazioni nucleari pericolose. Si poteva rimediare facendo entrare
nei fabbricati robot radiocomandati muniti di telecamere. Quelli giapponesi,
però, avevano telecamere inadatte a funzionare in presenza di radiazioni.
Una settimana dopo il maremoto, il costruttore americano iRobot mise
gratuitamente a disposizione due piccoli robot Packbot e due più grandi robot
Warrior 710 muniti anche di braccia meccaniche per rimuovere detriti e rottami e manipolare oggetti.
I tecnici giapponesi dovettero essere addestrati a usarli.
L’impiego pratico potè iniziare solo un mese dopo il disastro. I robot erano
muniti di 5 telecamere di cui una a raggi infrarossi, di un dosimetro, un
analizzatore di particelle e uno dei tassi di ossigeno, idrogeno e gas organici.
Ogni robot ha un ricevitore GPS in modo che la sua posizione viene determinata
esattamente quando è all’esterno. Dentro i fabbricati, la posizione viene calcolata o stimata dalle immagini delle telecamere.
Le difficoltà incontrate erano documentate (tra aprile e luglio 2011) dal
diario di un operatore giapponese, noto solo con lesue iniziali S.H.

I diari erano intitolati “Dico tutto quel che voglio”. Le note di S.H. sono state scaricate da Web (prima che fossero cancellate) da un redattore del mensile SPECTRUM dell’Institute of Electrical and Electronics Engineers.

Ne risultano situazioni gravi e critiche. S.H. racconta che dopo una lunga operazione in cui aveva dovuto avvicinarsi molto al robot (data la scarsa portata della connessione radio) l’allarme del dosimetro che misurava il livello di radiazioni che aveva assorbito cominciò a suonare.

Il suo supervisore gli disse che il dosimetro era difettoso e che continuasse a lavorare.
I robot americani con telecamera entrarono nel fabbricato della centrale
N°1 il 3 giugno (84 giorni dopo il terremoto).
Due diverse aziende, sotto contratto con la TEPCO (Tokyo Electric Power
Company, proprietaria della centrale) gestivano un robot ciascuna. A metà
maggio S.H. riferisce:

“Continuiamo l’addestramento. È disagevole manovrare i robot attraverso le porte doppie, sui pianerottoli e poi farli salire ai piani superiori mandandoli in retromarcia. Lo stress di noi operatori è notevole.”

“Il 19 maggio la Prefettura di Fukushima ordina di interrompere le operazioni. Il morale degli operatori è a zero. Ci occupiamo con qualche lavoro di manutenzione non urgenti e ci accorgiamo che i robot presentano già segni di usura, sebbene siano robusti modelli militari.”

“30 Maggio – stamattina ho trovato il bagno occupato da uno sconosciuto ubriaco che si era addormentato per terra.”

“31 maggio – Tre operatori hanno completato l’addestramento con i robot. Principalmente hanno imparato a farli andare su e giù per le scale. Se c’è bisogno di noi potremo andare a fare il nostro lavoro ovunque nel mondo.”

“1 Giugno – ho letto le dichiarazioni ufficiali del governo. Mi pare che sottovalutino la gravità della situazione.”

“3 Giugno – I robot sono entrati nel reattore N°1. Abbiamo usato telecamere e controllo radio. Il livello delle radiazioni è di 60 milliSievert/ora, ma ho trovato un punto caldo in cui raggiungeva 4 Sievert/ora.”

“I cingoli dei robot slittano sui pavimenti e incontrano difficoltà con gli ammassi di detriti.”

“15 Giugno – Usiamo Ethernet per le comunicazioni e abbiamo collegato un cavo per LAN (Local Area Network). Il robot ne ha steso 45 metri. Poi ci siamo fermati perché il cavo non ha un riavvolgitore automatico”

“16 Giugno – comincio a usare i robot grandi Warrior che possono sollevare anche 250 kg.”

“19 giugno – molti operatori dovevano avere un giorno di riposo o sottoporsi a test medici, ma un funzionario governativo ha deciso che non c’era tempo per queste cose e che dovevano avere un altro giorno di addestramento.”

