Archivi categoria: Articoli

Frecce spezzate – di Roberto Vacca

Su gentile concessione dell’autore Roberto Vacca abbiamo il piacere di pubblicare integralmente l’articolo dal titolo “Frecce Spezzate” del 06/12/2013.

Roberto Vacca

Ing. Roberto Vacca, famoso scrittore, divulgatore scientifico, saggista e matematico

Al bando la bomba (nucleare)

Che probabilità ci sono che si verifichi una guerra casuale, provocata da guasti o errori umani? Nel silenzio generale, lancio un appello, di Roberto Vacca, SETTE Green, Corriere della Sera, 6/12/2013

Condanniamo chi uccide o maltratta un solo essere umano. Peggio se le vittime sono milioni, come accadde nell’ultimo secolo. Invece nessuno menziona le colpe di omissione di chi mette a rischio la vita di miliardi di umani. Noi tutti potremo essere distrutti senza preavviso da una guerra nucleare non premeditata, scatenata per caso, senza odio. Già nel 1959, nel suo libro La questione della difesa nazionale, Oskar Morgenstern, economista matematico, inventore con John von Neumann della teoria matematica dei giochi competitivi, scriveva: «Un giorno un’arma nucleare esploderà in modo puramente accidentale, senza alcuna connessione con piani militari. La mente umana non può costruire qualcosa che sia infallibile». Il rischio, secondo lo studioso, non era tanto quello di una guerra nucleare scatenata da guerrafondai perversi o folli, ma da malfunzionamenti tecnici casuali o da errori umani. Possibilità reale o eccessivo allarmismo? Certo è che nel 1971 Usa e Urss avevano ben presente il problema e firmarono un accordo per “ridurre il rischio dello scoppio di una guerra nucleare” che conteneva questa considerazione: «La stessa esistenza di armi nucleari, anche gestite con le più sofisticate procedure di comando e controllo, è ovviamente fonte di continua preoccupazione. Malgrado le precauzioni più elaborate, è concepibile che un guasto tecnico o un errore umano o un incidente frainteso o un’azione non autorizzata possa scatenare un disastro o una guerra nucleare». Così, nel 1978, la Marina statunitense coniò il termine “freccia spezzata” (broken arrow) proprio per definire lo scoppio di un’arma nucleare che non implichi il pericolo di scatenare una guerra oppure un incendio o la perdita o il furto di un’arma nucleare e definì “lampo nucleare” (nucflash) l’incidente che causi un’esplosione termonucleare “tale da creare il rischio di una guerra fra Stati Uniti e Unione Sovietica”. Da allora è certo che il rischio è aumentato: oggi gli arsenali nucleari contengono migliaia di radar, computer e armi (con potenze distruttive equivalenti a milioni di tonnellate di alto esplosivo) che rendono complicato gestire i sistemi tecnologici di monitoraggio, di controllo e di comando.

Numeri e Stime. Ma che probabilità ci sono che una guerra nucleare “casuale” si verifichi davvero? Calcolarlo è arduo anche se, da mezzo secolo, i governi di molti Paesi ci provano. Fatti e dati, però, rimangono segreti. Le stime dell’Ufficio dell’Esercito americano per lo sviluppo di armi speciali non sono credibili. Nel 1971 indicavano una probabilità annuale di 1 su 100.000 per lo scoppio accidentale di una bomba H e di 1 su 125 per l’esplosione di una bomba A. Anche le stime delle possibilità di fusione del nucleo e di disastri conseguenti fatte nel 1975 da Rasmussen, erano troppo ottimistiche. Il direttore del Dipartimento energia nucleare dell’Mit sosteneva che un incidente tale da causare 100 morti si sarebbe verificato ogni 10.000 anni e uno tale da causare più di 1000 morti ogni milione di anni: ma 11 anni dopo ci fu Chernobyl: 64 morti per lo scoppio e oltre 4000 per le radiazioni. Eppure, anche se nessuna arma nucleare americana, russa o di altri Paesi è mai esplosa, i militari statunitensi hanno riferito molti casi di bombe H danneggiate, bruciate o sganciate in mare o sul terreno (in North Carolina (1961), in Texas (1966), per esempio). Tre bombe H Mark 28 caddero a Palomares in Spagna dopo la collisione del B-52 che le portava a bordo con l’aereo cisterna che lo stava rifornendo di carburante. Gli americani dovettero disinquinare un’area di oltre due chilometri quadrati dove si era sparso plutonio. La quarta bomba cadde in mare e fu ripescata tre mesi dopo a 800 metri di profondità da una flotta con sottomarini e palombari. L’operazione costò 600 mila dollari.

La caduta della chiave inglese. Il 18 settembre 1980 a Damascus, Arkansas, un tecnico lasciò cadere una grossa chiave inglese dall’altezza di 20 metri mentre faceva manutenzione nel silo del missile Titan II, con testata nucleare da 9 megaton. L’urto contro il missile provocò una fuga di carburante. Poche ore dopo l’ossigeno liquido e il carburante del missile esplosero provocando un incendio enorme. La porta di cemento e acciaio del silo, che pesava 740 tonnellate, si sfondò. La testata nucleare del missile fu proiettata a 200 metri di distanza e poi ritrovata intatta. Fra il personale, un morto e 21 feriti. Il libro di Eric Schlosser, Command and Control (Penguin, 2013), descrive in dettaglio questo incidente, in sé non tanto significativo ma elencato come l’ultima “freccia spezzata” in una lista di 32 pubblicata nel 1981 dal Dipartimento della Difesa americana (vedi The Defense Monitor 1981, pubblicato dal Center for Defense Information, gestito da ex alti ufficiali americani). È sconcertante che la US Air Force avesse in precedenza pubblicato una lista più lunga: 94 incidenti ad armi nucleari accaduti dal 1950 al 1957. Ma le cifre, forse, sono superiori. Da mie ricerche in rete ho trovato 121 “frecce spezzate” dal 1950 al 2003. Da allora non sono menzionati altri incidenti. Due all’anno in media per 53 anni e poi nessuno per 10 anni! È plausibile che la censura blocchi le informazioni perché, se fossero rese note, proverebbero che il rischio è maggiore di quanto finora stimato. Oltre ai difetti dei sistemi d’arma, anche i sistemi radar di difesa hanno fallito varie volte in modo clamoroso. Il 9 Novembre 1979 il sistema radar americano Bmews (Ballistic Missile Early Warning System), mirato a individuare prontamente missili balistici sovietici, diede l’allarme di un attacco missilistico contro gli Stati Uniti. Iniziarono i preparativi di rappresaglia con missili intercontinentali e bombardieri. I satelliti, però, non confermarono l’allarme e poco dopo si capì che per errore era stato inserito nel sistema un nastro di prova con segnali che simulavano un attacco, normalmente usato per addestramento del personale. Il 26 settembre 1983 un radar sovietico segnalò in arrivo cinque missili nucleari americani. Il colonnello Stanislav Petrov, che comandava la stazione radar vicino a Mosca, avrebbe dovuto dare l’allarme e scatenare la risposta nucleare russa. Pensò che un attacco americano con soli cinque missili non fosse credibile. Se avessero voluto attaccare, ne avrebbero sparati centinaia. Segnalò che si trattava di un falso allarme. Fu processato da una corte marziale per non aver seguito le regole e fu assolto. Aveva salvato il mondo.

Olocausto nucleare. Fatti e dati, anche se contraddittori, dovrebbero stimolare una seria riflessione sull’eventualità di una guerra nucleare “casuale”. Eppure regna il silenzio, anche se oggi gli arsenali nucleari contengono 12.000 testate che hanno un potere distruttivo equivalente a 700 chilogrammi di alto esplosivo per ogni essere umano. Se esplodessero, distruggerebbero la maggior parte del mondo. Per evitare il rischio dell’olocausto nucleare scatenato per caso dovrebbero essere eliminate tutte le armi nucleari. Ma la diplomazia internazionale è troppo lenta, i capi spirituali di religioni e di movimenti distratti. Invito quindi a divulgare un nuovo manifesto “Ban the bomb” (No alla bomba) per coinvolgere (senza frontiere) università, aziende, operatori web, sponsor pubblici e privati, movimenti spirituali e culturali, agenzie e mezzi di comunicazione di massa. È urgente. È morale.

© Roberto Vacca, http://www.robertovacca.com, Tutti i diritti riservati.

PENSIAMO GLOBALMENTE,
AGIAMO LOCALMENTE!

Prima di stampare questa pagina considera l’impatto che avrà sull’ambiente

Una casa è per sempre

Bilder für Wikipedia

Il settore dell’edilizia è in crisi profonda da alcuni anni in Italia. Una delle zone più colpite è la Ciociaria che da sempre mette al servizio della Capitale le migliori e più qualificate risorse umane per la realizzazione di importanti progetti architettonici pubblici, artistici, industriali e residenziali di Roma.

La depressione del settore edile è un effetto della stagnazione del mercato immobiliare, dovuta prevalentemente alla mancanza di liquidità generalizzata, ma anche alle ridotte opportunità di trasferirsi per lavoro e soprattutto, diciamolo, alla radicata tendenza che gli Italiani hanno a restare in casa.

Il modo in cui siamo legati alla nostra casa, comparato alle altre culture occidentali, è quasi maniacale.

Specie nei paesini, le case vengono tramandate di generazione in generazione come dei testimoni che rappresentano la continuità con la storia genealogica di ciascuno di noi.
Non è raro trovare nuclei familiari che vivono in case secolari che sono appartenute da sempre alla famiglia.

Nella cultura dei Ciociari, poi, i genitori iniziano a preparare la casa per i figli già quando questi sono piccoli, senza considerare che magari un giorno andranno via lontano per soddisfare le proprie ambizioni o inseguire i propri sogni. E se non è possibile rendere più accogliente la casa natìa, magari espandendola, allora ne costruiscono o ne comprano una nelle immediate vicinanze.

L’esempio più eclatante del morboso attaccamento che abbiamo al focolare è rappresentato dal desiderio estremo di tutti gli anziani di tornare a morire nella propria casa, nel proprio letto. Questo rapporto che abbiamo con la casa è ciò che ci distingue maggiormente dalle altre culture ed il nostro modo di considerarla ci offre la possibilità di vivere in maniera più intima il nostro rapporto con la famiglia.

Guardando le case degli Italiani all’estero è da subito evidente che sono le più belle, le più grandi e le più curate. Per noi la casa è sacra e qualsiasi cosa possa succedere lì fuori ci interessa solo fino a quando chiudiamo il portone di casa. Da quel momento in poi si può scatenare anche l’inferno mentre ci godiamo la bellezza del focolare.

In Nord America al contrario c’è la tendenza a considerare la casa come un luogo temporaneo dove si vive e non come parte integrante della vita stessa.

Per questo si comprano e si vendono case molto velocemente ed il mercato immobiliare è più in fermento (nonostante i postumi della crisi dei subprime).

Un aspetto interessante da mettere in evidenza è che consideriamo nostra la casa perchè ci appartiene, ma non consideriamo invece nostro l’ambiente che ci circonda perchè non lo possediamo, non è di nostra proprietà.

Le altre culture invece considerano l’ambiente come un’estensione naturale della propria casa e per questo si prodigano per mantenerlo pulito. Questo non succede da noi, purtroppo, ed i fatti della Terra dei Fuochi o del fiume Sacco ne sono solo piccoli esempi che lo dimostrano tragicamente.

Si dovrà lavorare molto per creare una cultura dell’ambiente inteso come casa. Non dimentichiamo che è da qui che nasce l’ecologia, che in Greco significa proprioamore per la casa.

Impariamo a conoscere l’ambiente, le sue problematiche e come vivere in maniera sostenibile con esso, godendocelo senza consumarlo. Impariamo a considerare il mondo come casa nostra. Non deturpiamolo.

PENSIAMO GLOBALMENTE,
AGIAMO LOCALMENTE!

Autore: Giovanni Gasparri (Linkedin | Facebook)
Data di Pubblicazione  6 Marzo 2014
Ultima Revisione: 6 Marzo 2014

LICENZA

© Questo articolo, denominato “Una casa è per sempre” di Giovanni Gasparri  è fornito integralmente sotto licenza internazionale Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0.

Per consultare una copia della licenza d’uso visita il link http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/deed.it.

Tu hai il diritto di leggere, copiare, stampare, salvare, modificare, migliorare, distribuire, vendere, fotocopiare o correggere il presente lavoro. Le uniche restrizioni sono che se lo distribuisci, devi citare l’autore ed il titolo del documento, e se prendi spunto da questo lavoro per creare un’opera derivata devi allo stesso modo citarli. Con questa licenza ti diamo praticamente ogni libertà di utilizzare le informazioni, ad eccezione di togliere quella libertà ad altri.

Prima di stampare questa pagina considera l’impatto che avrà sull’ambiente

Un weekend nel passato

Si terrà Domenica 9 marzo 2014 la cinquantesima edizione della sagra della crespella di Santa Francesca (Veroli). Un’occasione da non perdere perchè grazie alla passione degli organizzatori la sagra della crespella è rimasta una delle tradizioni più tipiche, veraci e vive della Ciociaria.

Farina, acqua, sale ed olio d’oliva sono i semplici ingredienti di questo miracolo, che da secoli rappresenta la felicità nei giorni di festa e che conserva intatto il nostro legame con il passato.