“20 giugno – problemi con la stabilità dei robot Warrior: l’aderenza è diversa nel cingolo destro e in quello sinistro, occorre molta cura perché sulle scale non ruotino su se stessi”

“23 giugno – usiamo i PackBot in un’area ove è alto il livello delle radiazioni. Un primo robot trasmette i segnali via radio al secondo che è connesso con noi via Ethernet. Il cavo Ethernet è segnalato con coni bianchi e rossi, ma la direzione ha mandato un camion da 4 tonnellate che ha rimosso i coni ed è passato varie volte sul cavo che per fortuna non si è rotto – se si fosse rotto i due robot sarebbero rimasti inutilizzati nell’area ad alte radiazioni. “

Solo dopo il 23 Giugno arrivarono alcuni moderni robot giapponesi Quince. Erano modelli in cui i circuiti integrati erano vulnerabili alle radiazioni e
avevano dovuto essere schermati opportunamente. Nell’ottobre 2011 uno di
questi tranciò il proprio cavo e dovette essere abbandonato. I Quince, come i
Warrior, sono progettati per uso in caso di disastri, ma nessuno di questi è adatto a trasportare feriti o disabilitati.

“3 luglio 2011 – i Packbot hanno misurato le radiazioni al primo piano del reattore N°3 che era stato decontaminato ieri dai robot Warrior. I livelli di radiazione sono diminuiti del 10%. In alcuni punti il livello è di 80 Sv/h.”

Come si vede, la preparazione all’emergenza era inadeguata a Fukushima.
La Gestione Totale della Qualità (Total Quality Management) avrebbe dovuto imporre la presenza di apparati e strumenti adatti a funzionare in condizioni estreme (alte radiazioni) e di personale già addestrato.

Sul lungo termine, le strategie energetiche e i problemi di sicurezza non si
risolvono con discorsi (anche se “paiono assai fondati”), né su principi
ideologici, né su astratti principi di precauzione.

Dobbiamo analizzare i fatti, studiare, addestrare tecnici eccellenti, finanziare ricerca e scuole avanzate.

© Roberto Vacca, http://www.robertovacca.com, Tutti i diritti riservati.

PENSIAMO GLOBALMENTE,
AGIAMO LOCALMENTE!

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Energia nucleare: rischi, analisi, decisioni – di Roberto Vacca

Su gentile concessione dell’autore Roberto Vacca abbiamo il piacere di pubblicare integralmente l’articolo dal titolo Energia nucleare: rischi, analisi, decisioni del 18/6/2012.

Roberto Vacca

Ing. Roberto Vacca, famoso scrittore, divulgatore scientifico, saggista e matematico

“TEKENO ALTAI”
“No alla riaccensione”

Cantavano in coro i dimostranti nella Prefettura di Fukui nel Giappone occidentale non lontano da Kyoto. Li abbiamo visti nei telegiornali di oggi. Protestavano contro la decisione annunciata dal Primo Ministro Noda di rimettere in funzione a Ohi due grandi centrali elettronucleari della potenza complessiva di 2350 MegaWatt.

Non ci sono piani per far ripartire le altre 48 centrali nucleari giapponesi spente dopo il disastro di Fukushima. La situazione energetica del Giappone è critica. Si attendono severe limitazioni all’uso dell’aria condizionata – così essenziale per assicurare benessere e produttività dei giapponesi. Curiosamente anticipò che il Giappone sarebbe diventato una potenza dominatrice, se avesse avuto l’aria condizionata S.F. Markham. Era un meteorologo e parlamentare inglese. Nel suo libro del 1942 (“Climate and the Energy of Nations”) sosteneva che hanno dominato vaste aree del mondo proprio i Paesi fioriti fra le isoterme tra 16°C e 24°C oppure capaci di regolare il clima del loro habitat.