In un’atmosfera fiabesca, immersi nella natura pedemontana dei Monti Ernici sarà possibile assistere ad una sfilata di carri allegorici, condotti prevalentemente da personaggi Ciociari in costume d’epoca, che rappresentano degli spaccati di vita della nostra storia. Un modo eccezionale per conservare vivi nella memoria gli usi ed i costumi dei nostri avi e per tramandarli alle nuove generazioni. Le nostre tradizioni e la nostra storia si mescolano in un modo divertente ed esplosivo in una festa di musica, cibo, cultura e divertimento.

A far da cornice alla manifestazione saranno le sfumature dei numerosi organetti che si alterneranno in virtuosismi sulle ballate folkloristiche delle nostre antiche tradizioni (ballarelle). Melodie e ritmi dai connotati unici della Ciociaria centrale che  sono in via di estinzione. Importante e prezioso è il lavoro di ricerca musicale che gli organizzatori da anni stanno facendo per passare il testimone di questo genere musicale autoctono intatto ai nostri figli e nipoti.

Oltre al mercatino in cui sarà possibile acquistare ormai introvabili esemplari di Cioce ed altre suppellettili tipiche della nostra cultura popolare, per la prima volta ci sarà anche lo stand del circolo Legambiente LAMASENA.

La contrada di Santa Francesca, estremo lembo e baluardo dello Stato Pontificio, in una zona di confine battuta dai brignti del passato, è ricca di interesse religioso per via della radicata devozione a Santa Francesca Romana, naturalistico per via del torrente l’Amasena e dei Monti Ernici e pastorale per via delle antiche rotte della transumanza verso il litorale Pontino.  Leggi l’articolo dal titolo “Inseguendo fantasmi di briganti” per approfondire.

Il circolo LAMASENA si sta prodigando, oltre che per la tutela dell’ambiente, per la riscoperta e la salvaguardia degli antichi saperi della nostra terra. Presso lo stand sarà possibile vedere un esemplare di nassa, utilizzata dai nostri avi come trappola per pescare nel torrente l’Amasena,  ed una miniatura di mulino.

Non mancare, questa è un’occasione irrinunciabile per godersi un pò di felicità e per stare insieme.

Inoltre la tua presenza farà sì che le nostre tradizioni non scompaiano ma si rafforzino.

PENSIAMO GLOBALMENTE,
AGIAMO LOCALMENTE!

Autore: Giovanni Gasparri (Linkedin | Facebook)
Data di Pubblicazione  5 Marzo 2014
Ultima Revisione: 5 Marzo 2014

LICENZA

© Questo articolo, denominato “Un weekend nel passato” di Giovanni Gasparri  è fornito integralmente sotto licenza internazionale Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0.

Per consultare una copia della licenza d’uso visita il link http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/deed.it.

Tu hai il diritto di leggere, copiare, stampare, salvare, modificare, migliorare, distribuire, vendere, fotocopiare o correggere il presente lavoro. Le uniche restrizioni sono che se lo distribuisci, devi citare l’autore ed il titolo del documento, e se prendi spunto da questo lavoro per creare un’opera derivata devi allo stesso modo citarli. Con questa licenza ti diamo praticamente ogni libertà di utilizzare le informazioni, ad eccezione di togliere quella libertà ad altri.

Prima di stampare questa pagina considera l’impatto che avrà sull’ambiente

Italia, da sempre il bel paese!

L’Italia è in crisi, gli italiani sono in crisi. Quante volte ormai sentiamo queste frasi? Viviamo in un periodo storico di recessione, dove però, l’unico settore a non sentire particolarmente gli effetti del disastro politico ed economico, è il mercato del turismo. Questo perché gli stranieri preferiscono ancora oggi, trascorrere le proprie vacanze in Italia. Secondo i dati ENIT infatti, il turismo in Italia cresce grazie ai mercanti extra-UE. Vengono qui per ammirare le opere storiche e naturali, perché in quanto a storia e bellezza, l’Italia continua ad essere un’eccellenza. La nostra amata patria è sinonimo di cultura, gastronomia, prodotti di qualità; da sempre il Paese dell’amore, con città romantiche come Venezia e Firenze. Le coste della Sicilia e della Sardegna sono le mete più ambite dagli amanti del mare.

frafalla italia

Personaggi illustri del cinema come George Clooney o Brad Pitt, hanno scelto e scelgono il Lago di Como per le loro vacanze.

Numerosi turisti, soprattutto russi e cinesi, giungono in ogni periodo dell’anno, a Roma, Milano, Firenze.

Bello è dunque l’aggettivo più indicato per descrivere il nostro Paese: bello per la storia, bello per i paesaggi, bello per le tradizioni popolari, bello per la gastronomia, bello!                                                                                                                 All’estero ci invidiamo per tutto questo, e non vedono l’ora di ridicolizzarci, approfittando di tutti gli aspetti negativi. Già, perché saremo anche il Bel Paese, ma abbiamo purtroppo tanti disastri da migliorare. E non ci vuole molto, solo tanta determinazione, tanta buona volontà. Invece di continuare a distruggere il nostro territorio, la nostra storia, la nostra tradizione, dobbiamo semplicemente correggere tutti quegli aspetti negativi che ci rendono per gli stranieri, sinonimo di mafia e ignoranza. Se siamo stufi di essere barzellette, dobbiamo dimostrare che discendiamo da Galileo, Mazzini, Leonardo, Dante e tanti altri. Dobbiamo dimostrare che nonostante tutto restiamo sempre noi, gli Italiani!

Valorizziamo le risorse che abbiamo, le bellezze che ci circondano; rispettiamo l’ambiente in cui viviamo. In questa prospettiva, ci sarebbe ben poco da fare per gli altri,

VINCIAMO NOI!

Una luce nell’oscurità dello spazio

384px-Paolo_A._Nespoli_2010

Nell’Ottobre del 2011 ho avuto il privilegio e l’onore di incontrare il Maggiore Paolo Nespoli, famoso astronauta Italiano, proprio qualche mese dopo essere rientrato dalla sua seconda missione sulla Stazione Spaziale Internazionale denominata Expedition 27.

In quell’occasione ho avuto modo di visionare delle bellissime immagini della Terra scattate durante la missione, ed un brivido di emozione mi ha colpito quando, tra le varie proiezioni, ho intravisto la forma del nostro Stivale.

iss030e074752

“È bellissima l’Italia da lassù”, ho pensato tra me e me a primo impatto.

Guardando bene la foto  mi sono reso conto di come le luci possano svelare delle informazioni importanti sul Paese, come ad esempio le differenze tra le zone più ricche e più povere, le differenze tra Nord e Sud e tra le città più densamente popolate e le zone rurali.

Poi invece, guardando ancora meglio, mi sono reso conto che passato il confine, sia verso Nord che verso Est, non si vedono più luci.

Quella sensazione di patriottismo che pochi secondi prima si era timidamente intravista è sparita di colpo quando mi sono reso conto di quanta energia elettrica sprechiamo in più rispetto ai nostri vicini di casa.

Ma perchè dallo spazio l’Italia è più illuminata delle altre nazioni europee?

Sicuramente una questione di illuminazione sovradimensionata rispetto alle reali esigenze, un po’ frutto della bassa politica locale che installa i lampioni davanti le case della gente come ringraziamento dopo le elezioni.

Non è  solo un sovradimensionamento, però, ma anche un problema strutturale di portata ben maggiore. Tutte quelle luci, infatti, sono anche il segnale evidente che i nostri lampioni stanno illuminando il cielo invece che la terra!

E se per alcuni nostalgici queste luci sono pittoresche e romantiche, per gli scienziati invece rappresentano quello che in gergo tecnico si chiama inquinamento luminoso, ovvero il fenomento causato dall’irradiazione incontrollata di luci intense verso la volta celeste.

L’inquinamento luminoso provoca danni sia di natura ambientale che culturale, ma anche economica.

L’eccessiva illuminazione artificiale crea difficoltà di orientamento in molti animali e l’alterazione dell’orologio biologico (ritmo circadiano) nell’uomo, negli animali e nelle piante.

Per effetto di un’illuminazione selvaggia, inoltre,  le stelle diventano diventano spesso invisibili nei cieli delle nostre città. E non dimentichiamo che è proprio grazie quelle stelle che l’uomo ha fatto le sue più grandi conquiste. Dalla trigonometria all’orientamento, dalla scoperta dell’America alla rivoluzione copernicana. Il cielo e le stelle da sempre sono stati al centro delle grandi riflessioni esistenziali dell’uomo, religiose, filosofiche, matematiche, fisiche ed astronomiche.

E sembrerebbe paradossale adesso affermarlo, ma una lampadina ci illumina un gradino, ma ci oscura il cammino.

Se riuscissimo a controllare in maniera intelligente la direzionalità dei fasci di luce, evitando che l’energia elettrica convertita in luminosa venga dissipata in direzioni inutili,  potremmo risparmiare anche il 50% dell’energia elettrica a parità di risultato.

Il passaggio ai LED è necessario al più presto possibile, sia per risparmiare energia, sia per controllare la direzionalità dei fasci luminosi.

Proprio due settimane fa si è festeggiato il decimo anniversario dell’iniziativa M’ILLUMINO DI MENO, una giornata dell’anno in cui vengono spenti i riflettori sui più importanti monumenti allo scopo di sensibilizzare il pubblico al risparmio energetico.

Ben vengano queste iniziative, ma nel nostro piccolo spegniamo le luci superflue quando possiamo. Ci guadagneremo sia economicamente che in termini di visibilità, perchè il nostro sguardo potrà andare oltre e riscoprire quelle cose meravigliose che hanno ispirato i nostri antenati.

PENSIAMO GLOBALMENTE,
AGIAMO LOCALMENTE!

Autore: Giovanni Gasparri (Linkedin | Facebook)
Data di Pubblicazione  28 Febbraio 2014
Ultima Revisione: 28 Febbraio 2014

dotEPUB

Scarica l’articolo in formato .mobi per Kindle
Scarica l’articolo in formato .epub per gli altri lettori e-book

PER APPROFONDIRE

LICENZA

© Questo articolo, denominato “Una luce nell’oscurità dello spazio” di Giovanni Gasparri  è fornito integralmente sotto licenza internazionale Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0.

Per consultare una copia della licenza d’uso visita il link http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/deed.it.

Tu hai il diritto di leggere, copiare, stampare, salvare, modificare, migliorare, distribuire, vendere, fotocopiare o correggere il presente lavoro. Le uniche restrizioni sono che se lo distribuisci, devi citare l’autore ed il titolo del documento, e se prendi spunto da questo lavoro per creare un’opera derivata devi allo stesso modo citarli. Con questa licenza ti diamo praticamente ogni libertà di utilizzare le informazioni, ad eccezione di togliere quella libertà ad altri.

Prima di stampare questa pagina considera l’impatto che avrà sull’ambiente

Protezione civile – prevenzione e formazione

Immagine esterna del palazzo comunale con i mezzi di Protezione Civile

Immagine esterna del palazzo comunale con i mezzi di Protezione Civile

M.S.G.C.  Sabato 22 febbraio, si è svolto – presso la sala consiliare –  il convegno  Piano di Protezione Civile – riflessioni ed analisi.

Il parterre dei relatori è stato di assoluto rilievo per la presenza del docente universitario Francesco Sidoti, del giornalista RAI Umberto Braccili, della  rappresentanza dell’amministrazione comunale, del  sindaco  e delle più alte cariche dell’ordine dei geologici italiani, a partire dal suo presidente Gian Vito Graziani.

L’incontro è stato un alto momento di formazione sui problemi connessi ai rischi sismici e idrogeologici da cui dovrebbe scaturire una maggiore consapevolezza  sulla necessità di dotarsi di piani di salvaguardia che possano fornire le giuste linee guida alla popolazione, in caso di calamità.

Basti pensare ai danni idrogeologici,  che si ripetono ciclicamente nei nostri comuni  come a tutte le latitudini Italiane. Essi sono dovuti, in gran parte,  al portato di una serie di violenze perpetrate contro il territorio quali una urbanizzazione irrispettosa degli alvei naturali dei fiumi,  il disboscamento e  la rinuncia ad investire su opere idrauliche di regimazione delle acque piovane.

Il messaggio che si è voluto ribadire,  in questa sessione di formazione,  è il forte valore  della prevenzione che può, tra l’altro, diventare un grande motore di sviluppo dell’economia come ha, giustamente, rimarcato il presidente Gian Vito Graziani.

Il circolo Legambiente Lamasena ha partecipato attivamente nell’organizzazione e promozione dell’evento,  riconoscendo nei contenuti la grande affinità ai temi trattati che appartengono, da sempre,  al mondo dell’ambientalismo e alle idealità che il circolo rinnova nel suo ambito locale. Tra l’altro, come è stato fatto rilevare nel dispositivo di legge, è compito delle associazioni di volontariato farsi carico della buona comunicazione verso cittadini facendo conoscere i presidi che già esistono a livello istituzionale come i COC  (Centro Operativo Comunale) e i COM  (Centro Operativo Misto) che rappresentano i primi organi di coordinamento dei soccorsi in ambito comunale e provinciale.

Nel convegno si è evidenziato,  nel contesto ristretto alla città di M.S.G.C.,    che esiste una mappatura di dieci  aree di ammassamento,  sebbene ,  per una loro efficace fruibilità, dovrebbero   essere dotate di servizi primari. Inoltre, esiste già un’ottima microzonazione  sismica del territorio monticiano  che si aggiunge al mosaico degli adempimenti propedeutici per un piano organico di Protezione Civile.