Per quanto tengano all’aria condizionata, molti giapponesi sono restii a sfruttare l’energia nucleare per assicurarsela. Ci sono 11 città nel raggio di 30 kilometri dalle centrali di Ohi. I sindaci di 8 di queste si sono opposti alla riaccensione. Anche questa zona è sismica: una faglia importante è molto vicina a Ohi. Il sindaco di Maizuzu, Ryoto Tatami, ha detto: “Gli standard di sicurezza attuali non sono stati ancora definiti in base alle analisi del disastri di Fukushima.” Toyojo Terao, sindaco di Kyotamba, ha accusato il governo di non aver nemmeno analizzato a fondo la situazione dell’offerta e della domanda di energia del Paese.

Parti significative dell’ingegneria della sicurezza e dell’analisi dei rischi tecnologici sono state elaborate proprio dagli ingegneri nucleari. È paradossale che incidenti gravi di centrali nucleari siano avvenuti a causa di trasgressioni evitabili solo in base al senso comune. Chernobyl fu causato da sprovveduti ingegneri elettrotecnici che in assenza di veri esperti tentarono un esperimento temerario e assurdo. Fukushima è avvenuto perchè la centrale era sorta in zona sismica, soggetta notoriamente a tsunami di decine di metri ed era stata protetta da un muro di soli 8 metri.

Come dice un’antica massima: “Si perse un chiodo e il cavallo perse un ferro. Si perse il cavallo e non arrivò mai il messaggero, così si perse la battaglia e si perse la guerra e si perse l’impero.”

I progettisti e i tecnici più esperti devono eccellere nell’alta tecnologia, ma devono anche possedere immaginazione vivace e infinito buon senso. Devono anche essere aiutati da collaboratori, aiutanti e decisori di grande classe.

Queste doti sono essenziali anche per l’analisi d guasti e disastri. Dopo il fallimento di un’impresa, la malfunzione estrema di un sistema tecnologico, di una macchina importante o di un’organizzazione, vengono ingaggiati esperti per capire cause, concause, errori, incompetenze – e per suggerire come evitare eventi negativi simili in avvenire. Questa attività si chiama “autopsia” (in inglese o latino britannico: post-portem o PM).

Dopo l’incidente della centrale nucleare di Three Mile Island (28/3/1979) una commissione dell’Institute of Electrical and Electronics Engineers (IEEE) fece l’autopsia degli eventi – seguiti minuto per minuto – e pubblicò i risultati sul mensile SPECTRUM nel Novembre 1979 (8 mesi dopo). È una lettura istruttiva: evidenzia errori umani e deficienze di hardware.

Molto istruttiva anche l’analisi, pubblicata sullo stesso numero di SPECTRUM, delle caratteristiche, della posizione e del livello di sicurezza delle 72 centrali nucleari all’epoca in funzione in USA. I giudizi erano fattuali e severi. Riguardavano: management, competenza del personal tecnico, sismicità, livello e tempestività della manutenzione. Il giudizio in un caso critico diceva:

“La sicurezza è scarsa a causa dell’atteggiamento marginale del management e dei controlli inadeguati che esso esercita.. Il management non riesce a eliminare errori e incuria dei tecnici. La selezione del personale è criticabile e i rapporti sindacali sono cattivi. I problemi del management sono aggravati dalle dimensioni enormi dell’azienda. La sicurezza è degradata per scarso rispetto delle specifiche tecniche e delle procedure amministrative e relative alle emergenze.”

Questi giudizi recisi ebbero l’effetto di migliorare notevolmente la situazione. È comprensibile che sterzate positive nella realizzazione e nella conduzione di grandi strutture tecnologiche vengano operate dopo un disastro che faccia molto rumore. Nel caso delle centrali nucleari i rischio sono alti – ma lo sono anche in altri campi e settori. (Nel mondo 1.200.000 persone muoiono ogni anno in incidenti di traffico). Bisogna ricorrere alla Gestione Globale della Qualità: una disciplina onerosa da praticare. Molti non ne conoscono nemmeno l’esistenza. Anche ove sia perseguita seriamente, non riesce ad azzerare ogni rischio. Il mondo è complicato. In certa misura è migliorabile, ma bisogna studiare e impegnarsi per migliorarlo.

© Roberto Vacca, http://www.robertovacca.com, Tutti i diritti riservati.

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