Dunque, il convegno ha avuto il merito di aver  lanciato una nuova sfida al circolo Lamasena,  e a tutte le associazioni territoriali,  che dovranno  assumersi la responsabilità di pungolare l’amministrazione affinché porti a compimento l’iter d’approvazione di un piano di Protezione Civile. Più specificatamente,  tutte le associazioni dovranno anche acquisire l’impegno civico di comunicare tutte quelle informazioni  primarie che hanno valenza per la sicurezza dei cittadini.

Attraverso il convegno si è rinsaldato  quello spirito collaborativo tra 13  associazioni  che sono state coinvolte nell’organizzazione  dell’evento. Tale percorso di vicinanza ed amicizia,  che si è espresso – per la prima volta  – lo scorso settembre  nella partecipazione alla prima edizione della Festa dell’Impegno Civile,  può essere considerato già un importante risultato di cittadinanza attiva di cui essere orgogliosi.

Fotovoltaico: imminente energia dell’avvenire – di Roberto Vacca

Su gentile concessione dell’autore Roberto Vacca abbiamo il piacere di pubblicare integralmente l’articolo dal titolo “Fotovoltaico: imminente energia dell’avvenire” del 2/11/2013.

Roberto Vacca

Ing. Roberto Vacca, famoso scrittore, divulgatore scientifico, saggista e matematico

Dopo i rapidi e notevoli aumenti del prezzo del petrolio a partire dagli anni Settanta, si associa quasi sempre a ogni considerazione su questioni energetiche la parola “crisi”. Continuano a essere citati disastri planetari visti come imminenti in base a dati incompleti e interpretati in modi erronei. Fra questi: il riscaldamento globale del pianeta attribuito al consumo eccessivo di carbone, petrolio e gas e l’esaurimento dei giacimenti petroliferi. L’avvenire del clima viene vaticinato usando modelli non validati, né validabili. La fine del petrolio è temuta da chi ignora che il livello delle riserve accertate continua a crescere, che l’origine del petrolio non è biologica e che esistono giacimenti enormi a grande profondità.

Invece le tendenze attuali indicano che avremo energia abbondante, non inquinante, a basso prezzo. Assumerà importanza primaria il fotovoltaico. L’ ottimismo non è dovuto solo alla recente notevole crescita, ma al velocissimo aumento dei rendimenti che, in laboratorio, sono saliti molto oltre il 15% tipico delle celle di silicio cristallino che, appunto, trasformano in elettricità meno di un sesto dell’energia dei raggi solari. Il trend di questo progresso sembra avviato a continuare. I rendimenti di celle fotovoltaiche che concentrano la radiazione solare anche 100 volte, crescono rapidamente. Varie industrie e centri di ricerca [fra cui: le americane Spectrolab, Amonix, Solar Junction, la giapponese Sharp e l’università australiana del South Wales] hanno superato il rendimento del 44% con un costo che si stima possa scendere a poco più di 2 dollari per Watt installato (cui bisogna aggiungere i costi delle infrastrutture e dei convertitori da corrente continua in alternata).

In Germania e in Italia costruttori e utenti hanno installato molto fotovoltaico. Conveniva perché interessanti incentivi statali andavano a chi lo adottava. Le risorse per questi aiuti sono state ottenute aumentando le tariffe agli altri utenti. Quindi il prezzo del kiloWattora in Germania e in Italia è fra i più alti in Europa (vedi tabella in fondo), ma non ha una correlazione significativa con la produzione industriale, né con l’andamento dell’economia in generale.

Ora gli incentivi diminuiscono e la crescita del fotovoltaico rallenterà. Però è stata superata una soglia importante: in Italia la potenza degli impianti per la generazione di energia eolici e fotovoltaici (24.500 MegaWatt) è maggiore di quella installata degli impianti idroelettrici (18.200 MW). Questi possono essere messi in funzione a piacere – in qualsiasi momento – senza vincoli. Gli eolici non danno energia se non c’è vento e i fotovoltaici non ne danno se non c’è il sole. La produzione di energia eolica più solare nel 2012 è stata di 32.269 GigaWattora (GWh). Quella di energia idroelettrica è stata di 43.854 GWh. Al tasso di crescita attuale, il fotovoltaico supererà l’idroelettrico entro un paio d’anni.

L’energia solare è tanto abbondante che per soddisfare il fabbisogno mondiale, basterebbe trasformare in elettricità anche solo col rendimento dell’1% la radiazione solare che incide sui deserti. Perché, allora, non si risolvono tutti i problemi energetici sfruttando celle foto-voltaiche? Perchè le celle foto-voltaiche sono ancora costose e il loro rendimento è ancora basso.

Il costo per installare 1 kiloWatt di potenza elettrica fotovoltaica è di 3.000 €. Quello per installare 1 kW idroelettrico o termoelettrico è poco più di 1.000 €. Alle nostre latitudini il sole trasmette a ogni m2 di superficie terrestre una potenza di circa 1.000 Watt. Le celle fotovoltaiche producono, quindi, circa 150 Watt/m2. Se coprono 1 km2 , producono 150 MegaWatt per 2.000 ore l’anno: cioè 300 GigaWattora. Gli impianti termoelettrici italiani hanno una potenza di 80 GigaWatt (equivalenti a 80 grandi centrali nucleari) e funzionano in media 2.700 ore l’anno producendo 220 TWh (TeraWattora = migliaia di GigaWattora). Sostituendoli col fotovoltaico, si risparmierebbero gas e carbone. La potenza richiesta sarebbe di 110 GW [80 GW x (2700/2000)] e l’area occupata (con rendimento attuale del 15%) di 730 km2 sarebbe (circa il 2,4 per mille di quella del Paese): ingombrante, ma non impensabile. L’impresa richiederebbe un investimento di 330 miliardi di € solo per i pannelli fotovoltaici a cui vanno aggiunte le infrastrutture e i sistemi per immagazzinare l’energia (prodotta quando c’è il sole e utilizzata anche quando non c’è). A questo scopo si possono usare batterie e si può pompare l’acqua dai bacini bassi ai laghi e a nuovi invasi a quote alte degli Appennini e delle Alpi. Abbiamo già oltre 7 GW di impianti di pompaggio; ne andrebbero costruiti altri e andrebbero riprogrammate le attività industriali e civili per ripartire la potenza nel tempo.

Destinando al pompaggio la metà della potenza fotovoltaica, cioè 55 GW, il costo delle centrali necessarie sarebbe di 55 miliardi di euro. Valutando in 2 ore/giorno il tempo in cui la potenza fotovoltaica va immagazzinata, l’energia prodotta richiederebbe in alternativa 110 GWh di batterie al litio con un investimento di 55 miliardi di € [500 €/kWh] dello stesso ordine di quello per le centrali di pompaggio. Con batterie al sale (che paiono imminenti) l’investimento in batterie si ridurrebbe al 40%. Possiamo stimare, per ora. che l’investimento totale debba essere circa di: 400 miliardi di €: un sesto del PIL.

Se il rendimento del fotovoltaico arrivasse al 40%, l’area occupata sarebbe di 270 km2 (meno dell’1 per mille di quella del Paese) e si occuperebbero anche le aree liberate dagli impianti termoelettrici dismessi. Si può anche pensare, con maggior fantasia, a coprire la superficie dei bacini idroelettrici con zattere coperte da pannelli fotovoltaici. Ho fatto il conto sulle centrali abruzzesi di Provvidenza, S. Giacomo e Montoro (900 MW di potenza) alimentate dal lago di Campotosto (superficie di 10 km2). Con la tecnologia attuale, le celle sul lago produrrebbero 1,5 GW e con un rendimento del 40%, 4 GW – oltre 4 volte di più della potenza idroelettrica.

Il rendimento massimo teorico è = 1–(T2/T1) = 1 – (293/6000) = 0,951, ove T2 è la temperatura ambiente (293°K = 20°C) e T1 (6000°K) è la temperatura della superficie solare. Il fisico inglese P.T. Landsberg ha dimostrato nel 1977 che il rendimento massimo teorico è del 93,3 %.

L’iniziativa più urgente è investire in ricerca e sviluppo per realizzare celle fotovoltaiche con rendimenti crescenti – a costi accettabili. La Commissione Europea dovrebbe indire gare e arruolare le aziende europee hitech. I governi dei 27 Paesi dell’Unione dovrebbero appoggiare energicamente questa impresa raggiungibile e risolutiva.

Tabelle

Paese
€/kWh usi domestici
€/kWh usi industriali
Media EU27
0,197
0,118
Danimarca
0,297
0,099
Germania
0,268
0,130
Italia
0,230
0,199
Francia
0,145
0,079
Romania
0,108
0,014
Prezzo energia elettrica in alcuni Paesi europei (2012) – Fonte: EUROSTAT
 

Anno

Fotovoltaico

Eolico

Fotovolt + eolico

Idroelettrico

2007

39 GWh

4034 GWh

4073 GWh

38481 GWh

2008

193

4861

5054

47227

2009

676

6543

7219

53443

2010

1905

9127

11032

54407

2011

10795

9857

20652

47767

2012

18862

13407

32269

43854

Energia prodotta in Italia da fonti rinnovabili – Fonte: TERNA
 
IM000982.JPG

© Roberto Vacca, http://www.robertovacca.com, Tutti i diritti riservati.

PENSIAMO GLOBALMENTE,
AGIAMO LOCALMENTE!

Prima di stampare questa pagina considera l’impatto che avrà sull’ambiente

Tempesta solare scampata: e la prossima? – di Roberto Vacca

Su gentile concessione dell’autore Roberto Vacca abbiamo il piacere di pubblicare integralmente l’articolo dal titolo Tempesta solare scampata: e la prossima?” del 05/3/2012.

Roberto Vacca

Ing. Roberto Vacca, famoso scrittore, divulgatore scientifico, saggista e matematico

L’abbiamo scampata.

Il 23/1/2012 satelliti e stazioni a terra segnalarono in arrivo dal sole una tempesta di protoni: quelli con alta energia sono passati da 10 a 7500 per cm2 e per secondo [vedi diagramma]. Poi il flusso di protoni si è affievolito. Se fosse cresciuto molto, avremmo avuto disastri. Anche in Italia il cielo notturno si sarebbe colorato di verde, viola e rosso: aurore boreali che si vedono vicino ai poli. Poi sarebbe diventato rosso sangue. Grossi blackout ci avrebbero tolto l’elettricità. Le linee telefoniche e telegrafiche fuori uso avrebbero impedito gli interventi di emergenza. Ferrovie, gasdotti e oleodotti avrebbero subito danni gravi. Il blocco di reti e tecnologia nelle società più avanzate, prive di energia, potrebbe causare vittime a milioni.

Sono eventi, a decine di anni uno dall’altro, causati dal vento di protoni emessi dal sole: vanno a velocità fino a 7 milioni di km/h e arrivano a noi in circa 20 ore. Queste tempeste si chiamano CME: Coronal Mass Ejection: espulsione di massa dalla corona solare e proiettano miliardi di tonnellate di protoni. Non è fantascienza: SPECTRUM (la rivista degli ingegneri elettrici USA) questo mese dedica all’argomento un lungo articolo.

I protoni seguono traiettorie elicoidali. Le CME più intense producono campi magnetici giganti interagenti con la magnetosfera terrestre. Quindi correnti elettriche molto intense fluiscono nell’aria della stratosfera che a 50 km di quota è un buon conduttore. La tempesta geomagnetica induce sulla superficie terrestre forti correnti elettriche che passano nel terreno, nelle reti elettriche ad alta tensione, nelle tubazioni, nelle rotaie, nei cavi sottomarini. In conseguenza le reti vanno fuori servizio. Sono più a rischio le centrali elettronucleari: senza energia elettrica dalla rete non possono raffreddare i nuclei che possono fondere. In Europa, USA, Cina si potrebbero avere decine di disastri tipo Fukushima.

È meno tragico, ma molto spiacevole, il rischio di fusione degli avvolgimenti dei grandi trasformatori ad altissima tensione (765 kV in USA, 1000 kV in Cina). Ogni unità pesa 200 tonnellate e costa più di 10 milioni di euro. Non sono tenuti a magazzino e la produzione richiede molti mesi.

Anche i terroristi potrebbero farne saltare alcuni, ma un CME ne distruggerebbe decine bloccando per anni l’energia di continenti. I trasformatori si possono proteggere installando condensatori sulla messa a terra del neutro e bypassandoli con tubi elettronici per scaricare a terra le sovracorrenti alternate.

Queste tecniche, però, non sono state sperimentate in pratica. I CME sono rari. Nel 1859 il più grave, negli Stati Uniti fu preceduto da aurore boreali e cielo rosso a basse latitudini. A quel tempo non esistevano reti elettriche, ma andarono distrutte molte linee telegrafiche.

Un altro CME nel 1921 bloccò telefoni e telegrafi in Svezia e negli Stati Uniti e mise fuori servizio i sistemi di scambi e segnali della Ferrovia Centrale di New York. Le reti elettriche di energia, poco estese all’epoca, non subirono danni gravi. Nel 1989 i cieli colorati da un CME furono interpretati come lo scoppio di una guerra nucleare, ma in Canada ci fu un blackout di un giorno che lasciò senza energia elettrica tutto il Quebec.

Qualche giorno fa Pete Riley della Predictive Science di San Diego (un centro di ricerca sponsorizzato dalla NASA e dalla National Science Foundation – vedi: www.predscience.com/portal/home.php/) ha pubblicato suoi calcoli secondo i quali ci sarebbe una probabilità del 12,5 % che entro il 2020 si verifichi una Coronal Mass Ejection. L’affermazione sembra azzardata – ma il centro di Riley sembra affidabile.

Giornali, televisioni, politici e politologi non parlano dei rischi dovuti agli arsenali nucleari, né di questi – meno letali, ma significativi. Dovrebbero farlo.

© Roberto Vacca, http://www.robertovacca.com, Tutti i diritti riservati.

Flusso di protoni dal sole il 24/1/2012 – Fonte: Space Weather Prediction Center, NOAA

PENSIAMO GLOBALMENTE,
AGIAMO LOCALMENTE!

Prima di stampare questa pagina considera l’impatto che avrà sull’ambiente

Diario sui robot di Fukushima – di Roberto Vacca

Su gentile concessione dell’autore Roberto Vacca abbiamo il piacere di pubblicare integralmente l’articolo dal titolo “Diario sui robot di Fukushima” del 10/6/2012.

Roberto Vacca

Ing. Roberto Vacca, famoso scrittore, divulgatore scientifico, saggista e matematico

A monte del disastro della centrale nucleare di Fukushima dell’11 Marzo
2011, erano mancate difese adeguate. La rete elettrica giapponese era divisa in due parti a frequenze diverse (50 Hz e 60Hz) fra le quali un convertitore di frequenza poteva (e può) trasmettere solo l’uno percento della potenza generata.

La scelta della località della centrale era stata disastrosa: pericolo di tsunami di
40 metri un paio di volte al secolo e difese contro il mare del tutto inadeguate.
Avvenuto il disastro, i tecnici non potevano entrare nelle centrali per non subire
gli effetti di radiazioni nucleari pericolose. Si poteva rimediare facendo entrare
nei fabbricati robot radiocomandati muniti di telecamere. Quelli giapponesi,
però, avevano telecamere inadatte a funzionare in presenza di radiazioni.
Una settimana dopo il maremoto, il costruttore americano iRobot mise
gratuitamente a disposizione due piccoli robot Packbot e due più grandi robot
Warrior 710 muniti anche di braccia meccaniche per rimuovere detriti e rottami e manipolare oggetti.
I tecnici giapponesi dovettero essere addestrati a usarli.
L’impiego pratico potè iniziare solo un mese dopo il disastro. I robot erano
muniti di 5 telecamere di cui una a raggi infrarossi, di un dosimetro, un
analizzatore di particelle e uno dei tassi di ossigeno, idrogeno e gas organici.
Ogni robot ha un ricevitore GPS in modo che la sua posizione viene determinata
esattamente quando è all’esterno. Dentro i fabbricati, la posizione viene calcolata o stimata dalle immagini delle telecamere.
Le difficoltà incontrate erano documentate (tra aprile e luglio 2011) dal
diario di un operatore giapponese, noto solo con lesue iniziali S.H.

I diari erano intitolati “Dico tutto quel che voglio”. Le note di S.H. sono state scaricate da Web (prima che fossero cancellate) da un redattore del mensile SPECTRUM dell’Institute of Electrical and Electronics Engineers.

Ne risultano situazioni gravi e critiche. S.H. racconta che dopo una lunga operazione in cui aveva dovuto avvicinarsi molto al robot (data la scarsa portata della connessione radio) l’allarme del dosimetro che misurava il livello di radiazioni che aveva assorbito cominciò a suonare.

Il suo supervisore gli disse che il dosimetro era difettoso e che continuasse a lavorare.
I robot americani con telecamera entrarono nel fabbricato della centrale
N°1 il 3 giugno (84 giorni dopo il terremoto).
Due diverse aziende, sotto contratto con la TEPCO (Tokyo Electric Power
Company, proprietaria della centrale) gestivano un robot ciascuna. A metà
maggio S.H. riferisce:

“Continuiamo l’addestramento. È disagevole manovrare i robot attraverso le porte doppie, sui pianerottoli e poi farli salire ai piani superiori mandandoli in retromarcia. Lo stress di noi operatori è notevole.”

“Il 19 maggio la Prefettura di Fukushima ordina di interrompere le operazioni. Il morale degli operatori è a zero. Ci occupiamo con qualche lavoro di manutenzione non urgenti e ci accorgiamo che i robot presentano già segni di usura, sebbene siano robusti modelli militari.”

“30 Maggio – stamattina ho trovato il bagno occupato da uno sconosciuto ubriaco che si era addormentato per terra.”

“31 maggio – Tre operatori hanno completato l’addestramento con i robot. Principalmente hanno imparato a farli andare su e giù per le scale. Se c’è bisogno di noi potremo andare a fare il nostro lavoro ovunque nel mondo.”

“1 Giugno – ho letto le dichiarazioni ufficiali del governo. Mi pare che sottovalutino la gravità della situazione.”

“3 Giugno – I robot sono entrati nel reattore N°1. Abbiamo usato telecamere e controllo radio. Il livello delle radiazioni è di 60 milliSievert/ora, ma ho trovato un punto caldo in cui raggiungeva 4 Sievert/ora.”

“I cingoli dei robot slittano sui pavimenti e incontrano difficoltà con gli ammassi di detriti.”

“15 Giugno – Usiamo Ethernet per le comunicazioni e abbiamo collegato un cavo per LAN (Local Area Network). Il robot ne ha steso 45 metri. Poi ci siamo fermati perché il cavo non ha un riavvolgitore automatico”

“16 Giugno – comincio a usare i robot grandi Warrior che possono sollevare anche 250 kg.”

“19 giugno – molti operatori dovevano avere un giorno di riposo o sottoporsi a test medici, ma un funzionario governativo ha deciso che non c’era tempo per queste cose e che dovevano avere un altro giorno di addestramento.”

“20 giugno – problemi con la stabilità dei robot Warrior: l’aderenza è diversa nel cingolo destro e in quello sinistro, occorre molta cura perché sulle scale non ruotino su se stessi”

“23 giugno – usiamo i PackBot in un’area ove è alto il livello delle radiazioni. Un primo robot trasmette i segnali via radio al secondo che è connesso con noi via Ethernet. Il cavo Ethernet è segnalato con coni bianchi e rossi, ma la direzione ha mandato un camion da 4 tonnellate che ha rimosso i coni ed è passato varie volte sul cavo che per fortuna non si è rotto – se si fosse rotto i due robot sarebbero rimasti inutilizzati nell’area ad alte radiazioni. “

Solo dopo il 23 Giugno arrivarono alcuni moderni robot giapponesi Quince. Erano modelli in cui i circuiti integrati erano vulnerabili alle radiazioni e
avevano dovuto essere schermati opportunamente. Nell’ottobre 2011 uno di
questi tranciò il proprio cavo e dovette essere abbandonato. I Quince, come i
Warrior, sono progettati per uso in caso di disastri, ma nessuno di questi è adatto a trasportare feriti o disabilitati.

“3 luglio 2011 – i Packbot hanno misurato le radiazioni al primo piano del reattore N°3 che era stato decontaminato ieri dai robot Warrior. I livelli di radiazione sono diminuiti del 10%. In alcuni punti il livello è di 80 Sv/h.”

Come si vede, la preparazione all’emergenza era inadeguata a Fukushima.
La Gestione Totale della Qualità (Total Quality Management) avrebbe dovuto imporre la presenza di apparati e strumenti adatti a funzionare in condizioni estreme (alte radiazioni) e di personale già addestrato.

Sul lungo termine, le strategie energetiche e i problemi di sicurezza non si
risolvono con discorsi (anche se “paiono assai fondati”), né su principi
ideologici, né su astratti principi di precauzione.

Dobbiamo analizzare i fatti, studiare, addestrare tecnici eccellenti, finanziare ricerca e scuole avanzate.

© Roberto Vacca, http://www.robertovacca.com, Tutti i diritti riservati.

PENSIAMO GLOBALMENTE,
AGIAMO LOCALMENTE!

484224_234261176686773_258498387_n

Prima di stampare questa pagina considera l’impatto che avrà sull’ambiente

Energia nucleare: rischi, analisi, decisioni – di Roberto Vacca

Su gentile concessione dell’autore Roberto Vacca abbiamo il piacere di pubblicare integralmente l’articolo dal titolo Energia nucleare: rischi, analisi, decisioni del 18/6/2012.

Roberto Vacca

Ing. Roberto Vacca, famoso scrittore, divulgatore scientifico, saggista e matematico

“TEKENO ALTAI”
“No alla riaccensione”

Cantavano in coro i dimostranti nella Prefettura di Fukui nel Giappone occidentale non lontano da Kyoto. Li abbiamo visti nei telegiornali di oggi. Protestavano contro la decisione annunciata dal Primo Ministro Noda di rimettere in funzione a Ohi due grandi centrali elettronucleari della potenza complessiva di 2350 MegaWatt.

Non ci sono piani per far ripartire le altre 48 centrali nucleari giapponesi spente dopo il disastro di Fukushima. La situazione energetica del Giappone è critica. Si attendono severe limitazioni all’uso dell’aria condizionata – così essenziale per assicurare benessere e produttività dei giapponesi. Curiosamente anticipò che il Giappone sarebbe diventato una potenza dominatrice, se avesse avuto l’aria condizionata S.F. Markham. Era un meteorologo e parlamentare inglese. Nel suo libro del 1942 (“Climate and the Energy of Nations”) sosteneva che hanno dominato vaste aree del mondo proprio i Paesi fioriti fra le isoterme tra 16°C e 24°C oppure capaci di regolare il clima del loro habitat.

Per quanto tengano all’aria condizionata, molti giapponesi sono restii a sfruttare l’energia nucleare per assicurarsela. Ci sono 11 città nel raggio di 30 kilometri dalle centrali di Ohi. I sindaci di 8 di queste si sono opposti alla riaccensione. Anche questa zona è sismica: una faglia importante è molto vicina a Ohi. Il sindaco di Maizuzu, Ryoto Tatami, ha detto: “Gli standard di sicurezza attuali non sono stati ancora definiti in base alle analisi del disastri di Fukushima.” Toyojo Terao, sindaco di Kyotamba, ha accusato il governo di non aver nemmeno analizzato a fondo la situazione dell’offerta e della domanda di energia del Paese.

Parti significative dell’ingegneria della sicurezza e dell’analisi dei rischi tecnologici sono state elaborate proprio dagli ingegneri nucleari. È paradossale che incidenti gravi di centrali nucleari siano avvenuti a causa di trasgressioni evitabili solo in base al senso comune. Chernobyl fu causato da sprovveduti ingegneri elettrotecnici che in assenza di veri esperti tentarono un esperimento temerario e assurdo. Fukushima è avvenuto perchè la centrale era sorta in zona sismica, soggetta notoriamente a tsunami di decine di metri ed era stata protetta da un muro di soli 8 metri.

Come dice un’antica massima: “Si perse un chiodo e il cavallo perse un ferro. Si perse il cavallo e non arrivò mai il messaggero, così si perse la battaglia e si perse la guerra e si perse l’impero.”

I progettisti e i tecnici più esperti devono eccellere nell’alta tecnologia, ma devono anche possedere immaginazione vivace e infinito buon senso. Devono anche essere aiutati da collaboratori, aiutanti e decisori di grande classe.

Queste doti sono essenziali anche per l’analisi d guasti e disastri. Dopo il fallimento di un’impresa, la malfunzione estrema di un sistema tecnologico, di una macchina importante o di un’organizzazione, vengono ingaggiati esperti per capire cause, concause, errori, incompetenze – e per suggerire come evitare eventi negativi simili in avvenire. Questa attività si chiama “autopsia” (in inglese o latino britannico: post-portem o PM).

Dopo l’incidente della centrale nucleare di Three Mile Island (28/3/1979) una commissione dell’Institute of Electrical and Electronics Engineers (IEEE) fece l’autopsia degli eventi – seguiti minuto per minuto – e pubblicò i risultati sul mensile SPECTRUM nel Novembre 1979 (8 mesi dopo). È una lettura istruttiva: evidenzia errori umani e deficienze di hardware.

Molto istruttiva anche l’analisi, pubblicata sullo stesso numero di SPECTRUM, delle caratteristiche, della posizione e del livello di sicurezza delle 72 centrali nucleari all’epoca in funzione in USA. I giudizi erano fattuali e severi. Riguardavano: management, competenza del personal tecnico, sismicità, livello e tempestività della manutenzione. Il giudizio in un caso critico diceva:

“La sicurezza è scarsa a causa dell’atteggiamento marginale del management e dei controlli inadeguati che esso esercita.. Il management non riesce a eliminare errori e incuria dei tecnici. La selezione del personale è criticabile e i rapporti sindacali sono cattivi. I problemi del management sono aggravati dalle dimensioni enormi dell’azienda. La sicurezza è degradata per scarso rispetto delle specifiche tecniche e delle procedure amministrative e relative alle emergenze.”

Questi giudizi recisi ebbero l’effetto di migliorare notevolmente la situazione. È comprensibile che sterzate positive nella realizzazione e nella conduzione di grandi strutture tecnologiche vengano operate dopo un disastro che faccia molto rumore. Nel caso delle centrali nucleari i rischio sono alti – ma lo sono anche in altri campi e settori. (Nel mondo 1.200.000 persone muoiono ogni anno in incidenti di traffico). Bisogna ricorrere alla Gestione Globale della Qualità: una disciplina onerosa da praticare. Molti non ne conoscono nemmeno l’esistenza. Anche ove sia perseguita seriamente, non riesce ad azzerare ogni rischio. Il mondo è complicato. In certa misura è migliorabile, ma bisogna studiare e impegnarsi per migliorarlo.

© Roberto Vacca, http://www.robertovacca.com, Tutti i diritti riservati.

PENSIAMO GLOBALMENTE,
AGIAMO LOCALMENTE!

Prima di stampare questa pagina considera l’impatto che avrà sull’ambiente